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Umbria Terra Sociale - Massimo Montinaro: Creare lavoro con la terra
Massimo Montinaro, ha fatto il 77 a Roma e poi ha deciso di sopravvivere umanamente in Umbria tornando a fare il contadino, muratore, e trasformando una casa contadina in una fattoria . La sua storia come altre, è andata in controtendenza, quando i contadini andavano dalle campagne in città lui faceva l'inverso, occupava casolari.
Per certi aspetti il suo racconto di vita dimostra che la multifunzionalità della terra agricola, la riacquisizione della sovranità alimentare è un processo reale. Lui è ritornato politicamente in pista da Genova 2001, ed oggi si occupa di commercio equo-solidale sia con la bottega “Il Colibrì”, che con Umbria Equo Solidale con la quale contribuisce alla realizzazione di “AltroCioccolato”, la manifestazione di tre giorni sul commercio equo in risposta alla “kermesse consumistica” della Nestlè “Eurochocolate”, con questa esperienza si è avvicinato al mondo dei Gas, partecipando alla nascita di “Umbergas”, e della Rete di Economia Solidale, oltre ad essere uno dei maggiori esponenti del Comitato Umbro Acqua Pubblica.

Massimo ha aderito al percorso di Umbria Terra Sociale, controlacrisi lo ha intervistato.

La tua storia è quella di uno controcorrente, di uno che andava a fare il pecoraro quando i contadini umbri andavano in città a lavorare uscendo dalla fatica della terra. Le tue figlie venivano prese in giro a scuola per questo. Oggi la crisi ha messo in seria difficoltà molti lavoratori che si trovano disoccupati, è possibile pensare che la terra torni ad essere una nuova opportunità per questi territori?
E’ vero, appena arrivati eravamo presi un po’ per matti, ma nel podere che avevamo, sulle colline dei “Leoncini”, la prima cosa da fare era rendersi il più possibile autosufficienti ed i pascoli del podere potevano mantenere quelle 150 pecore che avrebbero mantenuto noi, con il formaggio che producevamo. Avevamo una bellissima “caciaia” ricavata da un “fondo” della casa nella prima parte un bel lavandino e i piani di lavoro tutti piastrellati come le pareti permettevano ad Anna (mia moglie) di lavorare in perfetta igiene e fare un ottimo cacio che la gente del posto veniva a comprare dicendo: “Ma che bono, l’ facete come se facèa ‘na volta!!”. Esatto, come si faceva quando c’era molto meno, quando la sussistenza era il primo punto. Ora la crisi ci ha riportato ad avere meno, da una parte credo che questo sia un insegnamento utile, ridà valore al necessario: il cibo, l’acqua, il lavoro. Da un’altra ottica però la situazione è drammatica, perché l’attuale realtà economica depressa porta le persone a fare “tagli” alle spese in maniera indiscriminata su tutto, il cibo, da frutta e verdura fino alla carne. Nelle grandi catene di supermercati o, ancor di più, nei “discount”, ha un prezzo veramente minimo, ma la qualità è assolutamente compromessa, come è compromessa la situazione delle persone addette alla produzione, alla raccolta sul campo, al lavoro negli allevamenti. Il fatto che la terra possa essere un’opportunità per combattere la crisi mi sembra chiaro, fra le altre cose l’agricoltura già ora è una delle poche realtà occupative in crescita.
Negli incontri di Umbria Terra Sociale, il tema dei Beni Comuni viene declinato in forma tangibile, concreta, ipotizzando un modello agricola differente da come si è sviluppato fino ad ora. L'utilizzo sociale della terra diviene al tempo stesso un meccanismo per dare risposta alla disoccupazione ed alla creazione di un nuovo welfare locale. C'è una sintonia con il percorso che stai sviluppando con la rete di economia solidale in Umbria e con l'idea delle reti corte di produzione?
I principi fondanti dell’economia solidale parlano di giustizia e rispetto per le persone in fatto di condizioni di lavoro, salute, garanzia dei beni essenziali, di partecipazione democratica e sostenibilità produttiva, si vuole che i territori gestiscano direttamente il più possibile dei prodotti e servizi che sono loro necessari ma con una rete di relazioni con le altre realtà dell’economia solidale, il sistema della grande distribuzione non è più sostenibile non ha senso tutto questo movimento di merci, con uno spreco che arriva al 40% di merce deperibile “buttata”. Con le filiere corte, si mantengono anche le diversità, le specificità locali che sono niente altro che ciò che il mondo ci invidia, ciò che fa muovere il mondo verso queste zone. Sono convinto che una gestione intelligente delle risorse naturali e paesaggistiche possa portare vero benessere in questo territorio. Sostenere i piccoli produttori biologici è fondamentale vista la vocazione agricola e turistica di queste zone.

Quindi per certi aspetti si va oltre il terreno della certificazione del biologico producendo un marchio locale etico che tiene conto della genuinità dei prodotti e del rispetto del lavoro?
Quello che accade nel mondo dell’economia solidale è che le aziende che vendono i prodotti ai gruppi d’acquisto sono sempre aperte a visite, anzi a volte sono loro a chiamare i gas per far conoscere i loro prodotti organizzando magari bei momenti conviviali anche molto istruttivi. In questo modo la certificazione avviene automaticamente in modo partecipato, senza dimenticare l’uso della rete, molti produttori e molti consumatori sono in rete, con l’uso dei “feedback” si può anche facilitare partecipazione e informazione, comunque il rapporto tra produttori e consumatori è più attivo, ci sono dei progetti, l’ultimo che ho conosciuto è nei dintorni di Milano, realizzati con l’aiuto economico dei gasisti che hanno anticipato i soldi dei loro acquisti semestrali per finanziare la realizzazione di una filiera del grano, della farina ed ora un forno che da’ il pane a duecento famiglie, a tra poco la pasta.

A pochi km da dove vivi, nel Comune di Umbertide c'è la struttura di Caicocci, 200 ettari di terreno del demanio regionale, con una decina di casolari abbandonati all'intemperia. Come Uts proponete uno spazio pubblico partecipato per costruire un distretto di economia sociale pubblica. Un luogo insomma che oltre a produrre lavoro potrebbe produrre anche welfare dal basso a livello municipale. E' una utopia concreta? Puoi farci un esempio?
Prima di tutto è assurdo che un posto come quello sia lasciato andare in malora, abbandonato, in quanto alle sue potenzialità, ce ne sono certamente visto che fino a qualche anno fa ha lavorato come struttura ricettiva. Già solo rimetterlo in sesto e farlo funzionare sarebbe qualcosa di positivo anche sotto il profilo occupazionale, ma la potenzialità è certamente più grande, visto anche il terreno che ha. In ogni caso va fatto con coscienza uno studio di fattibilità, un progetto di sostenibilità, innanzitutto economica, Caicocci non deve fabbricare illusioni, deve creare lavoro.

 

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