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"Comunisti, sinistra e il Prc. Spunti per una riflessione…". Documento di Comunisti Adesso
I. Il quadro politico in cui operiamo è segnato dalla crisi. Al netto delle chiacchiere e delle formule magiche inesistenti, la sovrapproduzione di capitale è il dato fondamentale. Disoccupazione, distruzione di capacità produttiva e, sempre più conclamata, tendenza alla guerra sono conseguenza, in particolare nelle società euro-atlantiche, dell’impossibilità per il capitale privato di trovare sbocchi profittevoli.
Dal punto di vista delle classi dominanti una fase di questa natura non può essere governata dalla democrazia per come è stata conosciuta nella seconda metà del ‘900, pena la messa in discussione del sistema stesso. In Italia, sempre laboratorio originale della reazione, oggi siamo in presenza di un governo privo di una vera e propria opposizione, sia essa politico-parlamentare che politico-sociale. Sotto il profilo istituzionale siamo probabilmente al punto più basso della vita repubblicana: di esautoramento, sostanziale, delle prerogative costituzionali delle camere è lecito parlare, dal momento che il governo su di un tema prioritario, quale i diritti dei lavoratori, ha chiesto, e ottenuto, una delega in bianco, impedendo al Parlamento di definirne gli indirizzi. Se a ciò si aggiunge l’ulteriore scelta di Renzi di porre la fiducia per impedire la discussione degli emendamenti presentati, è chiaro che ad esser svilita non è la sola dialettica parlamentare quanto quel che rimaneva della democrazia rappresentativa tracciata dei costituenti.

II. Ma vi è di più. Manca nel paese, nel suo tessuto sociale, un’alternativa credibile. E’ questo che rende apparentemente invincibile Renzi e la sua nuova corte. La ricostruzione di un’alternativa di sistema è quindi il primo obiettivo da perseguire se si vuole rilanciare una prospettiva di cambiamento per l’oggi e per il domani. Un’alternativa tanto sul piano economico, indicando – ad esempio – la sostituzione degli investimenti pubblici a quelli privati e la nazionalizzazione dei settori strategici dell’economia, a partire dal credito, quanto su quello democratico, rilanciando assieme al tema dell’opposizione radicale alle cosiddette riforme istituzionali la questione della rappresentanza nei luoghi di lavoro.
Vi è poi un tema assai più gravoso e complesso: per costruire il cambiamento, quello vero, quello che pone in discussione l’ordine esistente, bisogna porsi il problema di ricostruire quei corpi intermedi in grado di aprire, in prospettiva, uno scontro sul terreno del potere. Si tratta di un immenso sforzo politico e sociale di ricomposizione. Una questione, quindi, cruciale per chi si concepisce come forza anti-sistema, ma a cui scarsissima attenzione si presta nelle riflessioni a sinistra.
Questo livello di elaborazione e la prassi conseguente costituiscono, a nostro parere, le basi per invertire l’attuale direzione di marcia, e impedire, quindi, un’uscita da destra dalla crisi. Una strategia, in ultima istanza, attraverso cui porre nuove fondamenta ad una fase politica segnata da rapporti di forza, tanto a livello nazionale quanto a livello internazionale, profondamente mutati rispetto al passato.

III. Discussa e quindi indicata una nuova ipotesi strategica è necessario combattere, contestualmente, sul campo. Individuando le controparti – Unione Europea, Governo, Confindustria – si può provare a delineare un primo lavoro di ricostruzione dell’opposizione politica e sociale qui ed ora. Ciò a cui assistiamo oggi è, infatti, un processo di ristrutturazione dei rapporti di potere, sul piano della produzione, dei rapporti di proprietà e della democrazia nel suo senso più pieno.
In questo quadro permane un potenziale spazio a sinistra. Uno spazio che va letto, prima che a vantaggio di questo o quel dirigente, di questo o di quel partito, in termini di classe. Quello è lo spazio da riempire. I lavoratori, al netto della falsa coscienza del renzismo e del grillismo già in crisi, precari o stabili che siano, non hanno in parlamento e nel paese un’organica rappresentanza e un’autonoma organizzazione. Nella sostanza l’opposizione di classe non c’è né nel paese, né nelle istituzioni. Le fiammate, come il corteo del 25 ottobre o in misura più ridotta numericamente ma più determinata del 24 ottobre, non bastano a dire che c’è un’opposizione. D’altra parte l’attacco del Governo è violento e quindi non può essere derubricata come un rito la reazione della stessa CGIL. Grande deve, quindi, essere lo sforzo da noi profuso per la riuscita dello sciopero generale del 12 dicembre. Ciò che va messo a tema, sul terreno della lotta, non è la semplice difesa di ciò che non esiste più ma la riconquista di quanto è stato smantellato. Dalle pensioni al salario diretto, dai servizi alla tutela del reddito, diretto ed indiretto, per i giovani e i meno giovani che cercano o hanno perso una prospettiva stabile per il loro futuro. Questa è la base materiale su cui costruire la ricomposizione sul terreno della lotta di classe, unico antidoto al rischio d’imbarbarimento reazionario.

IV. Abbiamo mosso e muoviamo critiche nette alla gestione e alla stessa natura che via via è andata assumendo la CGIL, ma proprio la messa in discussione della sua stessa esistenza oggi rende la sua mobilitazione largamente genuina e in grado di innescare una possibile scintilla che lo stesso gruppo dirigente della CGIL rischia di non poter controllare, almeno nelle forme in cui ha gestito il conflitto in questi anni. Allo stesso tempo la riuscita dello sciopero generale dell’USB, almeno in alcuni comparti, è il segno della disponibilità a lottare presente nella classe e nel Paese. Questo senza nasconderci, per un verso, il consenso che il governo Renzi ha in larghi strati popolari e piccolo borghesi, per un altro, il rischio che la passivizzazione di larghe masse, che continua ad esprimersi con l’astensionismo elettorale, possa trovare ancora più a destra il suo riferimento – significativa, a tal riguardo, la destrezza tattica della Lega di Salvini. Una passività che colpisce masse enormi di lavoratori giovani e impoveriti che non trovano e non hanno trovato a sinistra né riferimenti politici né sindacali.
Le vertenze diffuse nel Paese, le migliaia di licenziamenti, possono tuttavia trovare un coagulo, anche con la spinta che la FIOM sta mettendo in campo. Una spinta che va oltre la mera difesa del posto di lavoro e che un sano intervento soggettivo può contribuire a collocare su un piano politico di opposizione. Senza farsi illusioni nel brevissimo periodo ma sapendo che la storia si muove anche per salti soprattutto in una fase di crisi.

V. Il ruolo dei comunisti e del PRC può – potenzialmente – essere cruciale. Ovvero è la sua stessa esistenza che affida ancora al PRC questo ruolo. La nostra scelta di aderirvi nasce proprio dalla convinzione che il modo e il luogo in cui nel medio e lungo periodo saranno organizzati i comunisti dipenderà da come evolverà o meno Rifondazione Comunista. E’, infatti, ancora il PRC ad avere le potenzialità, in particolare per la presenza militante nella penisola che ancora esprime, per prendere una direzione o un’altra, e condizionare le scelte altrui. In questo senso esso può rendere concreta tale potenzialità, per un verso, ricandidandosi a contribuire alla ricostruzione di una organizzazione comunista all’altezza del nuovo secolo, per un altro, quale parte centrale di un processo ricompositivo a sinistra: oggettivamente, infatti, la Lista Tsipras ad oggi assolve questo ruolo di aggregazione solo parzialmente. Il PRC ha, quindi, la responsabilità di rafforzare una proposta politica aperta all’intera sinistra, prendendo concretamente l’iniziativa.
Siamo in una fase di transizione e i due processi, la questione comunista da una parte e quella della composizione di rapporti organizzati a sinistra dall’altra, sono processi aperti che ogni chiusura troppo affrettata rischia di interrompere piuttosto che compierli. Il confronto, la dialettica e le ipotesi di rapporti organizzati devono, a nostro parere, rimanere aperti tanto a “destra” quanto a “sinistra”, ponendo l’alternatività al PD e il programma quali discriminanti principali. La relativa piattaforma politica deve, quindi, sì essere aperta al confronto ma fondata sull’antagonismo verso l’architettura complessiva dell’UE, l’anti-liberismo e sugli interessi della classe lavoratrice del XXI secolo.

VI. Da questo punto di vista è chiaro, o almeno lo è per noi, che per i comunisti una qualunque aggregazione a sinistra non possa diventare partito. L’anti-liberismo può essere, infatti, un collante tra forze diverse in una dinamica di aggregazione di sinistra. Invece il nodo del superamento del capitalismo, del socialismo e del comunismo, assieme alla completa autonomia dalle classi dominanti, la contrarietà alla guerra imperialista assieme alla rifondazione del come stare insieme uniti, con un confronto permanente ma allo stesso tempo efficace per agire, sono elementi essenziali per costruire un partito rivoluzionario nel XXI secolo. L’iniziativa finalizzata al rilancio del ruolo organizzato dei comunisti e quella finalizzata alla riorganizzazione della sinistra, devono quindi procedere di pari passo, sostanziandosi in un paziente lavoro di reinsediamento politico nei luoghi di lavoro, di approfondimento strategico del modo di fare sindacato nei prossimi anni, in una costruzione capillare di risposta sociale a partire dalle zone popolari delle grandi metropoli.
Sul terreno elettorale si verificherà poi, quando si voterà, il grado di avanzamento di tale processo, i passi avanti o i passi indietro che saranno stati fatti. In questo senso l’ipotesi concreta di legge elettorale con il premio alla lista ha spinto – si veda la decisione di Migliore– e spingerà il ceto politico della sinistra ad una scelta: o nel PD o fuori. Ciò, da una parte, è un bene, dall’altra, rischia di far marciare divisi per mesi, o anni, tanti soggetti, indebolendone la capacità d’azione nella battaglia quotidiana, per poi, come è accaduto nelle varie tornate elettorali che si sono succedute, metterli insieme a pochi mesi dal voto.
Le elezioni regionali del 23 novembre testimoniano, tanto, i limiti oggettivi dei comunisti e della sinistra nel nostro paese, ad oggi incapaci di arrestare la pericolosa spirale astensionista, quanto, le possibilità soggettive, laddove si riesca a svolgere quel ruolo ricompositivo delle istanze dei lavoratori, sostanziatosi, in una seppur piccola parte, nel risultato della sinistra di alternativa in Emilia Romagna.
Ci attende un lungo lavoro di ricostruzione, difficile e pieno di ostacoli. Il tempo che ci vorrà dipende dal coraggio, dalla capacità di rinnovamento e dalla forza delle idee che si mettono in campo. Il terreno è assolutamente fertile, l’importante è non continuare a lasciarlo incolto, abbandonato e preda di continue scorribande populiste.

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