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Dopo gli esodati, arriva il disastro sulle partite Iva
Dopo il disastro sugli esodati, è arrivato il turno delle partite Iva. L'ex ministro del Welfare Elsa Fornero aveva puntato una buona parte delle sue fiches sulla roulette dei «giovani» professionisti, partite Iva monocommitenti, che lavorano a titolo esclusivo per un solo datore di lavoro. Sulla carta sono «liberi professionisti», in realtà sono dipendenti mascherati che fanno orari di ufficio - e spesso lavorano molto di più dei loro «capi» - come se fossero regolarmente assunti, retribuiti e con i contributi in regola. Una realtà così diffusa negli studi degli avvocati, o degli architetti, ma anche nella pubblica amministrazione che da tempo costringe i precari ad aprire le partite Iva e a lavorare per conto terzi, da avere spinto il governo Monti ad una stretta. Per mesi si è parlato della distinzione tra «false» e «vere» partite Iva. La riforma del lavoro avrebbe dovuto obbligare i datori di lavoro ad assumere le «false» partite Iva come lavoratori dipendenti. Inizialmente aveva individuato un reddito minimo di riferimento per queste figure del lavoro autonomo tra 17 e 18 mila euro, una soglia decisamente irrealistica visto che queste persone guadagnano in media la metà della cifra, o poco più. Questa soglia è stata determinata a partire dalla vecchia immagine che Fornero e il suo governo hanno del lavoro autonomo in Italia, fatto da grandi professionisti con redditi da ceto medio abbiente, non da un Quinto Stato ridotto alla condizione di working poor. Una differenza sostanziale che può avere influito, forse come riflesso inconsapevole, sulla decisione di abbassare leggermente la soglia e rabbonire gli ordini professionali sul piede di guerra. Assumere in massa i «giovani» colletti bianchi precari, trattati formalmente come professionisti, per loro sarebbe stata una catastrofe. Niente di male, si direbbe, salvo che il governo ha confermato gli altri parametri: se la «falsa» partita Iva percepisce più dell'80% del reddito da un solo committente, oppure ha un contratto superiore a otto mesi, deve essere assunta. Punto e a capo. Una volta fatta la legge, è stato però trovato subito l'inganno, com'è accaduto alla Rai dove, alla ripresa estiva, i sindacati dei precari avevano già denunciato la tentazione dell'azienda di agire d'astuzia: abbassare la durata dei contratti di uno o due mesi per sfuggire alla norma. In alternativa, la Rai sarebbe stata costretta ad assumere duemila persone. Un colpo mortale per il bilancio e per un intero sistema che si regge sulo sfruttamento di una forza-lavoro, spesso molto qualificata ma trattata come un nuovo proletariato immateriale, con contratti a termine o partite Iva. Alla fine dell'anno è giunta la sorpresa che conferma l'irrealizzabilità della riforma Fornero. Un decreto ministeriale del 28 dicembre, con circolare annessa, stabilisce che sarà applicata solo a partire dal 18 luglio 2014, un anno dopo rispetto a quanto stabilito. La riforma non riguarderà gli iscritti agli ordini e coloro che hanno una laurea o un diploma. I titolari dei grandi studi, come la Rai, tirano un sospiro di sollievo. Tra due anni la riforma non si abbatterà sul lavoro cognitivo, ma sul lavoro autonomo tradizionale.
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