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La Mela buona

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I sondaggi lo davano largamente vincitore, e Bill de Blasio non ha deluso le aspettative nelle elezioni di martedì, diventando il primo democratico a essere eletto sindaco di New York dal 1989. Per lui, si apre ora una scommessa ben più difficile: rispettare le aspettative di un programma molto ambizioso, che promette di intervenire su alcuni dei problemi più gravi ed endemici della metropoli newyorchese.
New York, pur nella sua eccezionalità, è in fondo uno specchio della società americana, in cui le grandi ricchezze industriali e finanziarie convivono con una grande parte di popolazione in condizioni di povertà o addirittura indigenza. In una delle città più ricche del mondo, il 45 per cento degli abitanti vive sotto la soglia di povertà. È sufficiente percorrere la linea 1 della metropolitana da sud a nord di Manhattan per accorgersi di come i passeggeri cambino a seconda del quartiere che si sta percorrendo: gli studenti, in maggioranza wasp, della New York University e della Columbia; gli intellettuali benestanti dell’Upper East Side; gli afroamericani di Harlem; i latinos di Washington Heights. La città è ancora organizzata secondo compartimenti territoriali piuttosto rigidi, frontiere invisibili che dividono la popolazione secondo classe e secondo razza.
L’elezione di Bill de Blasio è arrivata all’insegna della speranza di sconfiggere queste divisioni e queste disuguaglianze. Il nuovo sindaco è riuscito a risvegliare questo sogno in due diversi modi: attraverso la sua figura pubblica e attraverso il suo programma politico. Italoamericano, sposato con la poetessa di origine ghanese Chirlane McCray, padre di due figli che sono un manifesto (nel vero senso della parola, dato che la famiglia è comparsa largamente in volantini e poster elettorali) a favore del matrimonio interrazziale, de Blasio incarna l’immagine di una città le cui differenti realtà si integrano e si mischiano tra di loro. E se la sua immagine pubblica è efficace nell’incarnare questo sogno, il suo programma politico rafforza ulteriormente questa promessa di cambiamento. De Blasio promette di garantire a tutti i newyorchesi abitazioni a prezzi ragionevoli, in una città in cui 50,000 persone, come ricorda il sito internet della sua campagna, dormono per strada o in rifugi di emergenza, e dove il costo degli affitti aumenta in maniera vertiginosa anno dopo anno.
Di fronte al nuovo sindaco si staglia dunque una sfida molto complicata. Come confermano i dati sull’affluenza, addirittura inferiore al 25 per cento degli aventi diritto, né la sua figura pubblica né il suo programma sono riusciti a convincere gli abitanti di quartieri come Harlem a partecipare a questa tornata elettorale. De Blasio si trova dunque nella difficile posizione di convincere anche quei newyorchesi a cui la storia ha insegnato che non vale la pena credere nei cambiamenti promessi dai politici. Sarà tra di loro che, tra quattro anni, dovrà trovare i voti necessari per essere rieletto. Nel frattempo, il suo coraggioso programma, basato su una politica di redistribuzione che dovrà finanziarsi attraverso tasse più alte per le fasce più ricche della popolazione, farà i conti con gli interessi delle élites economiche.
Nel 1994, il repubblicano Rudolph Giuliani (un altro italoamericano, come De Blasio) divenne sindaco di New York promettendo di risolvere con il pugno di ferro l’annoso problema della criminalità. Durante il suo mandato, la polizia ebbe mezzi e poteri senza precedenti, e il tasso di criminalità scese drasticamente.
Oggi, New York è una città relativamente sicura. Il sistema repressivo di Giuliani, d’altronde, non ha fatto che intervenire sui sintomi di un disagio sociale che, specialmente in certi quartieri, sono rimasti intatti. Quello che propone il nuovo sindaco è di andare alla radice dei problemi. Ma come sa bene De Blasio stesso, che nel giardino della sua casa di Brooklyn ha messo su un piccolo orto per coltivare ortaggi, le radici sono a volte più lunghe e resistenti della pianta che vi cresce sopra.

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