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"Sciopero generale? Su questo e su altri temi serve una discussione vera in Cgil". Intervista a Gianni Rinaldini
Il pensiero di Susanna Camusso sullo sciopero generale è stato interpretato in gran parte come il tentativo di dismettere questa forma di lotta tra le armi del sindacato. Qual è la tua interpretazione?
Non è la prima volta che Susanna Camusso affronta questi temi con questi argomenti. Da una parte è una considerazione banale, ovvero sul fatto che oltre agli scioperi generali vanno utilizzati altri strumenti; dall’altra parte, posta in un modo alternativo, l'argomentazione è assolutamente incomprensibile perché non conosco altri strumenti. Certo, è stato possibile portare in piazza tre milioni di persone di sabato, ma quella francamente mi sembra davvero un’altra storia.

Questa sortita di Camusso arriva nella fase preparatoria del congresso nazionale. E’ inevitabile che lo condizioni?
Quello che a mio avviso sarebbe servita sarebbe stata una discussione a tutto campo, e quindi senza ricadute sui gruppi dirigenti. Insomma, un ragionamento franco e aperto sulle caratteristiche fondamentali della fase, e sul ruolo e l’identità del sindacato. Una discussione urgente che avremmo dovuto fare da tempo. Una discussione che avremmo dovuto fare anche spostando la scadenza del congresso. E’ chiaro infatti che il congresso per le sue stesse forme di svolgimento non è adeguato ad affrontare un tema come quello del futuro del sindacato nella globalizzazione. Non ce la caviamo pensando di tornare alla situazione precedente.

Sì, ma il congresso c’è…
Visto che il congresso è stato mantenuto non è che quei temi si cancellano. Comunque vanno fatte emergere le diverse posizioni su alcune questioni come la democratizzazione della Cgil, compreso il cambiamento delle procedure nella fase pre-congressuale. Che almeno lì ci siano le condizioni per una discussione vera che coinvolga i lavoratori. E per essere vera deve essere una discussione sui fondamentali.

Non mi sembra che tiri questa aria…
Il direttivo decide tutto e poi fa cadere il risultato sulla testa dei lavoratori, ridotti a una condizione di passività. Su questi punti ho presentato degli emendamenti: come si articolano le procedure democratiche in presenza di documenti alternativi, come si coinvolgono i delegati. Questioni, insomma, che riguardano lo statuto stesso della Cgil.

Intanto, aumentano il disagio e la rabbia. E la vicenda del movimento dei Forconi sta lì a testimoniare un vuoto che in qualche modo viene riempito dalla destra.
E’ chiaro che c’è un vuoto di iniziativa sindacale. E questo accentua i rischi di un impasto pericoloso tra la critica alla cosiddetta “casta dei ladri” e il disagio sociale prodotto dalla crisi. Però non si può far finta che in queste piazze, peraltro diverse da città a città, non c’è solo rabbia spontanea ma forme di mobilitazione della destra. Non so se saranno confermate alcune notizie che ho avuto da Monfalcone dove ai cantieri navali sono i padroncini delle ditte d’appalto che invitano i lavoratori ad andare a fare casino in piazza.

Tuttavia, viene a galla l’assenza di una piattaforma sociale sulla crisi.
Tutto questo rende sempre più evidente la difficoltà del sindacato di essere il punto di riferimento.

 

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