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Il lavoro da fare subito

Un nuovo pressante sollecito è venuto ieri dal Presidente Giorgio Napolitano a riportare la situazione detentiva nell’ambito di quanto la costituzione prevede circa ragione, significato e modalità delle pene. Il nuovo appello indica un’urgenza che non sembra però venir colta da molti interlocutori, anche istituzionali, nella sua dimensione.
È l’urgenza del non essere attori o corresponsabili dell’offesa alla dignità di persone che, private della libertà personale, sono affidate alla responsabilità dello Stato.
È l’urgenza di riportare alla legalità, cioè a quanto norme e ordinamenti prevedono, un luogo dove si dovrebbe essere rieducati al rispetto delle norme e invece si sperimenta il loro essere soltanto rassicuranti enunciazioni che non vincolano l’autorità pubblica. È l’urgenza del rispetto di convenzioni internazionali per la tutela dei diritti; atti che, una volta ratificati, vengono poi allegramente elusi.
Non è però il primo appello che viene dal colle e i risultati fin qui non sono stati certo risolutivi: qualche numero in meno nelle presenze, qualche iniziativa di contenimento, qualche progetto di apertura a pene diverse, ma non c’è stata la capacità di aggredire il cuore del problema. Questo si articola nei due aspetti, quello dei meccanismi che producono carcere e precludono l’effettivo ricorso ad alternative e quello della ridefinizione di una fisionomia del complessivo sistema detentivo. Senza aggredire questi due aspetti, uno legislativo e uno amministrativo, gli sforzi, pur meritevoli, sono poca cosa se commisurati alla gravità della situazione.
Ieri al Quirinale, insieme alla delegazione dei professori che in una lettera aperta avevano sollevato l’insostenibilità della situazione presente e a un rappresentante dei garanti territoriali dei detenuti, era presente anche il governo, nella figura di uno dei sottosegretari alla giustizia: si spera abbia preso nota dell’urgenza, da tutti condivisa, di un tema da affrontare con la stesso decisionismo riservato ad altre urgenze.
Quando, infatti, dieci mesi fa,la situazione economica e finanziaria del Paese si era pericolosamente avvicinata a un punto di non ritorno e soprattutto la credibilità internazionale era giunta allo stadio di farsa diffusa, si determinò, proprio su azione del colle, un punto di rottura verso una soluzione tecnica che surrogasse l’immobilismo politico. Al di là delle valutazioni sulle scelte poi operate, questa fu la cifra della presa d’atto di un’urgenza. La situazione che si presenta oggi rispetto al sistema detentivo ha forti similarità con allora, seppure in un altro contesto: la situazione si è pericolosamente avvicinata alla soglia dell’insostenibilità perché si rischia di precipitare verso una condizione di non tutela di diritti elementari di vivibilità; lo sguardo internazionale è sempre più perplesso nel constatare la disinvolta inadempienza rispetto a impegni internazionali sottoscritti in tema di diritti umani.
È questo spread tra democrazia affermata e democrazia agita, di cui la situazione carceraria è emblematica concretizzazione, a richiedere pari rapidità e pari strumenti di quelli adottati per un altro spread: il governo ha infatti motivato il ripetuto ricorso a decreti per varare le sue riforme con l’urgenza che la situazione richiedeva; ora agisca con analoghi strumenti per affrontare quest’altra urgenza. Per esempio intervenga sulla legge sulle droghe, almeno per quei casi che la stessa norma definisce di «lieve entità» ma che tiene insieme a comportamenti illeciti ben più gravi, nello stesso articolo, con effetti iperpenalizzanti: renda autonoma dal resto tale previsione e, trattandosi di lieve entità, ne ridefinisca la conseguente sanzione. Anche perché il governo sa bene che la normativa sulle droghe rappresenta il nucleo delle cause dell’affollamento penitenziario. Intervenga poi, sempre con strumenti rapidi, urgenti, sulla rimozione di quelle norme che ostacolano l’effettivo accesso a misure alternative al carcere a detenuti che, sebbene condannati a pene non lunghe, ne sono preclusi in base al loro essere recidivi.
Non si obietti che tali provvedimenti avrebbero una dimensione politica e non tecnica: molti, forse tutti, i provvedimenti che sono stati “tecnicamente” adottati hanno una dimensione politica e spesso la dimensione politica è prevalente su quella strettamente tecnica. Il provvedimento sul lavoro ne è un chiaro esempio. Non si vede, quindi, perché non assumersi fino in fondo la responsabilità politica in questo settore sulla cui drammaticità tutti a parole concordano.
Altrimenti, le parole del Presidente rischiano di aggiungersi a una sorta di coro che ormai si sente un po’ ovunque e che è unito nel descrivere la gravità della situazione e del tutto dissonante nell’impegnarsi concretamente a risolverla. Proprio mentre le agenzie battevano il comunicato di Napolitano, al Senato si consumava la farsa tragica dell’ennesimo rinvio della legge per l’introduzione del reato di tortura, su cui tutti si erano dichiarati d’accordo in commissione. Un paio d’interventi di un ex vice-questore e di un ex prefetto, entrambi ora senatori, aprivano le danze del necessario approfondimento, dell’ulteriore discussione, del ritorno in commissione della legge. Il coro unanime si era così dissolto in un guazzabuglio di voci, in cui anche un illustre senatore che caldeggiava l’approvazione del provvedimento motivava la sua posizione e tranquillizzava gli oppositori dicendo che la norma era innocua perché «non potrà esserci occasione da parte della polizia per commettere nei confronti di un imputato il reato di cui stiamo discutendo (…) lo introduciamo solo per rispettare un impegno». Amen

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