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"Più cresce il movimento e meno ci sono sette". Intervista a Maurizio Acerbo
Il movimento sceso in piazza il 19 sembra non volersi perdere d’animo e così tra la difficile costruzione di una vertenzialità sociale e assemblee forse con troppi interventi ‘autocentrati’ si avvia a bruciare altre scadenze. Qual è il tuo punto di vista?
Vedo comunque positivo che ci sia un processo di aggregazione sulla base di una piattaforma sociale. Che ci sia mobilitazione nel movimento è fondamentale,soprattutto dopo un lungo periodo di assenza. E poi si tratta di qualcosa non caratterizzato dall’ideologia, che divide e crea recinti, ma dalla concretezza delle rivendicazioni. Insomma, 'più cresce il momvimento e meno ci sono sette', per dirla con Marx. E’ bene che tutti si rimettano in gioco a partire dai contenuti e dalla piattaforma sociale, che dentro la crisi non può che essere che aperta man mano che si ha la capacità di allargare ad altri soggetti della galassia sociale prodotta dalla crisi.

Quella del passo indietro dei soggetti politici sembra una fase che stiamo subendo, però, più che vivendo consapevolmente
Non vedo salti immediati al tema della soggettività politica perchè è evidente che c’è, ed è probabilmente l’ostacolo principale a metter su qualcosa che somigli all’esperienza dei greci, una certa diffidenza nei confronti del terreno della rappresentanza. Su questo la penso molto come Carlo Formenti. Si tratta di un senso comune che si è radicato ed è diventato maggioritario e rispetto al quale non credo di ci siano scorciatoie facili per superarlo.
Certo, ma non credi che la pesantezza della crisi abbia in qualche modo ridisegnato più che la rappresentanza il senso della domanda di rappresentanza?
Dentro la crisi dobbiamo fare i conti con il fatto che non c’è un immediata relazione con il conflitto. Già è difficile produrre un livello di mobilitazione da minimo sindacale. Nel 94 e nel 2001-2003 abbiamo avuto ondate più potenti. Non c’è quindi un automatismo nella crisi. Certo, il malcontento, se si offrono degli spazi per esprimerlo poi può trovare sbocco, ma il tema della rappresentanza è più complesso. Penso che Wu Ming, di cui sono un fan, sbagliano nel dire che Grillo svolga una funzione di sostituzione dei movimenti radicali. Dimenticano che la gran parte dei movimento sociali in Italia, come ideologia prevalente, hanno avuto quella di non andare a una relazione sul terreno della rappresentanza. Il problema è che non ci sia stata dentro la crisi una ripresa della sinistra radicale, come anche in Inghilterra. E questo, va detto, è comune alle altre articolazioni della sinistra. Nessuno si senta escluso.

In tutto questo, che peso possono avere le elezioni europee?
Penso che la questione Syriza non vada vista come soluzione magica che consente di superare sbarramenti elettorali. Quello che potrebbe servire è una campagna che ci consente di introdurre a livello di massa non una miriade di proteste ma quello che serve è far venire fuori una visione generale della crisi, cosa che finora non siamo riusciti a fare, e quindi il ruolo della Bce e della Troika. E questo già sarebbe importante. Aiuta a far passare nell’immaginario che c’è una sinistra al di fuori del centro-sinistra. E quindi, un’altra sinistra è possibile. Una cosa difficile ma possibile. E credo che sia per questo che il successo di Syriza sia oscurato dai mass media. L’evento in Europa non è né Marie Le Pen né Alba dorata, ma i greci di Syriza. L’altro elemento per cui credo che sia importante la candidatura europea di Tsipras è che apre la discussione anche sulla Syriza italiana. Uno dei limiti che ho sentito in questi anni è che oltre alle riserve delle organizzazioni rispetto alla prospettiva di ricostruzione di una sinistra radicale modello Syriza è che anche i settori che si collocano a sinistra del centrosinistra ci hanno creduto poco.

Credo sia l’aspetto più evidente. C’è stata una specie di fuga dalla realtà, per rintanarsi in schemi ormai superati dagli eventi…
Ritengo che ciò che non va bene e che non funziona è che ci sia un pezzo di sinistra che fa i convegni sulla sinistra e un altro pezzo che fa i movimenti. Allora, da un lato la prima rischia di essere sempre troppo politicista e molto spesso non va da nessuna parte perché la discussione è verso un pd senza vita e dall’altro nei movimenti si dovrà aprire una discussione sul fatto che l’Italia ha concluso il processo di americanizzazione e non c’è più, per esempio, una sinistra di classe di peso. Tutti celebrano l’America Latina, ma Chavez ha fatto le occupazioni o il governo? Il punto è che questo discorso non può essere l’oggetto di una predica.

Vabbé ma a queste tare non può provvedere il movimento…
Certo, però quello che è accaduto in questo autunno sul piano della piattaforma sociale è che alcune esperienze come il partito sociale hanno dimostrato di essere non certo un qualcosa di impolitico. E poi, l’unica occasione in cui Sel ha detto di aver preso una cantonata è stata in occasione della manifestazione del 19 ottobre. Quindi, questo dimostra che non bisogna avere una visione della politica astratta e scolastica.

… oppure da regolamenti di conti…
Nel 2008 tanti di sinistra pensavano, dentro rifondazione e fuori, che tutto sommato se Rifondazione si levava di torno chissà quali prospettive si sarebbero aperte. Essendo arrivati al 2014 con l’unico paese europeo in cui non c’è una sinistra radicale in Parlamento ma anche in cui non c’è stato rispetto all’attacco una mobilitazione sociale adeguata, è chiaramente uno schema da rottamare definitivamente. Nella stessa Francia sulla riforma delle pensioni Sarkozy si è spaccato la faccia. Questo dovrebbe insegnare a tutti che la boria di partito non funziona ma anche la boria antipartito dà bei grattacapi.

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