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"In Egitto c'è il rischio concreto di una nuova Siria". Intervista a Fabio Amato
Nel caos egiziano si percepisce un tono molto forte di risposta dei militari agli Usa…
E’ chiaro che con la caduta di Mubarak un nuovo equilibrio non si è più creato. Gli Usa erano stati i fautori della mediazione che aveva portato al potere i Fratelli musulmani, che si sono posti come interlocutore, ma anche loro hanno finito per perdere il filo.

Le posizioni dei militari al potere, da una parte, e dei Fratelli musulmani, dall’altra, sembrano ricevere diverse interpretazioni da parte della sinistra.
Va detto che si tratta di due posizioni entrambe reazionarie. Il punto è che non si possono giudicare dal solo punto di vista delle alleanze internazionali. C’è uno scontro interno piuttosto poderoso, che serve a dare la chiave per leggere quello che sta accadendo. Le forze progressiste egiziane che hanno salutato positivamente la destituzione di Morsi ora, con il movimento Tamarod, si trovano spiazzate, perché ormai la scena è occupata dai militari e dai Fratelli muslulmani.

E cosa sta accadendo internamente?
L’origine dell’instabilità del quadro politico è di carattere sociale, e non fa parte solamente di un percorso politico. E a vedere bene i fronti non sono omogenei. E’ la crisi che deriva dalla fine del modello tutto centrato sulle esportazioni. Di fronte a questo i Fratelli musulmani non hanno una agenda che mette in discussione l’impianto neoliberista. E’ uno scontro di potere che lascia intatti quei presupposti economici. E poi anche per quanto riguarda le alleanze internazionali, né i Fratelli musulmani né la giunta militare le mettono seriamente in discussione. Del resto, l’intrusione degli Stati uniti e delle altre potenze è pesante. Gli Stati uniti hanno sempre avuto un peso in questo, in tutte le varie fasi. Però oggi gli elementi dello scontro interno hanno la prevalenza.

Quali sviluppi prevedi?
E’ molto difficile dirlo, se non impossibile. Pur partendo da basi strutturali simili come la lettura che la crisi può fornire, ogni paese ha avuto la sua dinamica. Anche in Tunisia la situazione non è affatto stabile. Dal punto di vista soggettivo non esistono le forze in grado di dare una risposta. Il rischio in Egitto è che l’intervento dell’esercito, gli scontri e il muro contro muro porti a una situazione di tipo siriana, cioè di conflitto civile e settario.

Un caos tale da cui sono in molti a tenersi lontani
Le grandi potenze sono attente e agiscono, ma non hanno il controllo della situazione. E quindi non rischiano.

Quale ruolo per l'Europa?
Non contano niente. Chiuso li. Contano Stati uniti, Francia, petromonarchie, e Gran Bretagna. Su questo come su tutti gli altri scenari. L’Italia non ha una politica del mediterraneo e fa da spettatrice.

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