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ETIMOLOGIA DEL SALISCENDI DI MONTI
Si recita a soggetto. È il gioco delle parti tra chi in politica è «sceso» e chi invece pretende di «salirvi». E non si tratta solo delle ambizioni malate di quanti esaltano nel potere anche ciò che il potere disprezza. In discussione sono le sorti della democrazia e la formazione dei nostri giovani.
Ogni scienza ha i suoi limiti. Attendersi che un economista si orienti tra le ragioni dantesche del De Vulgari eloquentia e del Convito sarebbe veramente troppo. Monti, poi, che si sente chiamato a una missione, non sfugge a una regola quasi universale: misura se stesso col metro con cui «misura le sue cose» e si pensa «magnanimo», sicché non solo «fa minori gli altri più che non sono», ma si sopravvaluta. Troppo «inglese» per curarsi della lingua materna, parla, direbbe Dante, il volgare peggiore: «Quello che suona sulla lingua meretrice di questi adulteri».
Il verbo salire, ultima evoluzione dell'arcaico «saglire», indica propriamente un movimento graduale e progressivo verso l'alto. C'è chi sale per l'erta e chi lo fa nel senso affine e prosaico di montare: su un treno, su un albero, su una nave, su un muricciolo... Immagini di un atto reversibile, legato strettamente all'idea di scendere. Chi sale a cavallo di norma ne scende e talvolta rovina in caduta. Non diversamente accade per un albero o un muro. C'è, quindi, un punto fermo e - a rigor di logica - un moto alternato che si fa saliscendi e, se esasperato, ha i ritmi della comica finale. Un palombaro sale, ma certamente è sceso; se poi scende e non sale, sarà per disgrazia, sicché la comica finale s'è fatta tragedia.
Salire non ha valenza qualitativa, se non quella dell'uso figurato e assai poco repubblicano del salire in trono o sulla cattedra di Pietro. È vero, c'è un'idea di eminenza e qualità morale e intellettuale in quel «salire in cattedra», che è, tuttavia, molto spesso sottilmente ironico e poco solenne, perché vuol dire «strafare» o «montarsi la testa».
Al cielo salgono i santi; al cielo, vuole un'iperbole, salgono le urla e c'è chi crede che l'anima salga in paradiso o scenda all'inferno. Chi non crede d'avere un'anima muore per suo conto senza salire o scendere, ma nessuno troverà che in quest'immobile stato dell'uomo ci sia da cercare una qualità o una vergogna. C'è infine un saliscendi quantitativo: sale a volte la febbre, nel senso che aumenta e ci si sente male, scende, ovvero diminuisce, e si dovrebbe star meglio. Sale la popolazione, sale il bilancio delle vittime, salgono le tasse per la povera gente e qui non conta niente se alla politica è giunto qualcuno salendo o scendendo: l'equità sta romai ai governi, come la giustizia sociale alla legalità.
In politica non si sale e non si scende. In politica si entra o meglio ancora, alla politica ci si «dà»: le si regala se stessi. Per farlo, in una repubblica parlamentare, ci si presenta alle elezioni e si domanda umilmente un voto su un programma vincolante.
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