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«Col fiscal compact mai al governo». Intervista ad Alfonso Gianni
Tra la sinistra e il Pd c'è il fiscal compact: Alfonso Gianni spiega a Ombre rosse la ragioni che, per la prima volta, hanno articolato il dibattito dell'assemblea nazionale di Sel fino a produrre una votazione differenziata sul documento finale. E' accaduto lo scorso 31 agosto ma la questione dell'alleanza di Sel col Pd è un tema caldissimo dentro e fuori il soggetto politico scaturito dalla scissione post Chianciano. Alfonso è uno dei componenti dell'assemblea nazionale di Sel, proveniente da Rifondazione - che contribuì a fondare - e, nell'ultimo governo Prodi è stato sottosegretario allo Sviluppo economico.

Credi che sia possibile una sinistra di governo efficace dentro un contesto segnato dal fiscal compact?
Se quel Trattato non viene modificato la risposta è No. Impossibile esercitare un'azione di governo nel contesto segnato da regole soffocanti e da meccanismi automatici di punizione. Impossibile non solo promuovere un nuovo modello di sviluppo, che dovrebbe essere l'ambizione della sinistra, ma perfino adottare elementari meccanismi keynesiani. Ma questa risposta non deve essere paralizzante. Nella nostra assemblea è stato detto che il tema della ricontrattazione o del superamento del fiscal compact deve essere il primo punto di un programma. La sinistra può stare in un governo ma deve porsi immediatamente il problema di quel superamento.

La controprova di questo ragionamento sembra essere la vicenda di Hollande che, tra l'altro, ha appena gelato le speranze No Tav...
Hollande ha vinto le elezioni con un programma di sinistra, anche perché era incalzato da un programma ancora più di sinistra del Front de Gauche. Ma ha subito smentito la promessa di non accettare i dictat europei. Appena eletto s'è affrettato a dichiarare che il Parlamento avrebbe rispettato quei vincoli sebbene non siano inseriti come da noi nella Costituzione, cosa che infatti non è obbligatoria. Ora la stampa francese sembra concorde nel descrivere uno scenario fatto di riforme rimandate e la tassazione delle grandi ricchezze, se mai ci sarà, sarà una tantum. Nè si parla più di riduzione dell'orario di lavoro e il gradimento di quel governo, in pochi mesi, è già sceso del 5%. E Hollande, con la Merkel, prende a schiaffi la Grecia, poi si incontra con Monti e ci regala la Tav e converge su un'interpretazione di destra delle politiche europee. Ora è la Francia che appoggia l'Italia dentro un ambito conservatore non, come avevamo sperato, il contrario, ossia che Hollande all'Eliseo avrebbe influenzato Monti.

Qualcuno sostiene che il fiscal compact è così drastico che non verrà mai applicato davvero.
La storia del Novecento è piena di cose assurde applicate in pieno e anche se fosse come dicono loro la cosa non assolve chi l'ha voluto. La modifica del fiscal compact è il baricentro di una politica per l'alternativa senza il quale non avrebbe senso parlare di sinistra di governo e neppure di opposizione.

Dunque è il montismo la posta in gioco di chi persegue lo schema "alle urne con Vendola, al governo con Casini"?
Casini è chiarissimo, forse è l'unico in questa fase, nel dire che si debba assicurare la continuità del governo Monti anche perché, con qualche ragione, ritiene che questo esecutivo sia un suo risultato da capitalizzare. Bersani continua a ripetere che, dopo la parentesi tecnica, la parola debba tornare alla politica. Ma Monti è stato il governo più politico degli ultimi anni! Ha cancellato l'articolo 18, manomesso il sistema pensionistico, ha inserito il fiscal compact nella Costituzione. E il Pd non ha subito queste mosse, le ha perseguite. Tempo fa, in un convegno al Senato, alcuni di noi hanno rivolto un appello alla Finocchiaro perché i senatori del Pd non assicurassero alla costituzionalizzazione del fiscal compact quella maggioranza di due terzi che rendesse impossibile il ricorso a un referendum popolare. Volevamo che la questione diventasse un grande tema di discussione nella società. La sua risposta fu una inequivocabile rivendicazione di quella scelta. Ecco perché, con alcuni compagni (Fulvia Bandoli, Parisi, Bia Sarasini), ho voluto porre la questione all'assemblea nazionale.

Voi chiedete che la questione sia discussa prima delle primarie.
Il senso è: facciamo di tutto perché sia possibile uno schieramento vincente ma non a qualsiasi prezzo. Il superamento del fiscal compact deve essere un elemento di chiarezza preventiva, non può essere demandato alle primarie perché serve proprio a perimetrare una coalizione. Le primarie, infatti, non sono di partito e, se si partecipa su posizioni diametralmente opposte, la carta di intenti del Pd impone che dopo non si possa disturbare il manovratore . Le primarie di questo tipo restringono, anziché dilatarla, la democrazia. Noi crediamo che le politiche economiche dei prossimi vent'anni siano un elemento discriminante per una coalizione.

All'assemblea nazionale è finita 157 a 8 a vostro sfavore. Partita chiusa?
Il risultato è schiacciante ma è la prima volta che questa assemblea manifesta un dibattito vero e si evidenziano posizioni diverse. Il documento finale non è lo stesso testo iniziale e lo stesso Vendola, dopo quell'assemblea, è molto più duro nelle dichiarazioni sull'Udc. Anche la sua adesione al comitato referendario per l'articolo 18 non era scontata in partenza. Ma la cosa più importante è che l'assemblea nazionale sia stata preceduta da molte prese di posizione di strutture locali che chiedono più dibattito e partecipazione.

E poi ci sarà l'autoconvocata del 30 settembre a cui tu hai aderito.
Anche quella iniziativa è significativa della volontà di protagonismo che pervade Sel.

Intanto le elezioni in Sicilia e la raccolta di firme per i referendum sul lavoro vedranno al lavoro, e insieme, Sel, Rifondazione e l'Idv. E' una novità importante?
Certo che sì, farà bene a tutti per rompere i meccanismi di autoreferenzialità del ceto politico di sinistra, perché quel lavoro metterà al primo posto obiettivi e idee in un rapporto diretto con i territori, è di questo che abbiamo bisogno per ricostruire un senso di sinistra che s'è andato perdendo sia per errori “secolari" sia perché l'avversario, il neoliberismo, è stato capace di egemonia culturale. E, per ripartire insieme, non c'è nulla di meglio del tema del lavoro.

A movimentare il dibattito estivo è stata anche l'indiscrezione di una confluenza di Sel nel Pd subito dopo le elezioni.
Nessuno lo ha scritto, dichiarato, detto: mi attengo alle espressioni pubbliche della volontà delle persone. Ma all'assemblea s'è affacciato il tema se, in una situazione creata da una nuova legge elettorale, ci si debba presentare in un listone unico col Pd. Credo che sarebbe un'annessione, l'inizio della fine del progetto politico di Sel. Un'esperienza che, personalmente, già ho fatto col Pdup nel Pci, solo che noi eravamo all'1,5% e il Pci al 34%. Come tutti sanno la presenza del Pdup nel Pci non sortì alcun effetto sulla linea di quel partito, se non il ruolo di quei compagni - anni dopo - nella nascita del Prc.

All'opposto, invece, c'è chi si pone il problema di costruire una coalizione di sinistra più radicale, una Syriza italiana.
Continuo a interpretare la vicenda di Sel come la necessità di una sinistra moderna che superi le distinzioni novecentesche tra massimalisti e riformisti, che non abiuro, ma che ritengo datate. Penso a una sinistra inclusiva con varie opzioni ma dotata di radicalità e radicamento sociale e culturale. E questa sinistra a cui penso in nessun modo è rappresentata da un Pd che aspira ad essere una moderna forza centrista di stampo anglosassone. Non dobbiamo pensare a una somma Vendola più Ferrero anche se bisogna partire da quello che c'è, costruire un centro di iniziativa, di pensiero e azione senza dipendere dall'attesa messianica di una rottura nel Pd. Bisognerebbe che dentro questa sinistra radicale cadano le pregiudiziali di chi vuole andare ad ogni costo al governo e di chi voglia sempre tenersene fuori. Penso alla storia del Pci che riuscì a influenzare i governi pur stando sempre all'opposizione: l'unica stagione davvero riformista di questo paese è stata tra la fine degli anni '60 e la fine dei '70.
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