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Il Pd tenta il suicidio: decide di salvare Alfano

Per l’ennesima volta – e questa potrebbe essere fatale – i democratici capitombolano ai piedi del Pdl e si apprestano a votare contro la sfiducia ad Angelino Alfano, benché egli sia manifestamente coinvolto nell’affare Shalabayeva. E’ questa la decisione sortita dalla segreteria del Pd, che ha architettato una linea trasudante ipocrisia e cattiva coscienza: la non-sfiducia al vice-premier verrebbe (si fa per dire) controbilanciata dalla richiesta che egli “faccia un passo indietro”, in sostanza che si dimetta con atto unilaterale. Dunque, da un lato il Pd riconosce la responsabilità, non si sa se soggettiva o oggettiva, di Alfano, dall’altro non ne trae le conseguenze ed affida pilatescamente ad Alfano medesimo – che ha ripetutamente mentito e che di dimettersi non ha alcuna intenzione – la prerogativa di decidere cosa fare. Quindi lui, e insieme a lui tutto il Pdl, tirerà dritto, politicamente coperto com’è anche da Enrico Letta il quale pur di tenere in vita il governo da lui presieduto è disposto a tollerare, e perciò a condividere, qualsiasi misfatto.
Quella del Pd è in definitiva una resa senza condizioni, grave e clamorosa, ancorché prevedibile, almeno da parte di chi abbia seguito con attenzione critica il progressivo perdersi di questo partito. Una resa destinata ad aprire fratture forse insanabili nel gruppo dirigente, soprattutto in quello allargato, e voragini di consenso nell’elettorato più esigente.
La botte ruzzola veloce verso valle e a questo punto torna, inquietante, l’interrogativo su ciò che il Pd farà quando e se, il 30 luglio, la Corte di Cassazione dovesse confermare l’esito dei precedenti gradi di giudizio del processo Mediaset e rendere definitiva la condanna di Berlusconi all’interdizione dai pubblici uffici. Se il Senato, con il voto determinante dei Democratici, dovesse neutralizzare gli effetti di quella sentenza, il Paese precipiterebbe in un conflitto fra poteri e in una crisi democratica senza precedenti, dove tutto, davvero tutto, diventerebbe possibile.
Mentre la politica dà questa oscena prova di sé, apprendiamo dell’arresto di Salvatore Ligresti (e dell’intera sua famiglia), fermato mentre tentava di svignarsela all'estero con il sorcio in bocca. Sì, proprio quel Ligresti che giunse al vertice del “salotto buono” del capitalismo italiano (“colà dove si puote ciò che si vuole…”), e che ora dovrà rispondere di falso in bilancio e manipolazione del mercato. In realtà è tutta la crem de la crem del potere economico e finanziario a mostrare il guasto profondo che innerva i rapporti sociali nel nostro Paese. Fate mente locale: Fondiaria, Monte dei Paschi, Eni, Finmeccanica, Pirelli, Fiat ed ora TrenItalia (vale a dire il gotha dell’industria e della finanza nazionale) incrociano sistematicamente con la giustizia. Si squaderna così davanti al Paese quel “sovversivismo delle classi dominanti” che costituisce un filo nero che attraversa la storia d’Italia e che sta trascinando il Belpaese al fallimento sociale, politico e democratico.
La politica - attraverso gli schieramenti che oggi solidalmente siedono in plancia di comando e dove “una mano lava l’altra” - si abbevera a quella fonte corrotta e malata.
Nessuna sorpresa che le cose siano giunte sino a questo punto.

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