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Tra Syriza e Podemos. Riaccendiamo la sinistra italiana
Ci siamo ritro­vati qual­che mese fa. In molti ci siamo anche scelti. Innan­zi­tutto per par­te­ci­pare alle ele­zioni euro­pee. E poi per pro­vare a pro­lun­gare que­sto nostro legame in un pro­getto più strut­tu­rato di rico­stru­zione della sini­stra ita­liana. Un obiet­tivo che a tutti noi appare indi­spen­sa­bile e poten­zial­mente alla nostra portata.

Ora dispo­niamo anche di una bozza di piat­ta­forma, il nitido ed ele­gante docu­mento che ci offre Marco Revelli. Un rior­dino del nostro impianto ana­li­tico, con annessa un’intelaiatura con­di­visa di quello che non osiamo ancora defi­nire un sog­getto poli­tico orga­niz­zato. Per mesi, spiega Revelli, abbiamo alle­vato tra con­tor­sioni e tor­menti un bruco: è ora che diventi una far­falla, per spie­gare le ali e comin­ciare a volare.

È dun­que utile tor­nare all’impulso ori­gi­na­rio, a quel punto di par­tenza che la pri­ma­vera scorsa ci ha visti pro­ta­go­ni­sti di un’esperienza entu­sia­smante. Alla vigi­lia di una sca­denza, l’assemblea di dicem­bre, che dispe­ra­ta­mente vor­remmo fosse il passo suc­ces­sivo, ma final­mente fon­dante, di quel felice tra­gitto. Se non altro per­ché ci resti­tui­sce, pur­troppo, la nostra ina­de­gua­tezza nel valo­riz­zarlo quanto dovremmo. Dopo il vano e stuc­che­vole rim­bombo dei milioni di parole che ci siamo scam­biati o sca­gliati con­tro, siamo ancora qui a regi­strare la cru­dele spro­por­zione tra quanto ci pro­po­niamo e quanto poi con­cre­ta­mente fac­ciamo, e solo per appena avvi­ci­narci alla for­ma­liz­za­zione di quella sog­get­ti­vità poli­tica che con­ti­nuiamo a dichia­rare necessarissima.

È vero, non è per niente facile ria­prire una sta­gione di sini­stra in que­sto nostro paese dete­rio­rato, anche fisi­ca­mente. Ma quan­to­meno per pro­varci, per ten­tare di riap­pro­priarci di quel ruolo poli­tico che abbiamo smar­rito, dovremmo innan­zi­tutto libe­rarci da tutte quelle sco­rie che ci appe­san­ti­scono. Sfug­gire a noi stessi, ecco cosa dovremmo fare: libe­rarci dal gra­vame con cui la nostra sog­get­ti­vità esau­sta con­ti­nua a nutrirci, esal­tando i nostri limiti, col­ti­vando i nostri difetti. Chissà, forse avendo «ucciso» padri e madri (o lasciato che si sui­ci­das­sero), ci ritro­viamo fra­telli e sorelle: che per defi­ni­zione sono (o diven­tano) fra­tri­cidi. Almeno fin­ché non si suben­tri noi, nei ruoli paterni, per volen­tieri pre­di­sporci a un sal­vi­fico martirio.

Se non riu­sciamo a fare i conti con noi stessi, depu­ran­doci da ege­mo­ni­smi meschini e nar­ci­si­smi pate­tici, sarà ancora più dif­fi­cile aprire una nuova pro­spet­tiva. La nostra ricon­ver­sione sog­get­tiva è insomma la con­di­zione neces­sa­ria per aprire quel pro­cesso costi­tuente che tutti auspichiamo.

C’è chi, al riguardo, invoca una mora­to­ria disi­den­ti­ta­ria («Scio­gliamo tutto, scio­glia­moci tutti»). Il nostro euro­par­la­men­tare Cur­zio Mal­tese sug­ge­ri­sce di azze­rare assetti e gerar­chie. Se utile per crearne di nuovi, più con­di­visi e con­vin­centi, si fac­cia pure.

Per mol­tis­simi tra noi non sarà trau­ma­tico né spia­ce­vole: non ci sen­ti­remo orfani di quelle filiere orga­niz­zate che nel tempo si sono tra­sfor­mate in con­fra­ter­nite di potere.

In ogni caso, se non ci deci­diamo a con­so­li­dare quanto finora stra­ti­fi­cato, non reste­rebbe che ras­se­gnarsi. Stiamo bene così, recin­tati nei nostri ridotti, in attesa che passi la not­tata. Oppure, limi­tia­moci a simu­lare un’unità giu­stap­po­sta, ras­si­cu­rante, dove almeno «appen­dere le nostre stinte ban­diere». O ancora, mime­tiz­zia­moci se e dove pos­si­bile: e non per ridurre i danni, come si riu­sciva fino a qual­che tempo fa, ma per rita­gliarsi invano una fun­zione politica.

La nostra inten­zione resta invece quella di riac­cen­dere la sini­stra ita­liana. Soste­nuti da più d’una ragione, prima fra tutte ricom­porre e ripro­porre una ten­sione per l’appunto di sini­stra, in un paese che sem­bra ormai rite­nerla super­flua e per­fino nociva. Non basta avere ragione, diceva il Gali­leo di Ber­tolt Bre­cht: è neces­sa­rio che la ragione si orga­nizzi in azione poli­tica. Ecco, è que­sto secondo pas­sag­gio che non riu­sciamo ancora a svi­lup­pare. Men­tre intorno a noi la demo­cra­zia si svuota e la restau­ra­zione imper­versa, la mise­ria e l’ignoranza cre­scono, l’insicurezza e la soli­tu­dine si diffondono.

Allora, cosa vogliamo fare? Con­ti­nuare ad avvi­lirci nella nostra irri­le­vanza poli­tica? Rei­te­rare fino allo stremo, fino all’esaurimento fisico capricci e dispetti, risen­ti­menti e ran­cori, per ritro­varci in pochi ma buoni ma soli? Spe­rare che la muta­zione del Pd non sia poi così defi­ni­tiva per vivac­chiare ancora un po’ nei suoi pressi?

Sta affio­rando nel paese un’opposizione sociale, un’insofferenza poli­tica, un’inquietudine intel­let­tuale, e in molti casi anche un disin­canto pro­fondo che spinge all’indifferenza e all’abbandono. E’ l’insofferente riflesso al ridon­dante neo-centrismo di Mat­teo Renzi, che tutto sem­bra inve­stire e inghiot­tire ma che, para­dos­sal­mente, fini­sce per aprire spazi di reat­ti­vità e per nuove, forse ine­dite, pro­spet­tive. Ed è qui che per noi è pos­si­bile agire, ritro­vando fidu­cia nei nostri argo­menti e nelle nostre pro­po­ste, per dise­gnare quella cre­di­bi­lità poli­tica che finora abbiamo sten­tato a pro­iet­tare. Offrendo così un approdo e forse anche una rap­pre­sen­tanza poli­tica a quella den­sità cri­tica che di sicuro ten­derà ad ampliarsi.

Ma tutto ciò solo se saremo capaci di scro­starci di dosso le nostre pato­lo­gi­che man­che­vo­lezze, quelle rug­gini con­so­la­to­rie, quelle ingan­ne­voli sicu­rezze che offu­scano lo sguardo e appe­san­ti­scono il respiro.

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