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Xi Jimping ha fatto un sogno. Di rivincita
NUOVO CORSO Il Partito e le prospettive di una potenza matura che vuole primeggiare in tuttoUn'idea di supremazia militare Chi è certo di cosa intenda Xi Jinping quando parla di sogno cinese è il Colonnello Liu Mingfu, professore all'Università di Pechino. Lo slogan che guiderà il paese nei prossimi 10 anni è «Zonghuo Meng» (il sogno cinese) PECHINO. Xi Jinping ha lanciato lo slogan per i suoi dieci anni di regno in Cina: il «sogno cinese» (zhonguo meng). Come ogni suo predecessore anche Xi ha lasciato intendere di voler segnare la propria leadership attraverso una linea di continuità che tenga al centro il Partito e porti la Cina a diventare una potenza matura, anche nei rapporti internazionali. Sull'entità del concetto di «sogno cinese» esistono molte interpretazioni, che pongono tracce della Cina che sarà, nel prossimo e immediato futuro e provano a scandagliare accezioni diverse, per comprendere a pieno la nuova realtà, costantemente in trasformazione.
Le stagioni precedenti
Stando a tempi più recenti, Jiang Zemin inaugurò la stagione delle «tre rappresentatività» (sang diabiao) a segnalare come il Partito dovesse farsi portatore delle istanze sociali della Cina all'epoca delle riforme, incamerando al suo interno anche la classe «capitalistica», degli imprenditori e smembrando di fatto il «classismo» su cui si era basato Mao. Durante l'epoca del Grande Timoniere il concetto di «classe» - anche perché la grande maggioranza dei cinesi viveva e lavorava nelle campagne - venne ancorato al concetto di afflato rivoluzionario, più che su considerazioni puramente marxiste legate alla posizione nel processo di produzione. In questo modo il Partito doveva prima di tutto rappresentare la parte rivoluzionaria del paese e finì per farlo, con molti dei quadri provenienti dalle realtà lavorative, rurale e urbane. Poi arrivò Deng Xiaoping e con lui i capitali dall'estero e la nascita della Cina come siamo abituati a conoscerla oggi. Deng a suo modo, pur trainando la Cina all'interno della globalizzazione economica, mantenne saldo il controllo sui gangli vitali del paese da parte del Partito, come dimostrò anche con gli eventi del 1989. Jiang Zemin - in un passo successivo - adattò la nuova realtà alla necessità che il Partito rimanesse in ogni caso centrale nella vita politica del paese e mantenesse salde le redini del controllo non solo politico, ma anche economico. La teoria delle tre rappresentatività venne inserita nello statuto del Partito nel 2003, diventando un caposaldo teorico del Dragone. La stagione di Hu Jintao, invece, venne caratterizzata dalla propaganda in favore della società armoniosa (hexie shihui). Jintao riprese la tradizione confuciana come parte della teoria del Partito, recuperando tutto quanto Mao aveva scardinato (i vecchiumi). Nel suo tentativo di richiamare a una società in perfetta armonia e bilanciamento tra le sue forze (e a livello di pace sociale) riecheggia anche quel concetto di moderata prosperità (xiaokang) che talvolta negli ultimi tempi è stato ripreso dal nuovo premier cinese Li Keqiang, non a caso considerato un delfino del vecchio Hu Jintao.
Recuperare Confucio, dopo il periodo maoista, significava inoltre affermare il tentativo di dotare di una guida morale un paese in profondo cambiamento. Tutto il popolo cinese è unito dalle istanze confuciane, che significano anche ordine e gerarchie, organizzazione. Quando Xi Jinping, il nuovo Presidente della Repubblica Popolare e nuovo segretario del Partito Comunista, è arrivato al potere, ha subito parlato apertamente di «sogno cinese».
Lo slogan è diventato fin da subito un nuovo meme della propaganda (citato ventiquattro volte in una settimana sugli editoriali del Quotidiano del Popolo). Ma cosa significherà per la Cina il suo nuovo «sogno»? O meglio ancora, cosa intende Xi Jinping? Non c'è univocità e scardinare l'esatta considerazione del concetto di Xi, secondo molti analisti, significa provare a comprendere qualcosa sul futuro prossimo del paese.
Un'idea di supremazia militare
Chi è certo di cosa intenda Xi Jinping quando parla di sogno cinese è il Colonnello Liu Mingfu, professore all'Università di Pechino e autore nel 2010 di un libro intitolato proprio «Il sogno cinese, il pensiero da grande potenza della Cina, nell'epoca post americana» (Zhongguo meng: hou meiguo shidai de daguo siwei zhanlue dingwei, Pechino 2010).
Liu è certo che Xi Jinping abbia attinto dal suo libro, dove il sogno altro non è che un'idea di supremazia militare della Cina nel mondo. E Xi Jinping in effetti ha fatto più volte riferimento alla rinascita cinese da un punto di vista militare, in senso pacifico naturalmente, sottolineando però un'alleanza tra Xi e gli ambienti militari che non è sfuggita a nessuno. Del resto Xi ha ottenuto fin da subito il ruolo di Presidente della Commissione Militare Centrale, accentrando su di sé il controllo dello Stato, del Partito e dell'Esercito. Xi ha inoltre condotto in prima persona le operazioni relative alla querelle diplomatica con il Giappone per le isole contese, dando grande importanza all'esercito e alle sue potenzialità. «Essere primi nel mondo - ha spiegato il Colonnello Liu - significa questo: essere primi in tutto».
Un posto che secondo i cinesi, del resto, la Cina ha sempre avuto se si eccettua il secolo orribile della colonizzazione europea. È a questo che si riferiva una recente copertina dell'Economist, con Xi Jinping raffigurato con i vestiti dell'Imperatore Qianlong, colui che nel 1873 chiese l'inchino all'emissario britannico (procedura negata: poi gli inglesi torneranno con i cannoni nel 1830).
Il sogno cinese si colorerebbe quindi di un nazionalismo che in Cina si tocca con mano, un revanscismo non solo da esercitarsi in Asia, ma colmo di diffidenza e spirito di rivincita contro un Occidente di cui, oltre ai capitali portati in Cina, si ricordano oggi le malefatte quando la Cina era il malato d'Asia. Oggi invece non è così. Secondo Hu Shuli, nota giornalista d'inchiesta cinese, intervistata dal quotidiano giapponese Asahi Shimbun il concetto di «sogno cinese» non è ancora chiaro e spingerebbe a un comun denominatore possibile per il popolo cinese.
Ed è forse l'interpretazione più corretta, perché quello che sembra chiaro in Cina ad oggi è l'assenza di un collante «morale» capace di supportare i grandi cambiamenti che il paese si prepara ad affrontare. Un'anima dell'essere cinese oggi che ormai Confucio non sembra poter più rappresentare. Nella ricerca quindi di un collante storico, per ora, anche un sogno sembra essere sufficiente: un involucro in attesa di essere riempito di valore.
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