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«Il bipolarismo è finito». Il punto con Marco Revelli

Marco Revelli è uno degli intellettuali più noti della sinistra italiana, una mente originale al di fuori dei partiti. Titolare della cattedra di Scienza della politica presso l’Università degli Studi del Piemonte Orientale “Amedeo Avogadro” e tra i fondatori del movimento ALBA (Alleanza Lavoro Benicomuni Ambiente), si è espresso favorevolmente nei riguardi della candidatura di Claudio Fava, esponente di Sel, alla presidenza della regione Sicilia, sostenuta praticamente da tutti coloro che oggi non appoggiano il governo Monti, ad eccezione della Lega ovviamente.

Come valuti questa candidatura?
Sono convinto che questa scelta sia un modo adeguato per rispondere all’emergenza democratica che in Sicilia è particolarmente evidente e drammatica. In quella regione assistiamo davvero alla bancarotta dei principali partiti del nostro sistema. Ovviamente parlo di una bancarotta bipartisan che lascia aperta davvero una gravissima questione democratica, la quale per la prima volta nella nostra storia repubblicana riguarda entrambi i poli tradizionali del nostro sistema politico, centro-destra e centro-sinistra. Il Pdl e il Pd passando attraverso la cerniera particolarmente inquietante dell’Udc. Da una parte abbiamo, con tutta evidenza, la maggioranza che in campo nazionale sostiene Monti e che lì, veramente, ha fatto appunto bancarotta. E, più in generale, assistiamo al fallimento di tutto lo schieramento ufficiale della cosiddetta Seconda repubblica. Quella di Fava è invece una candidatura creata intorno ad una figura di indubbio prestigio morale e politico, che ha il percorso che tutti conosciamo, e certamente ha la capacità, e lo dico in modo un po’ brutale, di non ripetere l’esperienza negativa della Sinistra arcobaleno. Credo che quello sia un modello da cui fuggire, un assemblaggio realizzato attraverso trattative di vertice, con una laboriosissima spartizione fatta con il bilancino di un programma che poi non vincolava nessuno. Scegliere Fava non è invece la ripetizione di quell’esperienza lì che fu invece un mero assemblaggio di sigle minoritarie. C’è ora la possibilità di offrire un’occasione di rappresentanza ad una grande fascia di elettorato potenziale. Che non si arrende a questo fallimento, e che, nonostante tutto, si spera continuerà ad andare a votare.

Quanto può essere trasferibile a livello nazionale questa esperienza siciliana?
Si tratta di una bella scommessa. Certo, il caso siciliano è un caso limite dovuto al fatto che abbiamo assistito durante il ventennio berlusconiano ad una sorta di monopolio del potere da parte del centro-destra con una commistione tra politica bipartisan, affari e criminalità organizzata. Insomma ci sono dei tratti specifici. Però c’è un aspetto che a me sembra comune con quanto riscontriamo nell’intero territorio nazionale. Ed è cioè quel fenomeno che Ilvo Diamanti ha definito benissimo in un articolo che, se non sbaglio, era intitolato “Il paese sparito”. Ed era riferito al fatto che le mappe, che la topografia politica di questi venti anni che abbiamo alle spalle, sono ormai obsolete. Sono mappe superate, come quelle geografico-politiche che riportano ancora l’esistenza dell’Urss o della Jugoslavia. Come se nel 1870, diceva Diamanti, si consultassero ancora le mappe di venti anni prima, con staterelli o granducati vari e così via. Davvero quello che si sta verificando è un enorme terremoto, nel quale appunto quello che era il sistema politico di ieri non c’è più. Ricordiamoci le follie, che allora pochi riconobbero come tali, di Veltroni nel 2007, quando lanciò l’idea di un partito, come divenne poi il Pd, a vocazione maggioritaria ed egemonica, a cui faceva simmetria il predellino del Pdl. Entrambi avrebbero dovuto egemonizzare l’elettorato di destra e di sinistra. Beh, oggi quel bipolarismo egemonico, oppure tripolarismo mettendoci dentro anche l’Udc, rappresenta poco più della metà di coloro che dichiarano di avere un’intenzione di voto. E quindi intorno al 40% del corpo elettorale, degli aventi diritto. C’è un restante 60% che non si riconosce nelle tre forze dell’Italia politica ufficiale. C’è uno spazio immenso di delusione, di disillusione, in qualche caso di rabbia, nei casi peggiori di rassegnazione, ma comunque c’è una parte maggioritaria di elettorato che non si riconosce, come dicevamo, nell’intero sistema politico della Seconda repubblica. E questa la sfida che io vedo interna all’esperimento siciliano, mi auguro un’anticipazione di quello che potrebbe accadere nel 2013 alle politiche italiane.

I timori sono comunque tanti. Abbiamo ricordato l’esperienza negativa della Sinistra arcobaleno e della necessità di evitare il ripetersi di quella vicenda. E tuttavia sappiamo benissimo come persistano all’interno dei singoli partiti gelosie, particolarismi, insomma più di un possibile ostacolo alla realizzazione a livello nazionale dell’esperimento siciliano. C’è questa volta però una forte realtà di base che ci auguriamo faccia prevalere l’interesse generale a quello particolare. Marco Revelli a riguardo è ottimista?
Sono possibilista. Quella che hai descritto è la malattia mortale della sinistra italiana. Il culto della propria microidentità, questa costruzione dei recinti burocratico-organizzativi che riproducono un ceto politico, questo differenziarsi per sigle. E’ veramente quello che ci ha portato alla rovina. E’ un altro modo di navigare con mappe vecchie. Che ci porta sugli scogli. Se le micro formazioni e il micro ceto politico hanno il coraggio e l’umiltà in qualche modo di rimettersi in discussione, di fare un passo indietro, di non ritenere di essere l’ombelico del mondo, di guardare alla prateria che hanno di fronte piuttosto che all’alberello che hanno innaffiato fino ad oggi, se c’è insomma un salto di qualità nello stile di far politica, allora io credo che non tutto sia perduto.

Ultimissima cosa, un tuo parere su Liberazione, che come sai da gennaio non esce. I giornali possono avere ancora un ruolo nel nuovo scenario che abbiamo descritto?
Io sono uno di quelli che sente la mancanza di Liberazione. E credo che quel patrimonio di esperienza politica e giornalistica intanto potrebbe, e in qualche modo lo fa già, avere con ancora più energia un enorme ruolo nella rete. Io scommetterei molto su questo tipo di comunicazione, anche come forma di raccolta fondi e non solo come strumento di connessione di questo arcipelago. C’è un enorme bisogno di voci agili, veloci, facilmente accessibili. E a riguardo forse anche la forma giornale fa parte un po’ delle vecchie mappe.

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