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"Senza più welfare urbano le città diventano trappole. Come a Detroit...". Intervista a Paolo Berdini

Che idea ti sei fatto del movimento sceso in piazza il 19 ottobre?
Ora tutto sta nella nostra capacità politica complessiva, ma mi sembra chiaro che quel movimento ha scoperchiato il vaso di Pandora. In sintesi, la parte più debole della società dice alla parte più forte, “signori, così non si può più andare avanti”. Credo ci siano gli elementi per un nuovo inizio della protesta sociale.

Come valuti l’atteggiamento del ministro Lupi nel corso del confronto al ministero delle Infrastrutture con i movimenti del diritto all’abitare? Una chiusura netta. Del resto questa politica e queste istituzioni stanno rubando il futuro alla società e Lupi è un convinto sostenitore della cultura delle grandi opere. La logica è quella di scaricare alle prossime generazioni debiti e gravami. Come possiamo pensare che chi vive nella rendita che si è creata negli scorsi decenni possa rinunciare alle prebende e ai privilegi? 

Che vuoi dire?
Faccio un esempio diretto, per capirci. Solo per la realizzazione della linea ferroviaria dell’Alta velocità tra Napoli e Torino abbiamo speso 51 miliardi di euro che sono andati a pochissime società molte di area di centrodestra, alcune di area di centrosinistra come le cooperative. Ma davvero queste imprese rinunciano alle grandi opere? Ci stiamo dimenticando che c’è un conflitto tra due modi di vedere il mondo, chi ha e chi non ha.

Questa crisi economica è cominciata dal disastro dei subprime, quindi dal settore della speculazione finanziaria in edilizia. C’è il tema delle città anche, di questi contenitori metropolitani che ormai intrappolano la povertà perché il welfare urbano si sta progressivamente ritirando.
Questo è il tema veramente decisivo di tutto il ragionamento. La cultura dominante continua ad affermare su ogni questione che la spesa dello Stato e degli enti locali deve essere tagliata. Si chiude il welfare urbano, tra un po’ chiuderanno anche le scuole. La risposta è “non ci sono i soldi”. A fronte di 5 miliardi e mezzo che spenderemo per il Mose, continuano a raccontarci che non ci sono i soldi per i diritti più elementari, la casa, la salute, l’istruzione. Se sveliamo il fatto che c’è un gruppo molto ristretto che si è appropriato di questa immensa prebenda di soldi pubblici per aumentare la ricchezza del proprio gruppo e contemporaneamente si continua a demolire il welfare urbano forse accelereremo la presa di coscienza specie nei giovani che sono le principali vittime di questa folle logica. Tra un po’ chiuderanno tutto ciò che le generazioni precedenti alla nostra si sono guadagnati con il sudore delle lotte. E non avranno nessuna remora come è avvenuto negli anni in cui vigeva un patto tra le diverse classi sociali

C’è quindi una modifica sostanziale nelle dinamiche socio-urbanistiche…
La storia recente di Detroit, la città investita dalla grande crisi dell’industria automobilistica è in questo senso emblematica. Quella città viveva su un modello socio economico e urbanistico fondato sulla produzione industriale che aveva prodotto –insieme allo sfruttamento del lavoro salariato- benessere economico diffuso e servizi per tutti i cittadini. Da quando è cominciata la crisi la classe agiata di Detroit si è trasferita nei sobborghi e nei comuni vicini (Detroit perde un milione di abitanti in poco più di quaranta anni) dove si trovano abitati di qualità in cui tutto funziona perché viene pagato dagli stessi residenti. Il governatore dello Stato del Michigan porta al fallimento Detroit per un deficit di 20 miliardi di dollari e lo fa coscientemente perché sa che il suo gesto avrà conseguenze solo sulla parte di popolazione che non era potuta scappare, quella più povera. L’80% degli attuali abitanti sono neri. Ripeto, i sostenitori dell’economia liberista non si fermeranno di fronte a nulla. Hanno trovato gli antidoti alla crisi, e li stanno usando per loro stessi, per difendersi. Se le città stanno per crollare si trasferiscono altrove lasciano nella disperazione la parte povera della popolazione. Come è noto, quello che dicono i dati è che in Italia si è allargata la forbice sociale e si è creata una frattura tra i redditi. Una cancellazione del principio della solidarietà scritto nella nostra Costituzione che di fatto fa crollare l’idea stessa della società.

Come il movimento ha compreso questo e come sta rispondendo?
Da loro arriva il campanello di allarme. Sono i giovani a suonarlo. Hanno capito che questo sistema li sta impoverendo oltre ogni limite. Non avranno nemmeno più l’assistenza. Da questa continua dinamica a scendere verso i gradini più bassi della società hanno capito che si va verso il tracollo, non si risale. E’ da loro che può rinascere una nuova concezione per stare insieme. Insieme dobbiamo scrivere nuove regole sui diritti del lavoro e sul welfare urbano. Solo con una nuova visione solidaristica si può fare tutto questo. Un ultima domanda.

L’Europa può essere un orizzonte o un contenitore mortifero?
L’Europa solidale, con tutti i limiti imposti dal neliberismo, esiste ancora in alcuni dei paesi più ricchi. In Germania non hanno ancora smantellato del tutto il welfare. C’è una borghesia intelligente che ragiona ancora in termini di patto sociale e rispetta i diritti dei lavoratori e dei cittadini. Da noi per la storica mancanza del senso dello Stato abbiamo smantellato pezzi interi di strutture pubbliche. Viviamo la crisi della politica perché non c’è più la cultura dei contrappesi. Prendiamo il settore delle opere pubbliche. Un sindaco può affidare a trattativa privata appalti pubblici fino alla cifra di 500 mila euro. Non succede in nessun altro paese europeo. E di cosa parliamo, di comunità? In questo modo non c’è nemmeno più bisogno di tangenti: tutto è permesso dalle leggi! Per ricostruire le città pubbliche e solidali dobbiamo ricostruire lo Stato dalle fondamenta. Creare insomma le condizioni per un nuovo modo di stare insieme e partecipare.

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