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«Crollo del Pd, sarà difficile uscirne a sinistra». Intervista al professore Michele Prospero
Per lo studioso numerose le ragioni che stanno dietro l'implosione dei democratici. E in un'era dove vincono demagogia e populismo difficile far prevalere le ragioni di una nuova sinistra.

Michele Prospero, docente di Filosofia del diritto presso La Sapienza a Roma, è uno degli intellettuali più vicini al Pd ma nello stesso tempo molto critico nei confronti delle modalità che hanno portato alla costruzione, nel 2008, di questo partito. Un organismo che non ha mai trovato una propria identità, sempre ostaggio di continue lotte intestine e di veti contrapposti mai risolti nemmeno con lo svolgimento di congressi e primarie. Il fallimento poi dei propri candidati alla Presidenza della Repubblica, Marini prima e Prodi poi, e l’utilizzo di un momento così importante nella vita del Paese per regolare i propri conti interni hanno rappresentato la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso.

Professore, quello che è successo ieri anche con il più grande sforzo di fantasia, nessuno avrebbe potuto prevederlo. Prima di pensare al futuro che cosa pensa del siluramento di Prodi?
Abbiamo di fronte un intreccio di più fattori destabilizzanti. C’è evidentemente un problema identitario, genetico, di un partito che è nato così, senza una ideologia, che ha utilizzato la formula di Wittgenstein, “ciò di cui non si può parlare si deve tacere”. Quindi dell’identità non si può parlare appunto altrimenti il castello di sabbia crolla proprio perché non ha una consistenza identitaria. Questo però non è il fattore che adesso ha determinato questa situazione di sfascio. Perché non c’è in questo caso la divisione tra postcomunisti e postdemocristiani che serpeggia come motivo determinante. Ci sono altri scenari, perché con Renzi non ci sono soltanto postdc e con Bersani non ci sono soltanto postcomunisti. Si sono invece radicalizzate guerre e lacerazioni che hanno una genesi lontana non soltanto riferibile al Pd. Quando nell’assemblea dei deputati si fa, come riferiscono le cronache, un applauso clamoroso e l’elogio del franco tiratore, vuol dire che non esiste più un partito e che neanche la consistenza di un gruppo parlamentare è garantita. Poi c’è un problema legato alla generalizzazione del meccanismo delle primarie per cui tutti si sentono legittimati da tre-quattrocento o cinquecento persone che li hanno eletti in Parlamento. Le parlamentarie insomma hanno ancor più destrutturato il quadro politico perché ognuno si sente autonomo dal gruppo nazionale dirigente, ognuno porta istanze localistiche, ed è stato direttamente eletto dal corpo elettorale con questa finzione. Fatto clamoroso, la portavoce del segretario che vota contro le indicazioni del segretario stesso o del gruppo dirigente.

Siamo insomma di fronte ad una evidente situazione di crollo…
Certo. E tuttavia, malgrado questi fattori che abbiamo elencato, a me sembra che l’elemento scatenante sia stato ancora una volta la scelta del Presidente della Repubblica, la cosiddetta mossa di cavallo del Quirinale. Ovvero prima facciamo il Presidente poi si fa il governo. Ma questa mossa che più che del cavallo è stata dell’asino, ha azzoppato il Pd e Bersani perché in questo modo l’elezione del Presidente diventava inevitabilmente un terreno di scontro furibondo perché associava la scelta di un candidato al Quirinale con una delle possibili ipotesi di governo. Questa mossa del cavallo insomma ha distrutto tutto.

Si doveva insomma seguire un percorso lineare…
Un percorso realizzato all’insegna del dettato costituzionale e cioè: incarico pieno ad un partito che, malgrado tutto, aveva la maggioranza assoluta alla Camera e relativa al Senato, e possibilità di varare il famoso governo di minoranza. Questo non c’è stato con il conseguente impazzimento del sistema politico. All’origjne di tutto questo disastro c’è questa mossa del Presidente della Repubblica, che non ha mandato Bersani alle Camere e questo ha appunto contribuito al Far West, alla guerra di tutti contro tutti, perché il segretario del Pd è stato depotenziato, perché se non puoi andare a fare il governo è chiaro che non conti più nulla, senza dimenticare che era già concepito come un leader che ha vinto perdendo. C’era già una situazione ingestibile e poi queste mosse istituzionali hanno contribuito ulteriormente a sfasciare il quadro. Altro elemento preoccupante è che siamo in un regime parlamentare e però tutti si comportano come se ci fosse l’elezione diretta del Capo dello Stato. Siamo insomma in una fase di gravissimo scivolamento plebiscitario, carismatico che avvia l’Italia verso un regime putiniano. Anche la stessa candidatura di Rodotà, personaggio squisito, alfiere del parlamentarismo più nobile, viene però presentata come il risultato di primarie e come una spinta dal basso da parte del popolo e della piazza. Ma allora questo non è più un regime parlamentare, è un regime presidenziale. E non c’è la consapevolezza che siamo al collasso del sistema nato dopo la guerra con uno smottamento verso destra. In questo scenario Rodotà diventa l’esecutore testamentario del presidenzialismo cioè della linea di destra di uscita dalla crisi italiana che ha avuto prima Craxi e poi Berlusconi come cavalli principali. Il rischio è che un nome così prestigioso come l’ex presidente del Pds, diventi suo malgrado protagonista di questa crisi della rappresentanza parlamentare. E quindi il viatico per un regime presidenzialista. Quella che sta emergendo è dunque una sconfitta su tutti i fronti.

Professor Prospero, da questo disastro si può almeno sperare possa nascere qualcosa di nuovo e di migliore? Almeno un partito con una identità più precisa, con un senso della rappresentanza, che avvicini l’Italia agli altri paesi europei, dove i grandi partiti socialisti e socialdemocratici sono senz’altro criticabili anch’essi per il loro moderatismo, vedi il caso Hollande, ma almeno hanno appunto una identità più definita a partire dal nome. Oppure siamo talmente messi male che anche questo obiettivo minimo non è a portata di mano?
Bisogna fare un discorso complesso. Bersani non era Veltroni. Perché quest’ultimo aveva fatto questo partito democratico, al Lingotto, con una impronta liberale, facendo incontrare cattolici e postcomunisti sulla base di una piattaforma liberista e liberale. La cultura prevalente era quella di Ichino tanto per intenderci. Bersani si è contrapposto a questo primo atto di nascita del Pd insistendo su tre punti: lavoro, ricostruzione del partito, difesa della Costituzione e della democrazia parlamentare. Ora il problema è che questi tre punti sollevati da Bersani sono stati sconfitti. Secondo me erano quelli giusti, però appunto sono stati sconfitti, anche perché poi lo stesso segretario dimissionario, che doveva difendere il partito e la democrazia rappresentativa, ha poi fatto le primarie, continuando così sulla scia del partito liquido. Dopo questa implosione che prospettive restano? Come dicevo secondo me era preferibile che vincesse il programma di Bersani, lavoro, rappresentanza, partito. E questo modello qui poi avrebbe dovuto comportare una riaggregazione anche a sinistra, perché se è vero che anche da quelle parti c’è stato il fiasco dell’operazione Ingroia, è altrettanto vero che a livello locale c’è ancora una sinistra. Ci sono ancora presenze significative con le quali bisogna riaprire un discorso di riunificazione. Oggi con questa sconfitta, con questa esplosione catastrofica è difficile immaginare che cosa possa accadere. Perché malgrado tutti i suoi limiti Bersani è stato l’unico dentro il Pd ad aver sfidato l’egemonia di Repubblica e del Corriere della Sera. Ad aver cercato insomma una autonomia del partito nella sua cultura politica rispetto ai grandi apparati mediatici e finanziari.

Che cosa teme ora?
Temo che la sconfitta riconduca il partito sotto l’egemonia che prima citavo. Anche perché la piazza del Pd che si mobilita è fatta di lettori del giornale diretto da Ezio Mauro. Sono questi ambienti qui. Non vedo una uscita da sinistra dalla crisi di Bersani.

Non pensa però che, tra coloro che hanno contestato il segretario, ci siano anche coloro che desiderano un ritorno ad un partito identitario, un partito del lavoro appunto, del quale ogni tanto si parla e al quale ha fatto cenno anche il segretario della Fiom Landini? E non crede che nell’elettorato del Pd ci sia ancora tanta gente che voglia proprio una svolta di questo tipo?
Qui bisogna tenere presente due cose: questo richiamo al lavoro è fondamentale. Però in questa fase di crisi della democrazia i rapporti di forza dipendono dall’evocazione simbolica dell’antipolitica. Personaggi molti simili come Grillo e Renzi ottengono il consenso non sulla base di un programma sociale definito. Il sindaco di Firenze che ha un consenso larghissimo, non vince perché aveva sposato le ricette di Ichino o di Zingales, ma perché aveva lanciato la rottamazione. Grillo vince non per il programma ma perché diceva che la Casta doveva andare a casa. Quindi è in atto una rivolta antipolitica, demagogica e carismatica. Rispetto a questo che cosa si può contrapporre? Certo, un partito del lavoro, ma ce la facciamo in queste condizioni dove il linguaggio e il senso comune sono imprègnati dalla rivolta contro la casta, contro i partiti, contro la rappresentanza? Quello che potenzia Grillo non sono i singoli punti programmatici, no Tav e via dicendo, ma appunto l’anticasta, l’antiparlamentarismo. Sono queste cose che mettono insieme il piccolo imprenditore di destra con i movimenti radicali. La sua identità non è la somma dei singoli punti programmatici taluni dei quali possono anche avere parvenza di sinistra. E il suo è un fenomeno reazionario finalizzato a distruggere i partiti come i sindacati. Di fronte a questo la sinistra sconta una pesante perdita di rappresentanza del lavoro che poi determina il successo dell’antipolitica. Bisogna dunque partire dal recupero di questa rappresentanza perduta tenendo però presente che siamo in una situazione drammatica e non è detto che questo dato essenziale sia percepibile come messaggio vincente. Siamo in una fase di sfaldamento di tutti i soggetti politici e sindacali e quindi si rischia davvero un risultato di regressione democratica. Per tentare di risalire la china secondo me serve un patto tra la Cgil e dunque non soltanto con la Fiom, e nuove generazioni della sinistra politica situate dentro il Pd, in Sel e anche nell’altra sinistra fuori dal Parlamento per ricostruire appunto un sinistra politica che parta sì dal lavoro e dal sindacato e dai gruppi sociali organizzati, per poi però arrivare ad una sintesi politica, per superare quella che potrebbe essere una impronta troppo economico-corporativa, avrebbe detto Gramsci. Un partito della sinistra deve essere un partito egemonico e non può ricondursi soltanto a quella dimensione. Altrimenti non ce la potrà fare.

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