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"Radici comuniste e apertura ad altre esperienze, il nostro successo". Parla il direttore dell'Humanité

Patrick Apel-Müller, giornalista dell’Humanité, è quello che qui in Francia si chiama direttore della redazione. Un caporedattore con qualche potere in più. Insomma quasi un direttore, anche se a ricoprire formalmente questo ruolo è l’europarlamentare comunista Patrick Le Hyaric, che deve però dividersi tra l’impegno con il giornale e quello presso l’assemblea di Strasburgo. Classe 1959, una lunga storia di militanza comunista e di lavoro giornalistico alle spalle, Patrick ci accoglie nella bellissima sede dello storico giornale del Pcf, situata in una zona periferica di Parigi all’interno di una moderna palazzina in rue Pleyel 5 e ci tiene subito a ricordare come è nato il suo giornale, tra i più antichi del continente. “Il nostro è un giornale con una lunga storia – esordisce il giornalista – è stato fondato nel 1904 da Jean Juares, che lo chiamò il giornale degli “associati”, perché il progetto di Juares era stato sostenuto da un’ampia costellazione di intellettuali, alcuni dei quali erano appunto professori associati, come lo stesso leader socialista. Questo fece sì che il giornale diventasse il portavoce delle lotte operaie come il punto di riferimento della galassia socialista, allora molto divisa, e infine una testata pacifista già dieci anni prima dello scoppio della Prima guerra mondiale, quando il militarismo stava prendendo piede in maniera allarmante sia in Francia che in Germania. Prima del conflitto divenne il giornale del Partito socialista, e questa scelta consentì alla testata, che si dibatteva in gravi problemi economici, di sopravvivere. Dopo la morte del suo fondatore e la deriva bellica dei socialisti, l’Humanité divenne il giornale del Partito comunista ma è sempre rimasta una testata molto aperta al confronto e ad altri contributi, un po’ come l’aveva concepita Juares”.

Negli ultimi dieci anni i comunisti in Francia sono cambiati molto fino ad arrivare alla recente esperienza unitaria del Front de gauche. E’ successo lo stesso anche all’Humanité?

Certamente il giornale è cambiato. Non è più l’organo centrale del Pcf, la scritta che compare sulla testata, è “giornale fondato da Jean Juares”, e negli ultimi anni ci si è posti l’obiettivo di diventare il punto di riferimento per tutti coloro che si sono posti il problema di una trasformazione profonda della società, e che vogliono trovare in questo giornale l’eco del loro dibattito e di quei temi che affrontano i diversi modi per trasformare la società. Le sue radici restano comuniste, ma con una grande apertura ad altre esperienze e culture, come quella, per esempio, dei socialisti di sinistra, di alcuni sindacalisti, associazioni, o intellettuali che si interrogano su quali modi possono essere usati per rendere più umano questo mondo.

Possiamo anche dire che voi siete il giornale del Front de gauche?

Assolutamente sì. Siamo stati noi a prendere i primi contatti con il Front de gauche, posizionandoci come il giornale che riportava il dibattito e le speranze legate a questa iniziativa politica. Siamo in Francia l’unico giornale che rappresenta quest’area politica, in grado inoltre di attirare anche lettori non abituali.

Questo contesto favorevole si traduce anche in un consenso tra il pubblico, con un ritorno positivo nella vendita del giornale?

Noi vendiamo circa 50 mila copie ogni giorno, che diventano 75 mila la domenica con l’Humanité Dimanche, e durante il 2012 abbiamo aumentato le vendite in edicola mentre la stragrande maggioranza degli altri giornali perdevano dei lettori. Tra i quotidiani in Francia siamo quelli che abbiamo avuto il risultato più positivo appunto in termini di vendite. Non dobbiamo tuttavia dormire sugli allori, perché l’insieme della stampa francese perde, in termini diffusione, circa il 25%, e gli economisti che si occupano della stampa fanno per i prossimi anni le stesse previsioni. Evidentemente siamo avvantaggiati per l’originalità della nostra linea politica, il fatto che ci siamo opposti al pensiero unico neoliberista che caratterizza un po’ tutti i media francesi. Siamo così una possibilità per tutti quei lettori che in Francia non accettano il capitalismo e si interrogano su come si possa continuare a sopravvivere nel nostro pianeta. E costituiamo appunto un valore aggiunto al mondo dell’informazione, utilizzando anche la rete e mettendo a disposizione anche un nuovo prodotto come “l’Humanité Europe”, che pubblica anche articoli provenienti da tutta Europa che si pongono interrogativi sul futuro del Vecchio continente. Abbiamo poi l’Humanité Dimanche, una rivista che esce appunto la domenica, la produzione di alcuni libri e dei numeri speciali che escono al di là della scadenza ordinaria, su questioni di carattere culturale, storico, socioeconomico. Siamo usciti per esempio sull’anniversario della morte di Aragon, ci stiamo preparando su Picasso, oppure ci siamo soffermati sulle questioni europee, come la crisi economica esponendo anche le soluzioni alternative che si possono applicare.

In Italia, causa tagli al finanziamento pubblico all’editoria, molti giornali, tra i quali il nostro, sono stati costretti a chiudere oppure a ripiegare sull’online E ora con l’antipolitica che imperversa c’è il rischio che le risorse per la stampa siano praticamente cancellate con le conseguenze che potete immaginare. In Francia come siete organizzati a riguardo?

Il finanziamento qui in Francia si realizza attraverso diverse forme. C’è un regime fiscale ridotto per l’insieme dei giornali. Ci sono poi aiuti concessi a chi attua delle modernizzazioni e che sono distribuiti in base alla situazione finanziaria dei giornali stessi, paradossalmente quelli che hanno più risorse. Per esempio se investi 100mila euro lo Stato te ne dà altrettanti, ma se quei soldi non li hai sei penalizzato. Insomma un provvedimento che favorisce i più forti. Resta poi un punto importante che riguarda gli aiuti a quei giornali che hanno poca pubblicità, come noi, Libération e il giornale cattolico La Croix. Si tratta di un aiuto che va a compensare le pressioni dei gruppi finanziari sulle scelte pubblicitarie. Partecipiamo inoltre ad una cooperativa di editori che si chiama Presstalis, nata subito dopo la Liberazione, la quale si è battuta perché, nell’ambito della distribuzione dei giornali, fossero assicurate le stesse condizioni per tutte le testate.

Anche qui ci sono stati dei tagli?

Nel biennio 2010-2012 abbiamo avuto un taglio che per noi è stato di un milione di euro, pesante per le nostre casse. In Italia, soprattutto con il governo Monti, si è fatta strada l’idea che debba essere il mercato a decidere il destino di una testata. In Francia lo scenario è differente, ma abbiamo anche noi persone che sostengono che solo i più ricchi debbano sopravvivere. La battaglia passa dunque attraverso la presenza di una pluralità di testate. Inoltre da noi ci sono stati diversi episodi che hanno provocato una crisi di fiducia nei confronti della stampa. Per esempio nel 2005, tutti i giornali ad eccezione de l’Humanité e di alcuni settimanali, avevano preso posizione a favore della Costituzione europea. Tutti ricordiamo quale fu il risultato del referendum del 29 maggio 2005, quando il 55% dei francesi votò no. Dopo quel fatto si è ampliato il fossato che divideva i media dall’opinione pubblica appunto con una conseguente crisi di fiducia. Anche sulla questione delle pensioni il 65% dei francesi si è dimostrato ostile alla riforma proposta mentre la stragrande maggioranza dei media l’ha sostenuta contribuendo così ad alimentare questa sfiducia. Si è andato così delineando questo scenario: da un lato un’informazione costosa, costituita soprattutto dai quotidiani, tutti favorevoli alle politiche neoliberiste; dall’altro un’informazione a basso costo, fatta di giornali distribuiti gratuitamente, o dominata dalla rete, dove prevale la proprietà degli operatori telefonici che propongono anch’essi delle notizie normalizzate.

Anche una testata prestigiosa e progressista come “le Monde” è entrata a far parte di questo coro?

Anche questo giornale ha perduto il suo prestigio, banalizzandosi e non distinguendosi dal pensiero unico. Certo, è rimasto un punto di riferimento con un proprio prestigio ma senza più avere lo stesso seguito e la stessa audience di una volta.

Dicevi del momento favorevole che sta caratterizzando la vita dell’Humanité. Qual è stato invece il momento più difficile per il vostro giornale?

Anche noi abbiamo attraversato una crisi finanziaria molto grave, tra la fine degli anni ’90 e l’inizio del nuovo secolo. Siamo stati anche costretti a ridurre il personale ma grazie anche alla mobilitazione dei lettori che hanno contribuito con due milioni di euro e la vendita di alcuni immobili di nostra proprietà siamo riusciti a resistere e ora, come dicevo prima, la situazione delle nostre vendite è in controtendenza rispetto alle altre testate.

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