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Dopo Monti... il montismo. Il futuro secondo Giavazzi
Sul dopo Monti se ne dicono di cotte e di crude. L’intero arco delle forze politiche è entrato in fibrillazione, ma ben poco si dice, e ancor meno di fa, per la costruzione di un programma alternativo in vista delle elezioni: senza il quale non ha molto senso strologare sull’alternativa al governo dei “tecnici”. Lasciamo da parte per un momento i presagi degli aruspici e le fantastiche costruzioni degli schieramenti a tavolino, e concentriamoci su un punto, che a ben vedere costituisce il nocciolo duro del problema: perché il “montismo” del dopo Monti è diventato l’obiettivo principale dei gruppi finanziari dominati, al punto tale che su di esso la Repubblica e il Corriere della sera tengono costantemente puntate le loro bocche da fuoco, come se fossero guidate da una sola unità di comando?
La risposta più chiara, nel momento stesso il cui la signora Merkel si è lanciata in un’invettiva contro i mercati (avendo forse intuito che la sottomissione della politica al potere del denaro equivale al suicidio), l’ha data sul quotidiano di Milano Francesco Giavazzi: perché il problema centrale dell’Italia è quello di «rassicurare i mercati». Di conseguenza, precisa l’esimio professore, i partiti dovrebbero approvare adesso una risoluzione parlamentare, da sottoporre poi agli elettori, in cui si impegnano a non cambiare nella prossima legislatura le scelte fondamentali del governo attuale. Si tratterebbe, conclude soddisfatto, di un vincolo «incomparabilmente più forte (e dignitoso) di qualunque coercizione esterna».
Giavazzi mette poco elegantemente i piedi nel piatto, ma così facendo - rendiamogliene merito - rende evidenti tre verità: che le elezioni, in questa visione, sono un esercizio inutile (per quale motivo dovrebbero andare a votare i cittadini, se non possono cambiare le immutabili scelte del governo?); che gli interessi dei mercati – come Guido Rossi non si stanca di ripetere – sono inconciliabili con i principi della democrazia; che ai mercati (come avevamo previsto) piace il governo Monti, al punto tale che lo vorrebbero rendere immortale. Ma, se così stanno le cose, è evidente che una reale alternativa si costruisce non dando continuità alla sue scelte, bensì rovesciandole.
Il nodo politico che si presenta per il dopo Monti è dunque quello non di rassicurare i mercati, ma di lottare per contrastarli, indebolirli e metterli sotto controllo, riducendone via via il potere. Questo è il vero nodo politico e programmatico, che richiede un programma alternativo e un ampio schieramento sociale che lo sostenga. Dopo le sceneggiate farsesche del Cavaliere, cosa hanno fatto queste persone serie che ci governano, se non offrire continue garanzie ai mercati, nel tentativo di rassicurali in ogni modo?
Le pensioni, l’articolo 18, lo smontaggio dei diritti e del welfare. E poi la manomissione dei beni comuni e dei servizi, la doppia libertà a Marchionne: di espellere la Fiom e di mandare a picco l’industria italiana dei trasporti... L’elenco delle garanzie offerte ai mercati è lungo, del resto si tratta di cose note. E tutto ciò nel segno dell’ingiustizia, che ha accresciuto disuguaglianze intollerabili, come dimostra l’esenzione fiscale dei grandi patrimoni immobiliari e finanziari, a fronte della tassazione massiccia dei piccoli proprietari con l’Imu. Non sarebbe giusto che il 10 per cento degli italiani che detiene oltre il 45 per cento della ricchezza del Paese paghi le tasse nella stessa proporzione?
E non sarebbe stato necessario che le banche, le quali hanno ottenuto dalla Bce fior di miliardi al tasso dell’uno per cento, li avessero investiti nell’economia reale per l’innovazione, la crescita dell’occupazione e la tutela dell’ambiente, invece di rilanciare l’attività speculativa? I mercati sono stati rassicurati. Si sono arricchiti, e sono diventati ancora più arroganti e aggressivi. In compenso l’economia reale è andata a picco, insieme alla vita di milioni di italiani, tra precarietà, disoccupazione e degrado ambientale, con gravi rischi per la democrazia e la tenuta del Paese. È questa spirale perversa che occorre spezzare. Ma con quale prospettiva?
Quella offerta dal Pd appare debole e confusa. E azzardata è l’affermazione, ripetuta dal direttore de l’Unità, secondo cui il governo Bersani è la sola alternativa possibile. L’esperienza dovrebbe insegnare che non è buona regola fare i conti senza l’oste. Ma poi, dove sta scritto che si vuole operare una cesura netta con le scelte imposte dai mercati, dopo averle in toto condivise? Non nella Carta d’intenti del Pd, peraltro caduta nel vuoto, che su questo aspetto decisivo non fa luce. E neanche nei comportamenti concreti: non si può sostenere che la visione del Pd «assume il lavoro come parametro di tutte le politiche» e poi scegliere Marchionne e non la Fiom, e addirittura escludere dai propri dibattiti sul lavoro - con un comportamento fazioso senza precedenti - il più combattivo e rappresentativo sindacato operaio di questo Paese.
Ma non siamo ancora al cuore del problema, giacché non è pensabile una politica alternativa a quella imposta dai mercati se non si rimuovono i vincoli che, con il pareggio di bilancio in Costituzione e il Fiscal compact, predeterminano le scelte di governo per una ventina d’anni, soffocando il Paese. Che ne dice Nichi Vendola, principale alleato di Bersani? Come si fa ad annunciare un mondo nuovo, se non se si spezzano i vincoli che lo rendono impossibile? Il fatto è che il rapporto tra Vendola e il Pd appare contraddittorio, e all’esterno persino poco comprensibile.
Non esiste tra il Pd e Sel un programma comune sottoscritto, e neanche un accordo per la formazione del governo. Nonostante ciò, il presidente di Sel partecipa alle primarie (se si faranno) con un altro partito per la designazione del capo del governo, che in teoria dovrebbe spettare alla forza politica maggiormente rappresentativa. Vendola afferma che con Casini non vuole avere niente a che fare. Ma nello schema di Bersani, il quale oppone una pregiudiziale anti Di Pietro che Vendola considera invece un alleato, prima si fa l’accordo elettorale con Sel e poi l’accordo di governo con l’Udc. Non ci si rende conto che con questi metodi muore la credibilità della politica, e della sinistra rimane solo il fantasma?
Cosa aspetta Vendola ad uscire dal recinto della vecchia politica? Compia un atto veramente innovativo e prenda parte a un confronto programmatico a tutto campo, che coinvolga l’insieme delle forze di sinistra, i movimenti, tutti coloro che sono disponibili: con lo scopo di dare vita non all’ennesimo raggruppamento autoreferenziale ma a un’alternativa reale, capace di pesare nella società e nelle scelte di governo. Questa oggi è la via maestra della sinistra.
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