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«In Sicilia la storia può cambiare». Parla Claudio Fava, candidato alla guida della Regione

Giornalista, scrittore e sceneggiatore, ma anche diessino dissidente e fondatore di Sinistra Democratica, poi passato a Sel. Ricordato per film come “I Cento Passi” di Marco Tullio Giordana, ma anche per il suo lavoro da relatore nella Commissione d'inchiesta del Parlamento Europeo sulle "extraordinary renditions" della CIA, che gli è valso il premio dell'Economist come eurodeputato vinto proprio mentre il suo partito dell'epoca, i Ds, salvava dall'arresto gli agenti Cia e copriva i loro complici italiani. Claudio Fava, non ha mai avuto paura di rompere schemi prestabiliti o andare controcorrente. Quest'estate, spinto da una serie di intellettuali siciliani e non, si è candidato alla guida della Regione Sicilia. Nel corso delle settimane, attorno alla sua candidatura si sono strette Sel, Idv, la Fds, il movimento di Rita Borsellino e la rete che ha fra i suoi massimi esponenti Nando Dalla Chiesa. «Un'operazione di rottura culturale», l'ha definita Fava con un Pd, crollato secondo i sondaggi Ipsos di fine estate, all'8% ma che persevera nella linea di continuità con il centrodestra di Lombardo, la cui Giunta ha appoggiato negli ultimi mesi di legislatura. Quello stesso Raffaele Lombardo, ex presidente di una Regione Sicilia sull'orlo del default, costretto a dimettersi perché rinviato a giudizio per concorso esterno in associazione mafiosa ed erede diretto di quel Totò Cuffaro condannato a sette anni per mafia e tutt'ora in carcere.

Come nasce questa candidatura?
Questa candidatura nasce dall'idea che questo è il tempo delle responsabilità, responsabilità che sono di tutti. È il tempo della necessità di comprendere che la storia può cambiare in Italia, come in Sicilia. Possiamo archiviare una lunga stagione di politiche oscure, opache, ma tutto questo non passa attraverso l'esercizio sterile della speranza o dell'attesa di soluzioni messianiche, ma attraverso la costruzione di un progetto politico e di governo, un'alternativa proposta e praticata e dunque anche attraverso una candidatura alla presidenza della regione Sicilia che questa alternativa, questa proposta di governo la sappia interpretare assieme ai siciliani.

In che contesto si svolgono queste elezioni in Sicilia?
Oggi in Sicilia c'è un sistema dominante che perde pezzi, che implode, che non è più capace di esercitare il potere che ha accumulato negli anni perché la cinghia di distribuzione si è rotta, la capacità di alimentare le clientele si è inceppata, dunque ha perduto non solo credibilità, ma anche capacità di garantire e aumentare il proprio consenso. Il contesto è quello di una linea di frontiera esilissima: da una parte c'è la rassegnazione, dall'altra l'istinto di ribellione e di voglia di futuro. Ed è su questo fronte che cui noi stiamo cercando di costruire la nostra proposta. Ci troviamo in un contesto straordinario che si pone adesso nella storia della Sicilia, ma anche la storia d'Italia. Non è difficile rendersi conto di come fino a qualche anno fa il contesto fosse strutturalmente differente: i comitati d'affari erano forti e consolidati, governavano e gestivano la cosa pubblica. Ma questa nuova situazione non è a tempo indeterminato: fra un anno, se questa svolta non sarà maturata e insediata nei luoghi del governo, i comitati d'affari torneranno a governare. Questo è il tempo di un cambio di passo, però occorre anche una disponibilità delle donne e degli uomini di questa terra a crederci. Un processo di liberazione non è solo un voto o un candidato da votare, è un atto di consapevolezza e responsabilità politica pesante, importante, che deve essere anche destinato a durare.


In questa rottura della cinghia di trasmissione fra classe dominante e partiti tradizionali di riferimento, si può inserire chi fino ad ora ha solo dovuto subire?
I clienti, gli obbedienti, quelli che sono stati costretti a considerare la politica un atto servile, di obbedienza, di subalternità si sono sentiti traditi, umiliati da chi li aveva illusi, ma io non credo che oggi in Sicilia ci sia solo un voto di opinione, ma anche un voto di caparbia disperazione di un popolo che votò Raffaele Lombardo con quasi l'80% di consensi. Se questa Sicilia, che ha capito di essere stata umiliata, tradita, svenduta, scambiata nel mercato degli affari e delle promesse, sceglie di dare portata propositiva a questo disagio profondo, l'intera regione diventa una grande massa rivoluzionaria. E senza ricorrere alle baionette ma ai sentimenti. Lo dico pensando ai Fasci Siciliani, a Portella della Ginestra, alla stagione delle lenzuola a Palermo, alla primavera siciliana. Lo dico pensando a tempi in cui la grande protesta sociale diventa progetto politico. Questa è la possibilità che abbiamo.

La proposta di governo di Claudio Fava per dare delle risposte a questo profondo malessere presente nella realtà siciliana, qual è?
Trasformare l'unico modello di sviluppo che abbiamo avuto, basato unicamente su una spesa pubblica improduttiva destinata ad alimentare clientele e consenso, in un sistema che sappia mettere a frutto le vere risorse della Sicilia, che sappia fare del territorio e delle competenze che ci sono uno straordinario volano di sviluppo. Risorse come la cultura, il patrimonio ambientale, questo mare che è il vero ponte di cui abbiamo bisogno verso il Mediterraneo, a differenza di quello sullo Stretto di Messina, devono diventare gli elementi fondamentali su cui basare l'economia regionale. Bisogna partire da quello che è stato sempre negletto, considerato spesa improduttiva.

A proposito di economia, da Termini Imerese alla Wind Jet, solo per fare alcuni esempi, la Sicilia è stata probabilmente uno dei luoghi in cui lo smantellamento dello scheletro industriale italiano ha avuto conseguenze sociali più devastanti. Come invertire la rotta?
Tornando ad avere cura del valore del lavoro, che vuol dire avere una politica industriale, dar vita a un governo regionale che recuperi la propria autorevolezza e la legittimazione ad essere parte in causa di questi processi. Il governo Lombardo ha lasciato trascorrere tre anni prima di scoprire che Termini Imerese stava per essere chiusa. Tre anni di preavviso non sono bastati all'ex Giunta nè per aprire una vertenza politica seria con la Fiat, nè per trovare un eventuale interlocutore per un progetto di riconversione industriale che considerasse altri cicli produttivi. Tutto questo naturalmente si paga, come si paga l'idea che l'unica fonte di sviluppo per il territorio siciliano possa essere la servitù: le trivellazioni, le rigassificazioni, il Muos (Mobile User Objective System, il mega impianto di telecomunicazioni satellitari imposto dagli Usa) di Niscemi, rappresentano la distruzione del territorio in cambio una manciata di posti di lavoro. Tutto questo è il risultato della totale assenza di un pensiero e di una strategia politica, ed è il prezzo più alto pagato dai siciliani, che si accompagna a qualcosa che oggi forse ancora non abbiamo contabilizzato ma saremo obbligati a farlo in futuro. Il Muos di Niscemi è il più grande impianto di radiofrequenze del Mediterraneo, ha una ricaduta certamente negativa sulla salute di un'intera comunità, e tutto questo viene autorizzato e ripagato con pochi spiccioli. Magari fra dieci anni scopriremo nella stessa zona un picco delle malattie tumorali e che abbiamo ceduto a un ricatto senza rendercene conto.

Un altro punto dolente delle ultime amministrazioni siciliane, e in particolare di quella Lombardo, sembra essere quello della legalità e del contrasto all'infiltrazione mafiosa. Al di là delle dichiarazioni di prammatica, da parte dell'ultima Giunta Lombardo, non sembra ci sia stato un particolare impegno sul tema...
Assolutamente no, al contrario hanno scelto di esprimere un modello politico basato sul senso di impunità, riconosciuta e garantita. Lombardo se ne va via per graziosa concessione quando si dimette, e non perché cacciato via da una mozione di sfiducia perchè rinviato a giudizio per atti gravissimi. Un emendamento che chiede alla regione di non indicare gli imputati per mafia nei cda delle società partecipate, viene bocciato a voto segreto dalla grande maggioranza dei deputati regionali. Noi siamo convinti che la lotta alla mafia si faccia non solo attraverso il sistema normativo, ma anche attraverso alcuni comportamenti netti, rigorosi e simbolici che fanno capire da che parte si pone la politica nella lotta alla mafia.

Quanto è difficile parlare di legalità in Sicilia in un contesto di crisi economica in cui le mafie rischiano di essere gli unici soggetti con liquidità a disposizione?
La mafia crea sottosviluppo, crea capitale parassitario nelle mani di pochi, una forma di capitalismo spregiudicato e infame perché crea obbedienza e un'economia sottomessa, ma allo stesso tempo è un'economia che ha potuto continuare a costruirsi senza trovare alcuna opposizione dalla politica. E' necessario spiegare ai siciliani che la lotta alla mafia è uno straordinario punto di convenienza economica e civile per tutti. La spesa improduttiva legata al controllo dei subappalti, del movimento terra, dell'affitto dei grandi macchinari, attraverso i quali passa ogni commessa pubblica è uno spreco di risorse che incide anche sul tessuto sociale ed economico. L'assenza di libertà diventa poi obbedienza dovuta, mancanza di spirito critico, sottomissione culturale di un intero popolo che produce anche una devastazione sociale. Un popolo che non capisce, che non sa, che non può ribellarsi, che deve obbedire è condannato alla miseria a prescindere dai conti che presenta la giunta regionale perché c'è una miseria complessiva che non potrà che manifestarsi anche nella vita materiale. La lotta alla mafia va fatta anche con dei modelli di comportamenti che si da un governo regionale. Costituire una stazione unica appaltante - ad esempio - per la spesa del servizio sanitario è un modo per trasferire trasparenza al mercato della sanità e allo stesso tempo garantire qualità e diritto alla salute per i siciliani.

La Sicilia, nella storia d'Italia, sembra essere stata sempre un laboratorio delle politiche che sono poi state sperimentate su scala regionale e locale. Nel dopoguerra con la Dc, nei primi anni dell'era Berlusconi con il record 61 su 61, ma anche con la nascita dei movimenti regionali esaminata poi da nelle indagini del giudice Scarpinato. Oggi, la Sicilia potrebbe essere il laboratorio di un esempio positivo?
Assolutamente si. La Sicilia può diventare il laboratorio politico che dimostra che la cultura della mediazione non paga. La costruzione di un'alternativa passa attraverso il rigore di alcune proposte e la coerenza di un'alleanza passa anche attraverso il non raccogliere all'interno di quest'alleanza chi ha rappresentato il malgoverno di questi anni. Dimostra che la coerenza in politica ha un valore perchè serve a governare bene. Ma soprattutto è la prova che la sinistra non è più una risorsa di testimonianza ma è un progetto di governo e di liberazione.

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