Venerdì 24 Gennaio 2020 - Ultimo aggiornamento 22:08
MioGiornale.com
Logo ControLaCrisi.org
Filtra per luogo...
Filtra per tema...
Filtra per data ...
Nascondi
Condanna Berlusconi. Tre cose da sapere sulla sentenza

La sentenza della Cassazione che ha confermato la condanna di Silvio Berlusconi per evasione fiscale, oltre a sconvolgere il quadro politico, proietta ombre sinistre anche sulle giustizia. Conviene indicarne alcune (anche a fini precauzionali).

Primo. La sentenza conferma anzitutto l’irrilevanza in questa decisione – come in tutte quelle che hanno riguardato Berlusconi – del colore delle toghe che l’hanno assunta. Il cavaliere di Arcore sostiene da sempre di essere un perseguitato da «giudici comunisti» e cita, a riprova della circostanza, il numero dei processi a cui è stato sottoposto e dei magistrati che vi hanno partecipato, quantificati addirittura in «più di mille»…

Basterebbe questo a smentire l’assunto, ché qualunque frequentatore di tribunali sa l’impossibilità di trovarvi mille «toghe rosse» o anche solo rosé. Dall’altra parte persino gli amanti delle imprese più spericolate devono, ora, gettare la spugna (o tentare spericolate riletture di fatti in precedenza taciuti), dopo avere scritto e riscritto che nel collegio della Cassazione c’erano solo moderati e che proprio questo aveva indotto il cavaliere ad accettare il giudizio senza manovre dilatorie. Sarebbe forse tempo che i tanti editorialisti benpensanti e i politici del Pd abituati ai distinguo (e ai «sì, ma») cominciassero a prospettarsi l’ipotesi che i molti processi nei confronti del cavaliere siano frutto non già di accanimento giudiziario ma della commissione di molti reati… e che i tempi riservati a Berlusconi (i fatti oggi giudicati sono vecchi di dieci anni) non siano più brevi bensì, mediamente, assai più lunghi di quelli della gran parte dei procedimenti penali consimili. Superfluo aggiungere che ciò potrebbe anche indurli a rileggere con una qualche attenzione la storia delle «toghe rosse» che è, nel nostro paese, storia di affrancamento culturale e ordinamentale della magistratura dai condizionamenti del potere politico ed economico e non anche di giudizi preconcetti in procedimenti specifici.

Secondo. La sentenza – lo si vede da tutti i commenti (a cominciare da quello del capo dello stato) – non è piaciuta alla politica, che avrebbe preferito un esito pur pasticciato ma tale da non evidenziare anche in termini giudiziari l’anomalia e l’impresentabilità di un «risanamento economico e morale» gestito da un governo promosso e tenuto in vita da un condannato per un’evasione fiscale plurimilionaria. Il fatto che, nonostante ciò, la sentenza sia stata emessa dimostra che l’attuale assetto istituzionale della magistratura consente ai magistrati che lo vogliono di essere indipendenti e di emettere le loro decisioni senza condizionamenti di carattere politico (coerentemente con l’art. 101 della Costituzione, secondo cui «i giudici sono soggetti soltanto alla legge»). Non sempre – lo sappiamo bene e lo abbiamo segnalato più volte – ciò accade ma le condizioni istituzionali e ordinamentali lo rendono possibile. Ed è elemento fondamentale di tutela dello stato di diritto.

Per questo suona sinistro e preoccupante il comunicato del Quirinale, emesso dieci minuti dopo la sentenza, che auspica «la riforma della giustizia» (sic!). Ma quale riforma e perché? Non è la prima volta che il capo dello stato si esibisce in iniziative analoghe: dal monito, all’indomani della marcia sul tribunale di Milano dei parlamentari del Pdl per impedire il cosiddetto processo Ruby, sulla necessità di garantire al cavaliere la possibilità di «partecipare adeguatamente alla complessa fase politico-istituzionale già in pieno svolgimento» alle grazie – di evidente carattere politico – inopinatamente concesse (non agli ultimi della terra ma) ma al direttore del Giornale e al colonnello Joseph L. Romano, condannato a 7 anni di reclusione per il sequestro di Abu Omar… Inutile dire che i precedenti aumentano la preoccupazione e che l’impegno di tutti i democratici, all’indomani della sentenza, non può che essere il mantenimento dell’assetto costituzionale della magistratura e la vigilanza rispetto a comportamenti che, anche solo di fatto, lo aggirino.

Terzo. La discussione prima e dopo la sentenza è stata sugli effetti della stessa sul quadro politico. Non anche sui punti più rilevanti ad essi antecedenti: Berlusconi ha evaso o no il fisco? L’accusa è sostenuta da prove sufficienti oppure no? Il processo si è svolto nel rispetto delle garanzie dell’imputato oppure no? Sono questi i problemi sottesi al processo, a ogni processo. Ma essi sembrano non interessare nessuno, a destra e neppure a sinistra. Eppure la giurisdizione – come ci ha ricordato ripetutamente Ferrajoli – ha una regola fondamentale: assolvere in mancanza di prove anche se tutta l’opinione pubblica vuole la condanna e condannare in presenza di prove anche se tutta l’opinione pubblica vuole l’assoluzione… Dimenticarlo per seguire interessi contingenti uccide lo stato di diritto.

Dona il tuo 5x1000 a controlacrisi