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Gli Usa e la guerra: l'inestinguibile vizio del lupo
Questo mese di giugno si è rivelato propizio per una messa a punto della strategia bellica statunitense. Nel giro di pochi giorni, Barack Obama e i suoi consiglieri militari hanno infatti rilasciato alcune impegnative dichiarazioni con le quali vengono simultaneamente annunciati un passo indietro (dall’Afghanistan) e un passo in avanti (in direzione della Siria).
Il 14 giugno scorso una nota ufficiale della Casa Bianca ha espresso la volontà di procedere a un salto di qualità nella crisi siriana, a cominciare dalla fornitura diretta di armi e addestramento ai “ribelli”. Quel che di fatto già avveniva attraverso canali “informali” viene formalizzato, sancendo in tal modo un ulteriore livello di coinvolgimento degli Stati Uniti a sostegno della rivolta anti Assad. Sembra che il presidente Usa non abbia ancora deciso se (e quando) compiere un ulteriore passo, istituendo a ridosso dei confini turco e libanese una no fly zone, che inevitabilmente impatterebbe con la reazione della contraerea siriana; in ogni caso, sono in molti gli esperti che ora considerano più vicino un intervento diretto statunitense. La giustificazione dell’escalation offerta dall’amministrazione Obama chiama in causa il superamento della red line rappresentata dall’uso di armi chimiche da parte delle truppe governative di Assad. A sentire il vice responsabile della sicurezza nazionale Ben Rhodes, le prove riguarderebbero “diversi episodi”: tuttavia, è fondato lo scetticismo di quanti ritengono di trovarsi di fronte all’ennesima giustificazione ad hoc. Secondo il Washington Post, le presunte prove sarebbero “di utilità limitata” in quanto fornite dagli stessi “ribelli”: non a caso il Segretario generale dell’Onu Ban Ki-Moon si è mostrato assai cauto, precisando che “qualunque informazione sul presunto uso di armi chimiche non può essere confermata senza prove convincenti sulla catena di custodia”. Inoltre, è stata Carla del Ponte - il magistrato ex procuratore del Tribunale Penale Internazionale per la ex Jugoslavia ed oggi membro della Commissione Onu che indaga su eventuali crimini di guerra in Siria - a dichiarare alla Radio Svizzera Italiana il 5 maggio scorso di avere le prove che, finora, ad utilizzare armi chimiche, a partire dal letale gas sarin, sono stati gli insorti e non gli uomini fedeli al regime di Bashar al Assad.
Dunque, sembra proprio che la storia si ripeta. Irresistibilmente torna alla memoria la tragica performance dell’allora segretario di Stato Usa, Colin Powell, quando il 7 marzo del 2003 – davanti al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e alle telecamere di mezzo mondo – dimostrava l’ “esistenza inoppugnabile di armi di distruzione di massa” nell’Iraq di Saddam Hussein, agitando una fialetta di antrace. Una bufala, si scoprì dopo: un “arma di distrazione di massa” per giustificare il secondo intervento bellico in Iraq.
Il vertice G8 - tenutosi il 17 e 18 giugno in Irlanda - non ha sortito il risultato sperato dall’amministrazione Usa, per l’opposizione della Russia: Putin ha dichiarato la sua contrarietà a “forniture ufficiali di armi all’opposizione siriana”; e il vice ministro degli Esteri Sergei Ryabkov ha dichiarato che la Russia ha rifiutato di accettare un qualsiasi riferimento alla sorte di Assad (contrariamente a quanto auspicato dal nostro Ministro degli Esteri, Emma Bonino, la quale vede “l’uscita di scena di Assad” come parte essenziale di un negoziato Ginevra 2 e, in tal senso, sollecita l’opposizione siriana ad “assumere una leadership politica”). Così il documento finale del vertice si è limitato a chiedere all’opposizione siriana di prendere le distanze dalle organizzazioni qaediste e jihadiste interne alla rivolta armata. Tale esito del G8 non ha comunque impedito la conferma della linea oltranzista in occasione del successivo incontro di Doha (in Qatar) il 22 giugno scorso, svoltosi tra gli undici Paesi “Amici della Siria”, Paesi Nato e a prevalenza islamica sunnita (Usa, Italia, Gran Bretagna, Francia, Germania, Egitto, Turchia, Giordania, Qatar, Emirati Arabi, Arabia Saudita): riunione che ha ribadito l’obiettivo di “cambiare l’equilibrio delle forze in campo”, canalizzando aiuti di tipo militare attraverso l’Alto Consiglio militare dell’Esercito Libero Siriano.
Alle dichiarazioni in vista di un crescente impegno militare nella vicenda siriana ha fatto da controcanto l’annuncio, in sede di G8, dell’apertura a Doha di un ufficio politico dei talebani e del contestuale avvio di trattative dirette con quelli che, in Afghanistan, sono da dodici anni i nemici giurati dell’Occidente. Si tratta di una conferma della volontà di disimpegno degli Usa dalla trappola afghana. Quando due anni fa fu deciso il ritiro di 10 mila uomini dall’Afghanistan, Obama celebrò l’evento con un filo di trionfale retorica: “La luce di una pace sicura è in vista, la marea delle guerre si ritira, è tempo di concentrarci sui bisogni del nostro popolo. La missione di ricostruire nazioni comincia a casa nostra”. In realtà, l’Afghanistan tutto è fuorché una nazione “ricostruita”: ad oggi, la realtà è quella di un territorio devastato dalla guerra, dilaniato da conflitti interni, privo di una effettiva autorità statuale. Questo è quello che lascia oltre un decennio di “guerra al terrorismo” ed “esportazione della democrazia”. Secondo stime dell’Onu, rispetto all’anno scorso vi è un aumento del 24% di vittime civili; e, a conferma di ciò, Emergency ha denunciato per l’anno in corso un aumento del 42% di feriti di guerra rispetto al 2012 e del 70% rispetto al 2011. Come in Iraq, dopo aver distrutto un intero Paese, gli Stati Uniti pensano ad un’uscita onorevole spacciata per vittoria. Lo annotava recentemente Vittorio Zucconi a proposito del ritiro statunitense dal Vietnam, citando Henry Kissinger: “Chiamatela vittoria e andatevene”.
Dal 1989 in poi, con la fine del mondo bipolare, la prima potenza militare del pianeta non ha cessato di essere la protagonista di uno stillicidio di conflitti cosiddetti “minori”, ciascuno con le sue devastazioni e il suo rosario di vittime (solo in Iraq, tra il primo intervento armato del 1991 e il secondo del 2003, si sono contati 700 mila morti iracheni). Fino alle avventure più recenti: la Libia, il Mali e ora la Siria. Una tale follia sarebbe incomprensibile se non si tenessero presenti gli inconfessabili interessi dell’Occidente capitalistico, economici e geopolitici, che è bene continuare a definire “imperialistici”. Avevamo sperato che Barack Obama, approfittando della maggiore autonomia che gli deriva dal suo secondo e conclusivo mandato, cambiasse (almeno parzialmente) strada. Ci siamo illusi. Guantanamo continua a essere operativo e i diritti umani ad esser violati in nome della lotta al terrorismo (ma, a quanto pare, il “Grande Fratello” posto a garanzia dello statu quo ha assunto ormai dimensioni planetarie), Cuba continua ad essere nella “lista nera” di proscrizione e a subire un embargo ignobile, nonostante l’opposizione della stragrande maggioranza dei Paesi Onu. Ed anche la sequela di avventure belliche non sembra purtroppo giunta al termine.
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