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Genealogia di una democrazia in regime di libertà vigilata

Riproposta dall'editore Mimesis la «Critica della tolleranza» di Herbert Marcuse

Scritto dal filosofo tedesco negli anni Sessanta, rivela l'attualità nel fornire una chiave di lettura critica del sistema politico Un breve, ma denso scritto che svela il legame pericoloso tra verità e giustizia nel «tardocapitalismo» «Ad ognuno di noi la teoria e la pratica oggi prevalenti della tolleranza si sono rivelate dopo attento esame essere nient'altro che maschere ipocrite per coprire realtà politiche spaventose». Questo scrivevano Wolff, Marcuse, Moore jr in Critica della tolleranza, pubblicato nel 1968 nella imprescindibile collana del Nuovo Politecnico Einaudi.
A rileggere oggi le pagine del filosofo di Francoforte Herbert Marcuse, autore di Eros e civiltà e L'uomo a una dimensione, rieditate da Mimesis (Critica della tolleranza, pp. 48, euro 3,90) si prova stupore e rabbia insieme. Grande sorpresa per ciò in cui errava la scuola di Adorno e Horkheimer quando indicava nella tecnica lo strumento di oppressione totale e di omologazione nella società dei consumi. Ma grande rabbia per la lezione di teoria data dagli «eretici» della rivoluzione europea, la cui eredità non è stata raccolta, è stata anzi distrutta negli anni della cosiddetta modernizzazione italiana, in nome della poderosa avanzata dei «diritti proprietari». I residui spuri di quell'atto di sovversione del pensiero, in cui capitalismo e Stato si mostravano come gli equivalenti generali dello scambio ineguale tra imperialismo e sottosviluppo, borghesia e proletariato, autonomia ed eteronomia della politica, sono stati sotterrati senza ritegno dai critici dei media informatici in nome della decrescita. Gli stessi che addebitano al Sessantotto e al Settantasette la produzione dell' ignorante e buffonesco liberismo in cui abbiamo vissuto gli ultimi trent'anni.
Si può combattere questa ignobile cultura comune. Basta evitare toni e argomenti tolleranti, indici della consapevolezza di una sconfitta per la quale non si finisce mai di pagare. Perchè la tolleranza che accompagna le democrazie repressive, al di qua della «sconfitta» racconta la parabola delle società «affluenti» dei novecenteschi anni Sessanta, trasfromate in territori della libera repressione costituente. Banalmente si potrebbe utilizzare il concetto di tolleranza per verificare ex-post lo stato attuale dei movimenti studenteschi, precari e cognitari, criminalizzati e repressi proprio perchè praticano riappropriazione di tempi e luoghi che la tollerante libertà del capitalismo ha precipitato nella devastante crisi finanziaria. In maniera più articolata e complessa la critica della tolleranza è utile oggi non tanto per sondare l'interno dei movimenti occupy, precari e studenteschi, quanto l'esterno dei conflitti per i beni comuni. Cioè il rapporto con i media, la «gente», l'opinione corrente, secondo cui una pluralista sobrietà post-populista sarebbe in grado, al pari dei sacrifici materiali, della non violenza e delle mediazioni istituzionali, di dileguare l'esteso sentimento impolitico.
Se non che Marcuse, ma Lenin prima di lui, annota che pluralismo e tolleranza sono la faccia sobria della violenza primigenia dello Stato in una società di classe, quella in cui la neutralizzazione delle differenze sociali si esprime nell'indifferenza di fascisti e comunisti, socialismo e democrazia, imperialismo e colonizzazione. La logica del «ma anche» è la parte di senso comune che emerge dal fondo melmoso della pacificazione sociale, il cui atto costitutivo è, prima della criminalizzazione della sovversione, quella del pensiero che sovverte, cioè il fondamento ineliminabile dell'antagonismo. La lezione di Marcuse consiste nel rintracciare una genealogia delle idee democratiche come idee conflittuali da opporre a Stuart Mills e alla deduzione della rivoluzione dalle idee liberali. Sbaglia chi tenta di estrarre dal liberalismo uno o più elementi di teoria critica. O di imbastire un nuovo abito antagonista sul solleticante principio della libertà per tutti. Invece, il movimento di costruzione di alternative al presente non può che avere a fondamento autonomia e prassi di soggettivazione in cui coagulano rapporti sociali e rapporti di produzione, su cui vigono una certa idea di libertà e uno sporco pluralismo.
Nell'orizzonte di legittimazione dei soggetti antagonisti la lettura di Marcuse è utile perché mette al centro della teoria la costituzione politica come produzione di desiderio, cioè come costituzione di un «sé collettivo» che inizia con la psiche di Freud e finisce con la critica di qualsiasi «terapeutica» individuale che non tiene conto dell'essere sociale, cooperativo, linguistico. Qui si mostra in tutta la radicalità una nuova filosofia, che, a differenza dei marxismi ortodossi delle sinistre vecchie e nuove, fa comparire l'intreccio inestricabile di prassi singolare e collettiva, psiche repressa e intelletto cooperativo. Impedire il confronto tra idee se una delle due è stupida e sobriamente travestita da verità, è benefica prassi, «antecedente a qualsiasi criterio costituzionale e legale che sia istituìto e applicato». Ciò permette di individuare il pericolo insito nell' «età post-fascista», in cui Resistenza e Salò, stragi di Stato e Lotta armata, NoTav e Alba Dorata sono violenze uguali e contrarie e uguali fenomeni di rifiuto. Citando Sartre che cita Fanon, Marcuse sovverte, nella genealogia del dire la verità «tutta intera», questo atto illecito del pensiero, compiuto in nome della più antica violenza del potere. Si tratta della prassi in cui il dire-il-vero è divenuto umano. Storia e verità dunque non si contraddicono più in nome della libertà di pensiero, ma si neutralizzano a partire da un presupposto condiviso: il pensiero della libertà, che è pensiero del comune, che nessun potere e nessun sapere sono in grado di assoggettare.
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