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Migranti, aprire corridoi umanitari per non rendere possibili altre tragedie

Quello che si è consumato a pochi metri dalla riva di fronte a Catania è solo l’ultimo, in ordine di tempo, di una reiterazione di crimini senza fine. Le sei persone morte, di età compresa fra i 17 e i 27 anni sono l’ennessimo insulto al diritto a vivere, di cui spesso, anche nelle aule parlamentari si celebra in maniera ipocrita la sacralità. Viaggiavano a bordo di una imbarcazione che si è arenata all’alba sulla Playa di Catania, presso il Lido Verde – raccontano gli operatori di Borderline Sicilia, una piccola e attivissima rete di militanti antirazzisti che tentano di monitorare l’intera isola http://siciliamigranti.blogspot.it/ -.

Dalle prime notizie rilasciate dalla Capitaneria di Porto, il motopeschereccio si sarebbe arenato a circa 15 metri dalla battigia, dando l’impressione ad alcuni migranti di essere giunti sulla spiaggia. Di lì la tragedia. Alcuni uomini si sarebbero gettati in acqua credendo di trovarsi nel basso fondale, ma sei di loro cadendo in una zona dove l’acqua era alta qualche metro (a causa del fondale sabbioso associato alle correnti marine) sarebbero annegati perché incapaci di nuotare.

Secondo la Guardia Costiera, i 6 uomini sarebbero morti prima del loro intervento sui luoghi della tragedia, avvenuto insieme ad altri mezzi di soccorso della polizia e dei carabinieri che hanno provveduto al trasbordo dei 91 superstiti sulla terraferma e il loro trasferimento presso il porto di Catania, dove li attendeva la Croce Rossa per le procedure di primo accertamento sanitario. Sei persone, tra cui un bambino di appena 7 mesi, sono state ricoverate presso l’ospedale Cannizzaro di Catania, per fortuna in condizioni non gravi.

Fra i superstiti, per la maggior parte di origine siriana, vi sarebbero decine di nuclei familiari tra i quali probabilmente ci sarebbero anche minori non accompagnati di origine egiziana. Gran parte degli uomini si è poi dato alla fuga, ben sapendo che il destino che li attende in Italia è, se va bene, quello di essere parcheggiati in qualche Cara, se va peggio di essere rispediti magari in un paese che non è il proprio. Sono rimaste nel dolore le donne, i minori e un paio di uomini.

Al di là delle dinamiche del viaggio e delle indagini che ne conseguiranno – sembra che il piccolo natante che li conteneva si sia staccato da una nave madre – e al di là della nuda cronaca, è opportuno partire da questa ennesima strage per alcune riflessioni. Il “governo del fare” sembra anche in questo caso non volere nemmeno capire cosa sta accadendo per poter evitare ulteriori lutti. Se anche la ministra Kyenge utilizza – a sproposito – la parola emergenza e vogliamo credere in buona fede è perché non esiste un ministro degli affari esteri, un ministro dell’interno, un presidente del consiglio, insomma, non si palesa chi si deve assumere delle responsabilità politiche da portare anche a Bruxelles. Ma a Bruxelles ci si va per portare i compiti svolti e per attendere ansiosi la pagella e non per raccontare e condividere una strategia.

Da mesi ormai le rotte migratorie verso l’Italia sono mutate e sono mutati i paesi di provenienza. Lampedusa si intasa ancora per l’inefficienza dei sistemi di accoglienza ma quelli che cercano di arrivare in Italia provano ad affrontare un viaggio più complesso. Si cerca di raggiungere Siracusa e il ragusano, proprio ieri sono giunte altre 42 fra donne e minori, l’8 agosto in poche ore, circa 600 persone e le coste vicino a Catania. Riprendono anche gli arrivi sulle coste calabresi, anche se se ne parla meno e prosegue il tentativo di arrivare, da soli, sdraiati sotto i camion, dai porti di Patrasso e Ikumeniza verso Venezia, Ancona, Bari. Accade perché il caos siriano è ormai irrefrenabile, perché l’Egitto è una polveriera, perché dal Corno d’Africa continuano a non realizzarsi soluzioni, perché il Sudan è dimenticato, perché la Nigeria vive forti tensioni. Accade perché in Libia, in Iraq e in Afghanistan non si sono portati pace e democrazia a suon di bombe, come ci ha martellato una informazione embedded, ma regnano caos e paura, instabilità e milizie armate. Accade perché l’Italia ha creduto con accordi presi con passati e presenti regimi, di potersi tenere alla larga da qualsiasi tensione.

Per questo è il caso che, prima di aumentare il numero delle body bags a Bruxelles si vada con una proposta semplice e di facile attuazione. Realizzazione di corridoi umanitari permanenti per permettere a chi non può sopportare una guerra o a chi subisce soprusi, di trovare un periodo di relativa quiete. Altro che proposta buonista, si tratterebbe di avere il coraggio di rideterminare i rapporti con i paesi che si affacciano sulla sponda sud del Mediterraneo, di proporre nei fatti, una alternativa alla guerra.

E a chi ancora blatera del rischio di invasione vanno ricordate due semplici verità. La prima è che le persone non si fermeranno grazie a certi strepitii. La seconda è che il reale impatto numerico sarebbe esiguo e marginale. L’Italia venne giustamente irrisa quando definì “emergenza” la stagione delle primavere arabe (oltre 1 miliardo di euro del cui utilizzo si dovrebbe render conto), l’Europa se tale vuole definirsi rispetti una propria solidarietà di continente. O l’Europa esiste solo quando le banche lo decidono?

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