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Ungheria, la risposta di destra all'austerità

Botta e risposta tra la cancelliera tedesca Merkel e il premier Orbán. Ma nessuna crisi diplomatica. Berlino ha troppi interessi su suolo magiaro. E così l'autoritario governo potrà proseguire con il suo piano intriso di conservatorismo e statalismo

BUDAPEST. Nessuna crisi diplomatica. Il recente botta e risposta tra Angela Merkel e Viktor Orbán ha procurato solo un piccolo livido, già assorbito.

Il primo ministro ungherese aveva risposto a una dichiarazione della cancelliera - «cercheremo di portare l'Ungheria sulla giusta carreggiata, ma non manderemo la cavalleria» - evocando l'occupazione nazista del 1944. «In passato i tedeschi hanno già inviato la cavalleria, ma sottoforma di carri armati. Non fu una buona idea», ha sostenuto Orbán venerdì scorso nel corso di un'intervista tv, riuscendo nell'impresa di unificare i vari segmenti del Bundestag, divisi più che mai, complice l'avvicinarsi delle elezioni di settembre. Verdi, socialdemocratici, liberali, cristiano-democratici: tutti hanno condannato l'allusione ai tank hitleriani. Al che il primo ministro magiaro, l'altro ieri, ha fatto diffondere un comunicato riparatore. Nel testo si parla di «incomprensione» e si spiega - ribaltando non senza forzature l'ordine delle cose - che il destinatario del ragionamento di Orbán non era la bundeskanzlerin, quanto piuttosto il candidato della Spd alla cancelleria, Peer Steinbrück, che in tempi recenti è arrivato a sollevare l'ipotesi di escludere l'Ungheria, accusata da più parti di deriva autoritaria, dall'Ue.
Non succederà. Non solo perché la Spd è condannata, a quanto pare, a un'altra sconfitta. Il fatto è che gli interessi economici di Berlino in Ungheria sono talmente vasti che, governi chi governi, la linea dura squadernerebbe ricadute pesanti. Negli ultimi vent'anni la Germania ha investito più di chiunque altro in Ungheria: 21 miliardi di euro. Molti dei quali vengono dal settore dell'auto. Audi, Mercedes e Opel sono alla testa di quella schiera di seimila aziende tedesche presenti nel paese magiaro.
Insomma, la prospettiva avanzata Steinbrück è difficilmente praticabile. L'approccio tedesco e di conseguenza comunitario alla questione ungarica continuerà a essere cauto, segnato dal dosaggio prudente di pressioni e concessioni.
A Orbán, che da parte sua non ha mai cercato lo scontro frontale con Bruxelles, né ha mai manifestato sentimenti così euroscettici, va bene così. Al massimo l'Europa può indurlo a rettificare una legge discutibile, ma non arriverà mai, salvo clamorosi cambi di marcia, a chiedergli di azzerare l'impianto della sua agenda, fortemente intrisa di conservatorismo e statalismo.
Il progetto orbaniano poggia su due pilastri. Da una parte c'è il furore ideologico. Il primo ministro vuole cancellare ogni scoria di socialismo realizzato, spingendosi fino ai simboli (da poco è in vigore una legge che vieta falce e martello, oltre alla svastica) e ai nomi di strade e piazze. Quelle intitolate agli esponenti del movimento comunista - Marx e Gagarin sono tra i pochi salvati - hanno preso obbligatoriamente altre denominazioni.
Il secondo pilastro è frutto dell'idea che la transizione sia stata viziata da eccessi liberisti, svendita del patrimonio pubblico e adesione incondizionata alle ricette del Fondo monetario internazionale: prima le liberalizzazioni, adesso l'austerità. Viktor Orbán, sfruttando la schiacciante maggioranza in Parlamento di cui dispone il suo partito, la Fidesz (Unione civica ungherese), vuole riportare risorse nelle mani del governo e contrastare l'attuale linea del Fmi. Statalismo e crescita, in sintesi.
È proprio questo l'aspetto di cui maggiormente si nutre la sua politica. Quella di Orbán è la risposta di destra alla crisi e all'austerità. Tutte le contestatissime misure finora snocciolate, dalla legge restrittiva della libertà di stampa alla nuova Costituzione, densa di passaggi critici, sono la cornice conservatrice-nazionalista all'interno della quale questa stessa risposta prende forma.
Orbán, tornato al potere nel 2010 dopo il premierato 1998-2002, ha sviluppato una politica economica «non ortodossa». Dapprima c'è stato il rifiuto di rinegoziare il prestito ottenuto da Fmi, Ue e Banca mondiale nel 2008, quando Budapest sembrò sul punto di crollare. Le proposte austere del terzetto sono state stracciate. S'è posto però il problema di come reperire risorse. Orbán ha introdotto una maxitassa su banche, grande distribuzione alimentare e telecomunicazioni, tre dei settori dove le compagnie straniere sono più presenti. Diverse aziende hanno formalmente protestato, con tanto di lettera alla commissione europea. Ma l'esecutivo magiaro ha tirato dritto, lanciando un'altra iniziativa di netta rottura: la rinazionalizzazione dei fondi pensione, privatizzati nel 1997 dall'allora governo socialista su suggerimento del Fmi. Sul finire del 2011, inoltre, è stata lanciata una tassa sulle transazioni finanziarie.
Le risorse incamerate sono state dirottate su tre canali: crescita, redistribuzione - sempre utile a lubrificare il consenso - e riacquisizione di asset. Piano ambizioso e costoso, quest'ultimo. Il governo ungherese, pagando somme considerevoli, ha rilevato l'istituto di risparmio Takarekbank (dai tedeschi di Dz Bank Ag), i gestori dei servizi idrici a Budapest e Pécs (dalla francese Suez) e l'azienda di componentistica auto Raba. A fine marzo è arrivata anche la rinazionalizzazione dei centri di stoccaggio e dei diritti sulla distribuzione del metano, detenuti dal colosso tedesco Eon. Orbán, paternalisticamente, ha annunciato il taglio delle tariffe.
In termini di crescita, il governo non si è limitato a convogliare in appositi programmi i proventi ricavati dalla nazionalizzazione dei fondi pensione e dalle tasse su grande capitale straniero e transazioni. La maggioranza, in difformità con un'agenda statalista e abbastanza attenta al sociale, ha approvato una misura liberista come la flat tax (al 16%).
È comunque il controllo sulla Banca centrale, ottenuto tramite una nuova legge, fortemente criticata dall'Ue, lo strumento con cui Viktor Orbán intende stimolare l'espansione. Al vertice dell'istituto, che presto potrebbe assorbire l'authority per i mercati finanziari, è appena arrivato György Matolcsy, fino a marzo ministro dell'economia. Matolcsy ha subito fatto capire le intenzioni del blocco al potere, portando i tassi al minimo storico, per stimolare la ripresa.
Il punto, infatti, è che nonostante tutti gli sforzi di Orbán, l'Ungheria non s'è risollevata dal pessimo stato di salute economico. Il debito pubblico, retaggio del «socialismo del gulasch», ha sfondato il tetto dell'80%. Il Pil, stagnante nel 2010 e nel 2011, è sceso dell'1,7% nel 2012. I consumi si sono contratti di dieci punti percentuali rispetto all'epoca pre-crisi e gli investimenti dall'estero sono in calo. Le cifre indicherebbero che, a prescindere dalle debolezze croniche dell'Ungheria, le scelte di Orbán non hanno premiato. Anzi.
Ma «Viktator», come lo chiamano i detrattori, dovrebbe riuscire a cavarsela. Le stime sulla crescita (0,2% quest'anno e 1,4% nel 2014), unite alla possibile decisione di Bruxelles di chiudere la procedura d'infrazione sul deficit, gli danno modo di esibire dei risultati. Sono modesti, ma potrebbero bastare a rivincere le elezioni, nel 2014. Il consenso di Orbán s'è eroso, ma non così tanto da paventare l'alternativa. Il partito socialista non s'è ripreso dalla sberla del 2010 e i centristi, guidati da Gordon Bajnai, non sfondano. L'estrema destra di Jobbik fa paura, ma non si schioda dal 15%. Si direbbe che Orbán potrà continuare la sua rivoluzione.
Nessuno, tanto, invierà la cavalleria.
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