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"Il reddito minimo è una questione seria, altro che carità". Intervista a Sandro Gobetti (Bin Italia)
Qual è il tuo giudizio su questa Legge di Stabilità che sembra considerare l’assistenza come una variante della carità?
Quella che viene proposta dal Governo è una misura che oltretutto è completamente lontana da qualsiasi proposta di livello europeo, lontana dalle proposte di legge degli anni novanta e dalle misure sperimentate nelle varie regioni italiane. Si tratta, ci sembra di capire, di puro assistenzialismo verso la povertà estrema che contempla una sorta di reddito di inserimento anche se poi nel provvedimento parlano di sostegno. Inserimento a cosa? Non vorremmo che fosse qualcosa di sclerotizzazione della precarietà. Questo significherebbe che esistono dei lavori dequalificati che fanno sempre gli stessi, cioè i poveri. Al momento non c’è un articolato ma solo uno studio de ministero del Lavoro. Se vogliamo vedere il bicchiere mezzo pieno è chiaro che il tema non è così disconosciuto. Quindi per noi si apre un ulteriore spazio di dibattito per poi poter entrare nel merito della faccenda.

Non credete che poi questo provvedimento vada a sovrapporsi pericolosamente con la riforma degli ammortizzatori sociali?
Se questo diventa il motivo per cui si ammazza la cassa integrazione fanno una operazione pessima, ma non ci pare che si vada in questa direzione. E’ una misura legata alla estrema povertà. E tale deve rimanere. Vedremo poi se si creerà una connessione con gli ammortizzatori sociali. Bisogna metterne altre di misure, come l’allargamento del sussidio di disoccupazione al lavoratore precario. Dall’altra parte, il tema del reddito non può essere utilizzato per parlare di ammortizzatori sociali. Proprio facendo riferimento al livello medio europeo lo schema è che il reddito minimo arriva dopo la fine del sussidio di disoccupazione. In Italia molti hanno frainteso questo schema e pensano che il reddito minimo garantito tolga tutto il resto. Quindi la proposta di un sussidio di assistenza per le fasce povere deve aprire un dibattito rispetto al reddito. La riforma degli ammortizzatori sociali deve prevedere sussidi per i precari e, dall’altra parte, anche una soglia sotto cui non si può scendere indipendentemente dalle esperienze lavorative. Oggi il limite tra povertà disoccupazione e lavoro è molto labile e non si può intervenire con provvedimenti di piccolo cabotaggio. Non si lavino la coscienza con l’elemosina e con una visione volutamente distorta della realtà sociale.

Qual è l’analisi giusta…
Malattie, spese straordinarie e bisogno di casa, sono tutti capitoli che possono cambiare la condizione delle persone, soprattutto dei precari che in qualche modo lavorano, da un momento all’altro. Senza contare che non esistere più nemmeno il welfare familistico. I dati che escono parlano di continuità e velocità nella condizione sociale della crisi. I giovani Neet per esempio sono aumentati del triplo nel giro di pochi anni. Siamo alla sottoproletarizzazione, con nuove forme di povertà.

Qual è lo stato dell’arte sulla proposta di legge di iniziativa popolare sul reddito minimo garantito?
La presentazione delle firme è stata fatta da una coalizione di forze, tra cui Sel, M5S, Pd, Scelta civica, per citare i partiti in parlamento. Una specie di larga intesa, passami il termine. Quando è arrivata la larga intesa vera tutto è stato messo sotto chiave nelle stanze di Montecitorio. Il problema non è più la proposta di legge ma il dato politico, che ha visto la società civile esprimersi a favore e, parallelamente una risposta di attenzione da parte della politica. Così mentre la società civile si mobilità le istituzioni scompaiono. C’è il rischio di una nuova rottura, una crisi di carattere democratico. Abbiamo chiesto di far diventare il testo un disegno di legge. Dentro al patto di stabilità deve entrare anche questa proposta di legge sul reddito minimo garantito. Da quella misura lì però non indietreggiamo. Se vogliamo star dentro l’Europa quella è la base minima.

Il movimento scende in piazza il 19 ottobre anche rivendicando forme di reddito…
In Svizzera ci sono state 138mila firme sul referendum su reddito di base incondizionato di duemila euro ad ogni cittadino svizzero sopra i 25 anni, e no agli stipendi del manager pubblico dodici volte superiore al reddito più basso. Questo può essere un punto di riferimento per qualsiasi movimento. Una provocazione? Serve però per dare uno sprone alla costruzione di una piattaforma sociale di cui si parli non più in termini generici. La campagna nostra per il reddito comunque ha scatenato una grande partecipazione . E oggi si riprende la via della piazza. Ci metto anche l’ultima manifestazione a Roma sulla costituzione e l’iniziativa del 19 e del 18 che pongono il problema del reddito. Potremmo dire che da un punto d i vista sociale il tema del reddito è molto più avanti dell’iniziativa politica. Tutto questo deve tradursi in un solco praticabile e che ci sia una vera assunzione di responsabilità politica da parte di tutti.

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