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L’avanzata del Partito Comunista in Repubblica Ceca

KSCM

Elezioni politiche anticipate nella Repubblica Ceca questo fine settimana, tre mesi dopo le dimissioni del governo affondato per una grossa vicenda di corruzione. Malgrado la presenza di formazioni populiste, i comunisti ne escono da posizioni di forza.
Con media controllati dai magnati della stampa, le ultime settimane sono state segnate da un’intensa propaganda contro il “pericolo rosso”, la crescita attesa dei comunisti e il loro ritorno potenziale al potere.
L’erosione dei partiti tradizionali e l’emergere di nuovi partiti populisti…finanziati da miliardari

Il primo insegnamento da trarre, è che i partiti della destra al potere dal 2010 escono sconfitti. Screditati in quanto invischiati nel più grande scandalo di corruzione della storia del paese e artefici della politica cosiddetta del rigore.
Il partito storico della destra, quello di Vaclav Havel, l’ODS, subisce una disfatta storica, passando dal 20% al 7%, con appena 16 seggi. L’ex nuovo partito liberale e affarista, “TOP 09”, del principe Karl Schwarzenberg, scende anch’esso dal 17% al 12%.

Secondo insegnamento, l’altro pilastro del sistema, il partito socialdemocratico (CSSD) ora all’opposizione, realizza un risultato molto deludente: 20,5% dei voti e 50 seggi, in calo rispetto al 2010 quando lo si dava tra il 25 e il 30%.

Terzo insegnamento, come altrove in Europa quando i partiti tradizionali del sistema vengono sconfitti e affondano sotto l’effetto delle politiche di austerità, degli scandali, nuovi movimenti che agitano il populismo anti-partiti e programmi ultra-liberali, avanzano.
L’ “Alba della democrazia diretta” del miliardario nipponico-ceco Tomio Okamura, con il 6,7% e soprattutto ANO (“Azione dei cittadini scontenti”, ma anche “SI” in ceco) di Andrej Babis, che ottiene il 18,7% dei voti e 47 seggi.

Babis, che ha fatto fortuna nell’agro-alimentare è oggi alla testa di un impero finanziario che lo ha reso il secondo uomo più ricco del paese.
Alla guida di due giornali nazionali (Mlada Fronta dnes, Lidove Noviny) e soprattutto del gratuito “Metro” letto da un milione di cechi, Babis ha basato la sua campagna elettorale sul rifiuto della “classe politica” tradizionale, un populismo anti-elitista abbinato a un programma liberale.

Babis segue il modello sempre più diffuso in Europa, quello sull’esempio di Berlusconi, ora seguito da Franz Stronach in Austria e Bidzina Ivanishvili in Georgia: l’immagine del miliardario che si è fatto da solo pronto a gestire efficacemente il proprio paese, come un’impresa.
Il Partito Comunista al 15%, ai livelli più alti degli ultimi dieci anni
Ultimo e probabilmente principale insegnamento di queste elezioni, è l’ottimo risultato ottenuto dal Partito Comunista di Boemia-Moravia che passa dall’11,2% del 2010 al 14,9% guadagnando 100.000 voti e 6 seggi, con 33 seggi al Parlamento.

Si tratta del miglior risultato dal 2012 a un’elezione nazionale, e il suo secondo miglior risultato dopo la controrivoluzione del 1989.
La ripartizione geografica dei voti riserva poche sorprese. Salvo che nella regione-capitale Praga, il Partito supera dovunque il 10% e fa il pieno nei propri bastioni.
Ottimi risultati all’est, in Moravia e in Slesia (17% a Olomouc, 17,5% nella Moravia del nord), come pure a nord ovest e nei Sudeti (16,4% nella Boemia del sud, 15,7% a Plzen, 16,8% a Vysocina e soprattutto 20,3% a Usti nad Labem).

Dopo il successo alle elezioni regionali dell’ottobre 2012, che avevano visto i comunisti conquistare il secondo posto, tallonare i socialdemocratici e conquistare anche la direzione di una regione (Usti nad Labem), ecco un’altra conferma dell’avanzata dei comunisti del KSCM.

Una conferma del riconoscimento offerto dal popolo ceco al programma del partito imperniato sulla difesa e la riconquista dei servizi pubblici, la difesa del sistema pensionistico solidale, la riforma fiscale progressiva che tocchi i ricchi e le imprese.
Un rompicapo per la classe dominante ceca: coalizione introvabile, paese ingovernabile?
Tuttavia, per la classe politica ceca, l’avanzata del Partito comunista abbinata al risultato deludente dei socialdemocratici e l’affondamento della destra tradizionale rischiano di trasformarsi in un rompicapo. Dopo le elezioni, si presentano due opzioni.

La prima, che spaventa la destra reazionaria, è molto improbabile. Un governo condotto dai socialdemocratici, sostenuto dai comunisti. Con 83 seggi su 300, questo governo sarebbe infatti in minoranza.

La seconda, è quella di una “grande coalizione”, che parrebbe più credibile. Forse meno con l’OSD e con certi nuovi gruppi populisti, senza dubbio con i cristiano-democratici, e inevitabilmente ANO con i suoi 47 seggi.
Nello spirito del messaggio populista, ambiguo e opportunista, ANO ha all’inizio insistito sul suo rifiuto a partecipare a un governo di sinistra…per poi dichiararsi aperto al dialogo, cercando di cogliere l’occasione per raggranellare dei posti e per ottenere riforme liberali.
Infine, c’è una terza opzione, che sembra inevitabile a breve o medio termine, vale a dire nuove elezioni. Poiché, in realtà, l’Assemblea dopo lo scrutinio è ancora più balcanizzata di prima.

Una sola certezza, il Partito Comunista ne uscirà più forte per difendere gli interessi dei lavoratori del paese, dopo l’austerità che è arrivata.

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