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"Nel mediterraneo c'è un potenziale rivoluzionario sfruttato dalla reazione". Intervista a Fabio Amato

Il mediterraneo torna ad infiammarsi. C’entra la crisi economica dell’occidente?
Le rivolte che stanno sconvolgendo tutto il mondo arabo nascono da ragioni strutturali. A cominciare dalla crisi economica, ovviamente, e poi per passare alle speculazioni sui futures del petrolio. Ed e’ questo in fondo che ha unito un pezzo di rivolta urbana, della parte più colta della società, le cui aspettative erano soffocate dal sistema clientelare e nepotistico, al peggioramento elle condizioni di vita di masse operaie e dei contadini stessi. Questo viene sempre sottostimato, ma voglio ricordare che i sindacati hanno avuto un ruolo sia in Tunisia che in Egitto.

Siamo di fronte a un buco nell’analisi degli Usa che invece hanno puntato la loro strategia sul ruolo di Morsi.
Gli Usa credevano al patto non scritto filtrato dal Quatar e dall’Arabia Saudita con la Fratellanza islamica. Un patto che avrebbe dovuto garantire un cambiamento soft dal punto di vista geopolitico. Questo è avvenuto sia in Tunisia che in Egitto. Oggi, pero’, il fatto che i Fratelli musulmani di fatto non abbiano toccato nessuna della cause strutturali della crisi e non abbiano implementato nessuna riforma sociale, anzi si sono affrettati ad occupare tutte le leve del potere e i posti chiave imitando i regimi precedenti in chiave islamica per mantenere la coesione del loro blocco, ci dice che quella fase e’ chiusa.

Cosa ci sta dicendo la mobilitazione in Egitto?
In Egitto la mobilitazione è trasversale. I militari, è evidente che sono parte del patto per la transizione. In Egitto esistono delle soggettività politiche, come in Tunisia dove esiste una sinistra. Però da un punto di vista di forza e di alleanze internazionali i militari e i musulmani sono i soggetti determinanti in questa fase. Nel Fronte di salvezza nazionale ci sono dai liberali alla sinistra.

Cosa lega questa ondata di rivolte alla crisi economica?
Al fondo si tratta di una rivolta rispetto ad una crisi che non ha più confini. Il problema è che non c’è abbastanza consapevolezza di questo legame. Turchia e Egitto sono i paesi della delocalizzazione verso Sud da parte delle aziende e delle multinazionali che operano in Europa e negli Stati Uniti. Le privatizzazioni ovunque applicate comportano la cancellazione dei diritti sociali. La dissoluzione di qualsiasi forma che esisteva prima di Stato sociale ha finito per accendere la miccia. Anche in Turchia tra le forze che hanno animato le proteste ci sono le forze della sinistra radicale per quanto frammentata. Il problema è che se da una parte ci sono le condizioni oggettivamente rivoluzionarie, per adesso i benefici le hanno colte le forze controrivoluzionarie. Il problema è la costruzione di soggettività politiche in grado di proporre la rottura del modello sociale.

Insisto su questo aspetto della crisi, perche’ intanto il potenziale esplosivo dell’Europa potrebbe investire anche le sponde del mediterraneo alla ricerca di una soluzione nuova…
E’ in fondo il nodo della Mesoregione mediterranea. Sarebbe anche una ipotesi naturale e storica. L’Unione europea aveva investito nel processo di Barcellona ma poi si è tradotto in accordi di libero commercio e sfruttamento del lavoro. Oggi, l’Unione europea guarda all’atlantico anche se con la vicenda del Datagate ci saranno non pochi problemi. O si battono quell’ipotesi lì ugualmente in Europa oppure si devono mettere in discussione i trattati così come sono. Il mediterraneo l’Europa l’ha intercettato solo rispetto al tema della delocalizzazione. Quindi, per fare il primo passo va rotta la gabbia neoliberista.

Qual è la situazione del dialogo tra i movimenti delle due sponde?
Si stanno costruendo le reti. E qualche cosa è stato fatto con il Forum mondiale sociale in Tunisia. Ad ottobre a Palermo c’è stata la prima conferenza euromediterranea della sinistra europea. E il prossimo ottobre ci sarà un incontro tra la sinistra europea, il forum di San Paolo e la sinistra del Mediterraneo. E’ chiaro però che i rapporti di forza sono più complessi.

Che vuoi dire?
Ci sono interessi geopolitici enormi e in campo ci sono gli stati nazionali. Noi, di contro, abbiamo reti informali. La ricostruzione di un immaginario tra neoliberismo e movimenti religiosi ci può essere, per esempio, a partire da un panarabismo socialista. In Egitto ha presa, così come in Tunisia. Il fronte della sinistra dimostra che una opzione progressista c’è. Del resto, è proprio agendo su questo elemento dell’immaginario che in Amercia latina sono riusciti a battere il neoliberismo, ovvero grazie al fatto che hanno ripreso un ideale umanista come il socialismo del xxi secolo.

Mi pare che Chavez avesse anche proposto un percorso che portasse ad una nuova internazionale…
Il tema della ricostruzione di una forma permanente e di una nuova internazionale secondo me rispetto a quello che sta accadendo è chiaro che si pone come urgente. Noi avevamo sostenuto quella proposta. Chavez non fu capito.

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