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Renzi, il neoliberista à la page padrone del ‘nuovo’ Pd

Con un diluvio di battute ad effetto Matteo Renzi ha esordito da segretario nel gremito parlamentino del Pd, con l’atteggiamento di chi vuole subito chiarire che, una volta archiviato, nel partito, quello che lui chiama “il museo delle cere”, nulla sarà più come prima: il linguaggio, la capacità di comunicazione efficace ed istantanea, l’aggressività un po’ guascona. La voglia di rubare la scena a Grillo e batterlo sul suo terreno, quello della provocazione. Quanto al “cosa fare”, la faccenda è più complicata, per un verso assai vaga, per l’altro inquietante. Leggere per credere: “abbiamo a cuore l’idea di un’Italia capace di innamorarsi e di fare innamorare”, “siamo qui perché l’Italia cambi, con l’orgoglio del suo passato ma guardando verso il futuro”, “restiamo ribelli, ciascuno di noi ha il suo pantheon, ma l’essere ribelli è soprattutto una sfida con se stessi”, ”non si tratta di fare la pacificazione fra noi e Berlusconi ma si tratta di fare la pace con gli italiani, di fare la pace fra i politici e gli italiani”, “o si volta pagina o il passato è confinato in un museo”. Fin qui la dimensione teatrale dello spettacolo. Quando però si arriva al nocciolo duro dei problemi, quelli che mordono sulla carne delle persone e ne decidono il destino, si scopre il Renzi che conosciamo, uno al quale solo Angelino Alfano e un Nichi Vendola che gli regala un esplicito endorsement (“una grande speranza di cui c’è bisogno come dell’ossigeno”) attribuiscono propensioni di “sinistra”. Vediamo. Cominciando con l’Europa dell’oligarchia finanziaria che ha imposto le politiche di austerità. Renzi non la rinnega affatto, anzi: “La Merkel è diventata in passato un’alibi per tutti – dice – ma mettere a posto i conti non si fa per la signora Merkel ma per una normale dignità verso i tuoi figli”. I conti, appunto: l’abusata formula monetarista con cui si sono giustificati la gogna sociale del pareggio di bilancio, del fiscal compact e il taglio brutale del welfare. Vuole un accordo “alla tedesca” Renzi, “un accordo voce per voce, punto per punto e con i tempi stabiliti, per i prossimi 12-15 mesi”: roba, diciamo così, da “medie” intese. Il primo punto dell’agenda del governo deve essere per Renzi ”un gigantesco piano per il lavoro”, da mettere in cantiere “entro un mese”. Ma in cosa consisterebbe questo mirabolante progetto? Non sperate di trovarvi nulla che allevi le sofferenze dei lavoratori che in questi anni hanno visto crollare il potere d’acquisto dei salari, subito l’abolizione delle pensioni di anzianità e la cancellazione di fondamentali diritti. Nient’affatto. Il tema all’ordine del giorno, “il punto di partenza”, per il neo-segretario del Pd, è che si deve mettere fine “all’era ideologica sul lavoro”, attraverso “un progetto di legge per semplificarne le regole”, da realizzare “entro un mese”. Pare di sentire Marchionne e la parte più proterva di Confindustria, per non parlare di Mario Monti e del suo governo che proprio sulla deregolamentazione dei rapporti di lavoro e sulla liquefazione di ogni tutela giuridica dei lavoratori pareva avessero assestato il colpo definitivo. Del resto, le opinioni del sindaco fiorentino, ostile al sindacato e sostenitore della più ampia e incondizionata libertà d’impresa, sono note da tempo. Come dire che al peggio non vi è mai limite. Quanto alla riforma elettorale, è altrettanto noto che Renzi, al pari di Napolitano, vede nel sistema proporzionale – riproposto dalla sentenza della Corte – il male supremo. Lui vuole il maggioritario spinto, con tanto di soglia di sbarramento e premio di maggioranza, quintessenza del bipolarismo a forte tendenza bipartitica, dove chi vince piglia tutto. Poi due buone cose, almeno quelle: il varo dello jus soli, “piangere e fare grandi proclami dopo le stragi e poi dimenticare i migranti è inaccettabile” e una legge che disciplini le unioni civili, “che piaccia a Giovanardi o no”.

Infine, l’affondo pirotecnico contro Grillo, impugnando la bandiera dell’egoarca a proposito del finanziamento pubblico ai partiti: ”In modo provocatorio Grillo dice rinuncia ai 40 milioni di rimborsi. Ebbene, lo dico io ‘Beppe firma qua’: hai 160 parlamentari decisivi per fare le riforme. Io sono disponibile a rinunciare ai 40 milioni del prossimo anno se tu ti impegni per superare il Senato, abolire le Province e su legge elettorale”. ”Ci stai a giocare in modo pulito e trasparente senza accordi senza patti? Se sei disponibile, il Pd è davanti a te e non dietro”. ”Se ci stai, si fa – aggiunge -. Se noi ci stai, sei per l’ennesima volta un chiacchierone e l’espressione buffone vale per te”. Rien ne va plus.

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