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L'incerto inizio della sovranità

Nuova edizione di un saggio germinale di Gilles Deleuze dedicato al filosofo David Hume. Una teoria del rapporto tra stato e società postrivoluzionarie alimentata dal ruolo che alcuni sentimenti hanno nel costruire un nuovo ordine


Leggendo con attenzione Empirismo e soggettività. Saggio sulla natura umana secondo Hume di Gilles Deleuze (nuova edizione a cura di A. Vinale, Cronopio, pp. 174, euro 16), si rimane sorprendentemente impressionati dalla volontà dell'autore di confrontarsi con il mondo delle scienze sociali. La sorpresa dipende in massima parte dalla formazione culturale di Deleuze e dal momento storico in cui compare il suo libro. Come ricorda il curatore, a cui dobbiamo una nuova traduzione che ha il merito di emendare quella precedente di Marta Cavazza e di rendere quanto mai lucido il complesso dettato originale deleuziano, il lavoro su Hume inizia nel 1947 in occasione del conseguimento del diploma nazionale per l'insegnamento scolastico della filosofia e viene pubblicato nel 1953.
Che un giovane filosofo francese tra la fine degli anni Quaranta e l'inizio degli anni Cinquanta cerchi un confronto con l'universo sociologico sorprende non solo per il poco conto in cui quest'ultimo era tenuto dall'egemonico campo filosofico, ma anche per il modo in cui le scienze sociali erano state ridotte dai sociologi accademici della Sorbona, università in cui Deleuze studia e si forma. Tra questi Georges Gurvitch di cui Pierre Bourdieu, oltre a lamentarsi del suo eccessivo teoricismo, dirà: «regna alla Sorbona in modo alquanto dispotico». Del poco conto in cui gli stessi sociologi francesi del tempo tenevano la loro disciplina è dimostrato dal fatto alquanto singolare che la voce French Sociology nel volume Twentieth Century Sociology del 1945 curato da Gurvitch, per l'appunto, e da W. E. Moore, fosse affidata all'antropologo Claude Lévi-Strauss.
Merito di Deleuze, allora, quello di interessarsi alle scienze sociali in tempi ad esse non proprio favorevoli.
La maschera del sociologo
Dalle varie indicazioni lasciate in Empirismo e soggettività, nasce il desiderio di approfondirne la lettura da una prospettiva sociologica. Ciò implica concentrarsi prevalentemente su quelle parti del testo nelle quali l'autore, attraverso le concezioni di Hume, mette mano ad una sua «scienza sociale». E questo avviene in massima parte nel secondo capitolo intitolato «Il mondo della cultura e le regole generali».
Deleuze ha ben chiaro che, prima di far approdare Hume ad una scienza della società, ne deve fare una sorta di sociologo. È quanto avviene nelle prime pagine del libro quando afferma: «Hume è un moralista, un sociologo». Dal momento che per Hume non si dà una scienza della mente, ma che è possibile fare scienza solo delle sue affezioni, e visto che una di queste è il sociale, si capisce perché Deleuze abbia fatto indossare al filosofo scozzese la maschera del sociologo un secolo prima che la sociologia nascesse. Uno strano sociologo, a dire il vero, dal momento che deve studiare i fenomeni di una mente «alterata» dalla società.
Dopo aver assegnato a Hume le competenze scientifiche necessarie, Deleuze procede ad illustrarci la sua idea di società. E con non poco umorismo. Non foss'altro perché parte dalla simpatia.
Bisogna seguire con attenzione l'operazione concettuale di Deleuze, perché è qui che si fa massimo il confronto con la tradizione del pensiero sociologico: «La verità è che l'uomo è sempre l'uomo di un clan, di una comunità. Le categorie di famiglia, amicizia, vicinato, prima di essere dei tipi della comunità di Tönnies, sono in Hume le determinazioni naturali della simpatia». Il pensatore a cui si fa riferimento è dunque Ferdinand Tönnies autore di Comunità e società, testo del 1887 tra i fondativi della sociologia tedesca nel quale veniva sancita una separazione tra quelle organizzazioni fondate su vincoli «organici» (sangue, luogo e spirito da cui derivano rispettivamente famiglia, vicinato, amicizia, evocati da Deleuze) e quelle invece fondate su «costruzioni artificiali» come la nascente società capitalistica moderna.
Rispetto a questo quadro teorico, cosa fa Deleuze? Innanzitutto trasforma le comunità di Tönnies nell'emozione humeana della simpatia, rende cioè «passionali» unità sociali elementari. Poi, rendendosi conto della parzialità di questa emozione, «la simpatia non va mai oltre l'interesse particolare», dice che deve essere integrata in un'organizzazione di tipo superiore: «Quanto alle simpatie, la cosa cambia: occorre integrarle, integrarle in una totalità positiva». Questa totalità positiva è naturalmente la società che «non è naturale, ma artificiale». Dopo aver «appassionato» il sociale, Deleuze «socializza» il passionale. Dalla comunità emotiva della famiglia alla costruzione artificiale della società. In questo movimento il filosofo francese segna il distacco dall'impostazione di Tönnies: mentre per questi non si dà conciliazione tra comunità e società, per Deleuze questa conciliazione non solo è possibile, ma necessaria.
Integrazione stabile
Ora, se da una parte la società come costruzione artificiale in cui integrare le comunità emotive familiari serve a Deleuze per superare la visione pre-moderna del sociale di Tönnies, dall'altra, però, per il modo in cui la definisce, pone una nuova serie di problemi.
A quella di «totalità positiva» viene affiancata un'altra definizione di società: «sistema invariabile». Cosa significa? Che il meccanismo artificiale della società ha senso solo lì dove è capace di produrre integrazione stabile. Questo vuol dire che la parzialità spontanea, organica, naturale delle singole simpatie deve essere «spezzata» in vista della creazione di una «totalità artificiale» in cui vengono assorbite. La fine di questo processo porta con sé il passaggio dalla violenza e dall'avidità di cui sono portatrici le singole istanze della simpatia ad uno stato pacificato di conversazione e di proprietà privata. L'ingresso delle comunità emotive familiari nella «totalità positiva» della società fa di esse dei soggetti proprietari che conversano. Così Deleuze riassume la sua teoria sociale: «Proprietà e conversazione si ricongiungono, infine, formando i due capitoli di una scienza sociale; il senso generale dell'interesse comune deve esprimersi per essere efficace. La Ragione si presenta qui come la conversazione dei proprietari».
Questa visione della società è problematica per almeno tre ordini di problemi: l'invariabilità della sua struttura, l'esaurimento della contraddizione, la nascita di un ceto medio proprietario. Visto nella prospettiva delle scienze sociali, questo modello di Deleuze è quanto mai vicino a quello struttural-funzionalista americano degli Trenta di ispirazione cibernetica. Il che comporta: una società, o meglio, un sistema che deve tendere all'ordine nel quale i conflitti sono visti nell'ottica esclusiva dell'integrazione e il cui protagonista è un unico ceto medio livellato in cui i ceti inferiori possono salire e quelli superiori scendere, e tutto questo senza alcuna rottura rivoluzionaria. In breve, un mondo sociale senza storia.
Si potrebbe dire che Deleuze mitighi questa teoria dell'ordine sociale con il concetto di istituzione elaborato poche pagine dopo, lì dove sostiene che «l'essenza della società» non dipende dalla legge e dalle sue obbligazioni, ma dall'istituzione e dalle sue invenzioni, cioè da tutte quelle azioni volte alla creazione di «mezzi indiretti» per la soddisfazione di bisogni. Non il diritto, ma l'utilità. Questa idea di istituzione, in realtà, conferma quella di un sistema sociale tendente all'ordine, poiché i mezzi che si inventano, indiretti od obliqui che siano, per soddisfare la tendenza producono come risultato laterale quello di frenarla. In entrambi i casi, viene ribadita una visione essenzialmente conservativa della struttura sociale. Come mai il giovane Deleuze di Empirismo e soggettività approda ad una teoria sociologica «forte» di questo tipo, quando tutta la sua opera successiva si muoverà nella direzione opposta, in quella cioè della disgregazione degli ordini sociali «molari» piuttosto che in quella della loro coesione?
La rivoluzione che corregge
Una risposta rassicurante a questa domanda la si trova nei successivi interventi su Hume: da Differenza e ripetizione alle Conversazioni con Claire Parnet fino alla voce Hume nella Storia della filosofia di François Châtelet, Deleuze non ritornerà più sulla questione, preferirà concentrarsi su tutti gli altri aspetti del pensiero humeano.
Una risposta meno rassicurante, ma più produttiva la si trova sempre in questo secondo capitolo. Iniziato con la teoria della società come «sistema invariabile» si chiude con un'importante riflessione sulla sovranità. Se a determinare il potere sovrano sono qualificazioni del tipo «possesso duraturo», «accessione», «conquista» e «successioni», concorre, invece, alla sua correzione un'azione di un'unica specie: «un certo diritto alla resistenza, una legittimità della rivoluzione». Come dire, se la sovranità si determina attraverso diverse forme, i suoi difetti si possono correggere solo con la rivoluzione.
In che senso la società come «sistema invariabile» si collega a questa «sovranità corretta» dalla rivoluzione? Molto probabilmente Deleuze ha iniziato dalla fine e ha finito con l'inizio. Prima viene la correzione rivoluzionaria della sovranità e poi la teoria sociale. Questo vuol dire che la visione «dura» di una società concepita attraverso il modello cibernetico è possibile solo perché si tratta di governarla in uno stato sovrano corretto dalla rivoluzione.
L'immagine inedita che viene fuori da un nuova lettura di Empirismo e soggettività è quella di un Deleuze pensatore dei rapporti tra Stato e società in epoca post-rivoluzionaria. Non è un caso che per lui l'empirismo di Hume fosse un vero e proprio romanzo di fantascienza e che avesse, di conseguenza, una profonda vocazione alla messa in scena dei desideri di massa.

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SCAFFALE
Tra immaginazione e natura umana

Il sottotitolo del volume di Gilles Deleuze «Empirismo e soggettività» è «saggio sulla natura umana secondo Hume». Entrambi hanno lo stile volutamente accademico che ha voluto dargli l'autore. Saggio scritto negli anni della formazione, dove la riflessione teorica di Deleuze francese fa i conti con la tradizione filosofica francese e con la tradizione socilogica europea. È un libro scandito da sei capitoli. Il quinto capitolo è quello che dà il titolo al libro, gli altri segnalano temi e parole chiave - la natura umana, l'immaginanzione, le passioni, la religione - che da sempre hanno atttirato l'attenzione delle cosiddette scienze sociali. Il libro è curato da Adriano Vitale, che ne restituisce una nuova e chiarissima traduziione, affiancata da una postfazione che definisce le possibili ricadute politiche della riflessione di Deleuze.
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