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LA BATTAGLIA DEGLI IMMIGRATI 2.0

Un movimento formato da giovani figli di immigrati illegali che reclama il diritto di cittadinanza. Ha già ottenuto la prima grande vittoria: la firma di Obama a un ordine che concede temporaneamente un permesso di residenza a chi è arrivato negli Usa

NEW YORK. Li/si chiamano dreamers, sognatori. Sono ormai qualche migliaio a fare parte del «movimento», in maggioranza tra i venti e i trent'anni, figli di immigrati illegali che li hanno portati in Usa da piccoli, dove vivono tutt'oggi senza diritto di cittadinanza. Sono anche una delle «lobby» più interessanti nel processo verso la riforma dell'immigrazione. Con 57 affiliati in 25 stati diversi, tra cui Texas, California, New York e Florida - stati chiave per quanto riguarda la politica sull'immigrazione - United We Dreams, il loro gruppo, è sponsorizzato dal National Immigration Law Center. Attivo dal 2008, è la più grande organizzazione di giovani immigrati privi di documenti degli Usa. La grande maggioranza dei membri del direttivo, il comitato nazionale dello staff, si compone di ventenni che non hanno un permesso di residenza. Abbiamo intervistato Greisa Martinez, ventiquattrenne di Dallas, membro del loro comitato nazionale.
Siete nati nel 2008 ma la vostra prima grande vittoria è arrivata nel gennaio 2012, quando Obama ha firmato l'ordine che ha temporaneamente legalizzato giovani immigrati arrivati qui prima dei 16 anni, con un diploma di liceo o che hanno servito nell'esercito....
Quella vittoria deve molto al coraggio dei dreamers, che hanno reso pubblici i loro nomi, i loro volti le loro storie individuali. Eravamo già politicamente attivico ma è stato «venire allo scoperto» che ci ha permesso di cambiare i termini del discorso. E il modo in cui gli immigranti privi di documenti venivano percepiti. I dreamers hanno anche avuto il coraggio di chiedere pubblicamente conto ai democratici, ai repubblicani e all'amministrazione Obama, su quello che pensavano di fare su persone come noi. Quando il presidente sosteneva che senza il Congresso non avrebbe potuto fare nulla, con l'aiuto di oltre venti esperti di diritto costituzionale lo abbiamo indirizzato esattamente sul tipo di percorso che poteva intraprendere per aiutarci. Eravamo a un anno dall'elezioni e il presidente era perfettamente consapevole dell'importanza del voto latino. Voleva fare qualcosa: prendendo l'iniziativa, i dreamers gli hanno dato quell'opportunità. Così alla fine ha firmato.
Immagino che dichiararvi pubblicamente immigrati illegali non sia stata una scelta facile. Vi esponeva a grossi rischi, la deportazione prima di tutto
Noi non usiamo la parola illegali: un essere umano non può essere «illegale». La dizione che preferiamo è «privi di documenti». Anche questa differenza terminologica è stata importante. Il fatto che il Dream Act (la proposta di legge che legalizzava la permanenza di studenti e soldati venuti in Usa da piccoli, appoggiata da Obama ma stroncata dai repubblicani al congress; ndr) non sia riuscito a passare, nel 2010, è stato devastante. Ma invece di darci per vinti, abbiamo deciso di ridefinire le nostre aspirazioni. Non sembrandoci che, nell'immediato futuro, una riforma dell'immigrazione su vasta scala fosse ipotizzabile abbiamo deciso di concentrarci su quello che sembrava fattibile in quel momento. Quindi ci siamo appellati direttamente al presidente, in occasione del suo discorso davanti a National Council of La Raza, nel luglio del 2011, facendo presente che aveva il potere di fare qualcosa per noi. Quando lui ha detto di no abbiamo risposto che non era vero.
L'immigrazione illegale è parte attiva del funzionamento economico degli Stati uniti. Milioni di immigrati senza documenti hanno vite integrate nelle diverse comunità. Lavorano, pagano le tasse, mandano i figli a scuola. Che tipo di attività svolgete per coinvolgerli nella vostra causa, convincerli a a scendere in campo, rendersi «visibili»?
Parecchio del lavoro che facciamo è combattere la disinformazione di chi propaga idee del tipo «chi è qui senza documenti usufruisce del servizio pubblico senza pagare le tasse». E poi cerchiamo di spiegare alla gente i propri diritti. Perché, non importa quanto integrati siano nel funzionamento di una comunità, i senza documenti vivono con lo spettro di essere deportati e quindi si sentono come cittadini inferiori. Molti di noi guidano, e c'è sempre la paura di un poliziotto che può fermarti e chiederti lo status d'immigrazione. Ciò significa che nel giro di due minuti la tua vita cambia per sempre e ti puoi trovate deportato in un paese che non conosci perché, come me, lo hai lasciato quando avevi quattro mesi. E poi la nostra organizzazione opera per alleggerire il peso di persone come mia madre, che va a lavorare tutti i giorni per mantenere me e le mie tre sorelle, cittadine americane. E che paga regolarmente le tasse. Ma si muove nella costante apprensione di ammalarsi senza assistenza sanitaria o di essere separata dalle figlie, come è successo a mio padre, deportato nel 2006, dopo esser stato fermato a un semaforo. Era un pastore battista qui a Dallas, e adesso fa il missionario in Messico. Abbiamo deciso che il modo migliore per rendergli giustizia era stare qui e vivere quell'American Dream per cui lui ha sacrificato tutto. Io e due della mie sorelle siamo già all'università, la più piccola ci arriverà presto.
Voi siete giovani, ma quelli delle generazioni più anziane, che sono qui da decenni, non sono più cinici, e magari spaventati dall'idea di venire allo scoperto?
È giustificabile che in una comunità come la nostra esista un margine di apatia. Una riforma l'avevano tentata invano anche nel 2007. La differenza con oggi è che quelli che sono più vecchi di noi questa volta hanno avuto modo di vedere i loro figli e i loro nipoti venire allo scoperto, senza documenti ma senza paura. Ci hanno visto condividere le nostre storie pubblicamente, e alla presenza di senatori e deputati. Dalle conversazioni che ho avuto con mia madre e suoi coetanei nella comunità, credo che ne abbiano tratto coraggio. Ed è evidente che esserci messi in gioco dal punto di vista così personale ha portato dei risultati.
Quanto avete lavorato alla mobilizzazione del voto degli immigrati il novembre scorso?
Tantissimo. La campagna di chiamava I Am a Dream Voter. Io ero uno degli organizzatori per il New Mexico, l'Arizona e il Texas. Abbiamo contattato migliaia di persone, porta a porta, chiedendo loro di votare a nostro nome. Molti di loro hanno capito che votare sarebbe stato anche aiutare delle persone come me.
A Washington una Commissione speciale del Senato e una della Camera stanno mettendo a punto le loro proposte di legge. Anche Obama ne sta preparando una. Che ruolo avete in questo processo?
L'attenzione generale sulle nostre storie, sul Dream Act e il peso del voto latino hanno fatto sì che oggi siamo stati coinvolti nel processo verso la stesura del testo della riforma. A febbraio abbiamo convogliato cento dei nostri leaders a Washington perché si incontrassero con i responsabili del processo legislativo. Abbiamo portato le nostre idee, per esempio quando si tratta di indicare il tipo di linguaggio che va incluso nella proposta di legge. Il nostro direttore organizzativo, Cristina Jimenez, recentemente ha incontrato Obama alla Casa Bianca. Il contatto diretto con gli esponenti della politica per noi è importante, fa leva sulle loro responsabilità nei confronti di giovani come noi e delle nostre famiglie. Adesso, per esempio, stiamo lavorando molto per cercare di fermare le deportazioni. Abbiamo un ottimo rapporto con il senatore dell'Illinois Dick Durbin, uno dei più accesi sostenitori del Dream Act. E con il deputato Luis Gutierrez che sta sta lavorando per la riforma alla Camera.
Stanno cominciando a uscire i primi dettagli delle diverse proposte. Come pensate stia andando?
Non abbiamo ancora visto i testi delle proposte del Senato o della Camera. La nostra campagna si chiama 11 Million Dreams. Quindi è molto chiara rispetto alla necessità di istituire un percorso verso la cittadinanza per gli 11/12 milioni di immigrati privi di documenti che sono oggi negli Usa.
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Due commissioni bipartitiche al lavoro sul testo

È una delle grandi riforme che Obama intende portare a termine nel suo secondo mandato e I risultati delle elezioni la stanno trasformando nell'unica causa che, almeno a parole, unisce democratici e repubblicani. Due commissioni bipartitiche sono al lavoro, al Senato e alla Camera, su due diverse proposte di legge. La Casa bianca ha già fatto sapere che anche Obama ne ha una sua, tanto per essere preparati se il Congresso andasse di nuovo in stallo. Tra gli interrogativi centrali -e la questione sui cui si era arenato il tentative di riforma dell'immigrazione tentato da Bush nel 2007- cosa fare degli 11 milioni di immigrati illegali attualmente in Usa. Quelli per cui Mitt Romney aveva suggerito «l'autodeportazione». Dalle prime indiscrezioni sulla proposta di legge in stesura al senato (a cura dei repubblicani John McCain, Lindsay Graham, Marco Rubio e Jeff Flake, e dei democratici Dick Durbin, Chuck Schumer, Robert Menendez e Michael Bennett) sembra che le idee confluiscano in direzione di una soluzione che li legalizzerebbe temporaneamente (pagando una multa e tasse retroattive) per poi permetter loro -dopo un lasso di tempo tra gli otto e gli undici anni- di fare regolare domanda per la residenza e la cittadinanza. Però, secondo le anticipazioni pubblicate dal LA Times, durante quel periodo di attesa, gli immigranti non avrebbero accesso a benefici di cui usufruiscono normali residente e cittadini, come i buoni pasto e l'assistenza medica per I poveri.
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