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"Dino, militante nelle fila dell'umanità". Ricordo di Anna Cotone a dieci anni dalla scomparsa

La memoria è una cosa seria, che non si consegna semplicemente allo scorrere dei ricordi. La memoria è quello che uno vuole ricordare. Dire memoria viva è un ossimoro molto diffuso, ma ha senso solo se si riconosce che è un’elaborazione soggettiva.

Pensando a Dino, tutti i ricordi che dieci anni fa riempirono pagine e pagine di web e di giornali andrebbero citati con tanto di virgolette e firma, come un grande blog di una storia vissuta in interazione con quella di tante altre. In un messaggio privato in quei giorni così difficili eppur consapevoli, Dino scriveva, di sé “ …l’importante è lasciare un buon ricordo dietro di sé…”.

Dieci anni dopo, mentre la stampa si riempie di cronache e opinioni sulla lotta contro la casta, gli sprechi e gli interessi personali nella politica, io posso decidere di ricordare Dino come una persona che ha militato nelle fila dell’umanità facendo la guerra di classe senza mai sparare un colpo; eletto rappresentante degli ultimi – gli ultimi per davvero perché inesistenti, quelli così ben descritti da Giorgio Agamben in Homo Sacer – delegato da chi non poteva delegare perché privo di carta di identità e quindi di diritti di cittadinanza. E lo voglio ricordare così per rompere quella immagine un po’ naif che tanto spazio trova nella retorica celebrativa della sinistra “post o ex”.

Chi era Dino Frisullo: l’internazionalista dei “sans papier” nelle defatiganti vertenze per i permessi di soggiorno, nella storia del caso Ocalan vista dalla parte di un militante pacifista e libertario, nella lotta per il riconoscimento dei rifugiati politici dei “senza patria” – i popoli negati, definizione da lui coniata.

Era una singolare macchina di propaganda che faceva circolare 5.000 volantini in mezz’ora con la complicità del sistema di relazioni reticolare delle comunità migranti; era la fonte più autentica di tutta l’informazione proveniente dal fronte delle migrazioni, degli sbarchi di profughi e delle guerre di confine che da 20 anni attraversano questa terribile Europa.

Era un ufficio stampa mobile, reporter della vita e poeta di strada, come suggerii a un’amica redattrice di Liberazione e, aggiungerei, un inventore senza brevetto e un editore senza copyright: molti sanno, i più ricordano, pochi continuano a lavorare nel solco di quella preziosa indicazione che veniva dalla sua militanza quotidiana.

E’ caduto all’ultima curva, scrisse Loris Campetti, credo, sul Manifesto nei giorni successivi alla sua morte. Mai espressione fu più puntuale. Ce l’aveva quasi fatta a rielaborare tutto il suo vissuto in un’esperienza nuova che gli facesse fare un salto di qualità. Qualcosa di diverso. Ce l’avevamo quasi fatta.

Pochi sanno che mi fu chiesto di recensire i suoi primi libri con uno pseudonimo, e solo una cerchia ristretta di compagni sa come fu elaborato il Primo Rapporto contro la xenofobia e il razzismo in Italia presentato alle Nazioni Unite, all’indomani dell’11 settembre, consegnato nelle mani di Shalini Diwan nella sede di Piazza S. Marco a Roma. E chissà se esiste ancora a Napoli la singolare esperienza editoriale Jamm/Senza Confini che pubblicò “Vecchia repressione e nuova legalità. Il mondo dopo l’11 settembre visto dalla parte delle vittime: la libertà di circolazione delle persone, il diritto d’asilo, la libertà di culto e di espressione politica”.

Di lui si diceva che non era più abituato al gioco di squadra e che la sua solitudine politica era questione di metodo e di stile.

Io dico che era questione di contenuti. Sul metodo, si può discutere. In quanto allo stile…il suo era quello di chi sapeva perdere senza mai sottrarsi alla sfida…”non aver paura di sbagliare un calcio di rigore” cantava De Gregori ne “La leva calcistica della classe ’68”. Era una delle canzoni preferite di Dino.

Anna Cotone (www.etologiasocialeumana.com)

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