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La domanda senza risposta di Yara Abbas
Rimane un foglietto sul quale mi aveva scritto nome e email, con una grafia di sbieco. Era il 10 maggio e Yara Abbas, 29 anni, giornalista della tivù siriana Al Ikbhariya, aveva partecipato a Damasco alla conferenza stampa finale della delegazione internazionale in appoggio al movimento siriano Mussalaha (per la pace e la riconciliazione).
I giornalisti erano pochi, tutti siriani - salvo Telesur, nessun media straniero presente a Damasco aveva ritenuto di doversi scomodare per ascoltare Mairead Maguire, irlandese premio Nobel per la pace, che guidava il gruppo del quale facevo parte anche io. Quel giorno la reporter aveva chiesto: «Arrivano diverse delegazioni internazionali, qui. Ma al ritorno nei vostri paesi, a livello di informazione sulla Siria non cambia nulla. Come mai secondo voi?». Non c'era stata risposta. Per questo le avevo chiesto l'email. Le ho scritto il giorno dopo, ancora a Damasco, per spiegarle alcuni meccanismi, e per dirle del nostro impegno. Non ha risposto. Avevo pensato di riscriverle. Nessuno le risponderà più. Yara è stata uccisa ieri nella provincia di Homs, presso la base aerea di Dabaa, vicino Qusair. Era là al seguito dell'esercito siriano. Lei vedeva la guerra da quella parte. Un lavoro pericoloso che faceva da molti mesi. Per una nota del ministero dell'informazione, è stata colpita da un cecchino ovviamente dell'opposizione armata. Nel suo ultimo reportage, ieri, Yara spiega: «Siamo vicino al macello di Qusair, quell'edificio con il tetto rosso, da lì i terroristi cercavamo di entrare in città ma ora tutto è sotto il controllo dei nostri soldati». Nell'agosto 2012 un'altra Yara, Saleh, sempre di Al Ikhbariya, era stata rapita da gruppi armati e poi liberata in uno scambio di prigionieri (ma il cameraman fu ucciso).
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