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"I Curdi pongono il nodo dell’autonomia democratica in Siria, in Turchia, in Iraq". Parla Arturo Salerni

L’avvocato Arturo Salerni può vantare una conoscenza diretta delle dinamiche che si agitano nel vicino Medio Oriente, occupandosi ormai da anni della difesa e della promozione della popolazione curda, tra i quali il suo più noto cliente è stato Abdullah Öcalan, leader del Pkk, Partito dei Lavoratori del Kurdistan, di cui ha fatto parte del collegio difensivo nel 1999.

Di recente è stato definito persona non gradita in Turchia e rimpatriato dopo essere stato fermato all’aeroporto “Ataturk” di Istanbul mentre si dirigeva nel Diyarbakir (considerata la capitale del Kurdistan turco) per portare aiuti umanitari alla popolazioni colpite dal terremoto nel 2011.

A lui chiediamo delucidazioni sulla difficile e complicata situazione in Turchia rispetto al “problema curdo”, dopo che l’opinione pubblica internazionale ha cominciato ad interessarsi finalmente alla faccenda in seguito al coinvolgimento di guerriglieri curdi contro l’avanzata dello Stato Islamico.

Il Pkk, compare ancora nelle liste delle organizzazioni terroristiche in Europa, Stati Uniti e Turchia, anche se sembra ci siano trattative in corso per cancellarlo, oltre a ciò abbiamo armato i loro “parenti stretti”, i peshmerga, per contrastare il pericolo rappresentato nella regione dall’Is. Qualcosa si sta muovendo rispetto al problema curdo?

L’Ue e gli Usa sono a fianco del Pkk o comunque di forze non lontane dal Pkk nella lotta contro l’Is. I peshmerga sono in realtà le forze della regione autonoma del Kurdistan iracheno, mentre i combattenti curdo-siriani e curdi stanno difendendo Kobane casa per casa e sono aiutati dagli attacchi aerei degli Stati Uniti da cui hanno ricevuto anche viveri e armi.

Ci sono delle proposte di cancellazione dalle liste, però nonostante questo in Italia, ad esempio, stiamo vivendo questo paradosso: questo studio (Studio Legale Associato Avv. Salerni Damizia Ritacco Angelelli, nda) fa parte del collegio difensivo in due processi, uno a Venezia davanti al giudice per l’udienza preliminare e uno in cui si sono chiuse le indagini preliminari da poco a Milano, in cui la contestazione è di far parte del Pkk a tanti appartenenti alla diaspora curda in Europa e in Italia. L’Italia da qualche tempo ha le richieste d’estradizione dalla Turchia che sono state sempre respinte ma nonostante ciò l’Interpol continua ad effettuare tutta una serie di arresti.

Gli unici che hanno una posizione netta, tollerante e democratica sono le forze curde e dentro le forze curde quelle che si rifanno al presidente Öcalan sono quelle determinanti che danno il senso anche a questa resistenza all’intolleranza sia religiosa che culturale. Loro pongono un problema di autonomia dentro gli Stati attualmente esistenti, quindi non richiedono di disegnare le linee i confini degli Stati così come escono dopo l’avventura del colonialismo. Loro pongono il problema dell’autonomia democratica in Siria, in Turchia, in Iraq. In realtà ormai ci siamo, c’è una regione autonoma, il Kurdistan che sta diventando praticamente una compagine statale.

Ci sono delle trattative, come riportato da Reuters, tra il capo dei servizi segreti turco, Hakan Fidan, e lo stesso Öcalan per una possibile scarcerazione.

La scarcerazione di Öcalan è uno degli elementi che sicuramente viene posto all’interno del processo di pace in Turchia.

Secondo il suo punto di vista la Turchia sta opponendo un nemico vecchio nei cui confronti c’è da anni un processo di riavvicinamento, i curdi, ad un nuovo nemico, l’Is, nonostante abbia in passato favorito la crescita dello Stato Islamico?

La posizione della Turchia è complicatissima, c’è un processo pieno di “stop and go” sulla questione curda. E’ vero che Erdoğan ha aperto alla questione curda, poi nel 2010/11 ci sono stati gli arresti dei sindaci, dei parlamentari, quindi si fanno dei piccoli passi per poi tornare indietro.

Su questa situazione sicuramente la Turchia, forse indirettamente ha agevolato la nascita e la crescita dello Stato Islamico, anche se ancora adesso si parla di ulteriori contatti, di situazioni ambigue. Poi dopo l’ingresso a Mosul dell’Is e la cattura del personale del consolato turco, la Turchia si è sicuramente resa conto che lì sta crescendo un pericolo. L’aver finanziato forse anche in chiave anti Assad, quelle forze che in qualche modo sono diventate lo Stato Islamico è diventato un problema. Infatti poi è nata la coalizione, sia pure ripeto con tutta questa serie di zone d’ombra.

Anche per quel che riguarda Kobane la posizione della Turchia non è stata così completamente anti Is, perché poi in realtà ha chiuso i confini, ha impedito il passaggio anche di quelli che andavano da Kobane verso Urfa (città turca nell’Anatolia del sud-est, nda). Si parla anche di tante situazione, morti che sono stati determinate anche dal mancato tempestivo soccorso, dei problemi che sono stati creati in frontiera. C’è stata reticenza a far passare i guerriglieri turco.curdi tacciati di terrorismo, poi alla fine l’accordo è stato di far passare i peshmerga iracheni, questi 120 che dovrebbero arrivare dall’Iraq.

Nello stesso periodo durante la resistenza di Kobane, stiamo parlando delle ultime settimane, la resistenza dei curdi per l’apertura della frontiera per far passare gli aiuti per i difensori e la cittadinanza, e al contrario per far entrare i profughi in Turchia, ha provocato molte manifestazioni che sono state represse duramente, ci sono stati morti.

Quanto influisce il fatto che l’Hdp (il Partito Democratico dei Popoli pro-curdo) abbia raggiunto quasi il 10% alle ultime elezioni sulle politiche riguardanti i curdi di Erdoğan e sulla crescita dell’attenzione internazionale su questo problema?

I numeri sono quelli, probabilmente nella politica dei diversi forni a cui Erdogan è molto abituato c’è anche il fatto che non si vuole metter contro questo 10% che appartiene ad un partito che rappresenta gran parte della minoranza curda, quindi c’è anche questo elemento.

Però le guerre civili sono complicate perché ci sono stati morti da una parte e dall’altra quindi non è stato facile neanche per la politica parlare alle proprie popolazioni.

E’ tutto in grande movimento anche se sembra tutto fermo, certamente la questione siriana ha rimesso in moto molte cose. Il primo elemento che ha spostato la situazione curda è la situazione iraniana, che sta sempre lì sopita, però terribile perché tante delle condanne a morte che fa questo paese, che sono tantissime e non sono diminuite con l’avvento di Rohani, riguardano militanti di etnia curda. Ma aldilà dell’Iran in Turchia si sono verificati tanti di questi movimenti che abbiamo visto e c’è stata la necessità di Erdoğan di trovare delle sponde possibili nella politica curda.

L’Iraq dopo l’abbattimento di Saddam Hussein ha determinato una situazione per cui di fatto c’è uno Stato nello Stato che è la regione autonoma del Kurdistan e poi c’è la questione siriana e l’autonomia del Rojava ha modificato obiettivamente la geografia politica in quell’area e ha anche, pur nel modo drammatico terribile dei morti delle decapitazioni delle violenze anche di carattere sessuale, spostato sia l’attenzione dell’opinione pubblica che le dinamiche interne. Da un lato determina alcuni irrigidimenti, dall’altro la situazione politica si sta fluidificando rispetto a quattro, cinque anni fa.

C’è la possibilità che Erdoğan stia allacciando rapporti con i curdi anche per sfruttare le enormi riserve petrolifere presenti nel Kurdistan iracheno?

Certo, il Kurdistan iracheno ha tante riserve petrolifere, Kirkuk (città irachena) che è la città che non faceva parte della regione autonoma del Kurdistan ma che è a maggioranza curda e che di fatto adesso dopo l’attacco dell’IS è stata riconquistata dall’esercito regionale curdo, è una delle regione più inesplorate ma ricchissima di petrolio. Dentro ci sono riserve petrolifere, nella Siria curda anche c’è molto petrolio, sicuramente la questione petrolifera influisce tantissimo sullo sviluppo della situazione, però è uno sviluppo che bisogna saper leggere. Il Medio Oriente in sé e la politica turca in particolare ci abituano a pensare che bisogna leggere ogni passaggio, non tutto è lineare e non tutto è chiaro

Secondo lei l’Europa ha perso un’occasione illudendo la Turchia prospettandole l’entrata nell’Ue per poi sbatterle la porta in faccia?

Quello è stato un elemento terribile, perché da quando si è aperto il processo di allargamento la Turchia ha fatto dei grandi progressi, Öcalan stesso che è stato condannato alla pena di morte ne è un esempio, infatti nel 2004 a seguito del processo di integrazione e delle pressioni in questo senso è stata abolita in tutto il paese e per il leader curdo si è trasformata in questo terribile e disumano ergastolo. Però certamente quello è stato un elemento, la Turchia pur con la grande questione curda la possiamo definire una democrazia, imperfetta, autoritaria ma certamente il progresso democratico c’è stato oltre ad un grande processo di crescita economica che adesso sta rallentando.

I curdi tra l’altro erano favorevolissimi all’ingresso della Turchia in Europa, anche perché sapevano che avrebbe richiesto al costruzione di standard democratici sia sui diritti dei singoli sia sulle libertà delle minoranze. Poi di fatto la Turchia ha capito che due grandi paesi l’hanno ostacolata, la Francia e la Germania, per paura della presenza curda e turca nel loro paese e per rispondere a esigenze di pancia del loro elettorato.

Però lì la Turchia ha avuto un grande momento di vitalità nella politica estera con Davutoğlu (ex ministro degli Esteri ora Primo Ministro) promotore della politica che doveva essere “nessun problema con nessun vicino”. In questo momento è fallita chiaramente, però il punto è che è stato il momento in cui ha sostenuto la Freedom Flotilla a Gaza, insomma c’è stato un momento in cui la Turchia ha capito che in Europa la situazione era ferma e ha cercato un nuovo protagonismo regionale anche basato su questa grande espansione economica.

Poi l’espansione economica rallenta, i problemi nell’area ci sono ed io credo che il problema dell’Europa rimanga sempre aperto per tutti e due, pur sapendo che il processo di integrazione nell’Unione è lungo e complesso.

Quali saranno i confini della nuova Unione Europea è interessante chiederselo, sempre che questa resisterà alle nuove pressioni e alle politiche dell’austerità.

Quanto avrebbe giovato al problema dell’integrazione delle minoranze il fatto che un paese a maggioranza musulmano entrasse in nell’Ue?

Per me tantissimo. Io personalmente sono favorevolissimo all’ingresso della Turchia, è un processo, va costruito però io sono assolutamente favorevole. Credo che l’Europa sia una strana creatura sovranazionale a cerchi concentrici, dentro abbiamo i 18 che aderiscono all’euro, poi abbiamo i 28 che sono nell’Ue e infine 48 del Consiglio d’Europa di cui fa parte la Turchia che riconosce, in maniera come tutti contraddittoria, le sentenze della Corte europea dei Diritti dell’Uomo, che è un’organo giurisdizionale di tutti questi paesi. Questo processo aiuterebbe a superare un’opzione che viene suggerita alle popolazioni europee di anti-islamismo, di contrapposizione all’Islam, tra l’altro in questo momento favorita dal fondamentalismo dello Stato Islamico.

C’è un problema delle minoranze in Europa? Stiamo diventando intolleranti?

Sulla carta siamo i più avanzati del mondo, sul piano pratico pensiamo alla grande minoranza Rom, una situazione che potrebbe essere risolta con delle politiche efficaci e invece viene alimentata spesso per divider i popoli di fronte una crisi. Poi abbiamo la xenofobia che guarda in Europa, silenziosa se non addirittura complice, la scomparsa di migliaia di persone nel Mediterraneo che continuano da anni in modo assolutamente inosservante dei diritti alla vita e all’asilo che sono parte integrante del percorso di integrazione europea.

Eppure di fronte a questo abbiamo Frontex che sbarra la strada e aumenta i numeri di morti nel nostro mare.

L’atteggiamento nei confronti della Turchia è un riflesso di questa situazione e certamente questo, oltre la mancanza di una politica autorevole in Italia e in Europa rispetto a ciò che avviene nel mondo e alle sue frontiere, oltre a questo diciamo l’Europa avrebbe avuto grande giovamento nell’entrata della Turchia.

C’è un riavvicinamento dell’Europa al Mediterraneo, un tornare ad interessarsi alla sua frontiera meridionale e non solo al Nord?

La questione mediterranea incombe su di noi e noi dobbiamo porci il problema del Mediterraneo. Per quanto riguarda quest’area la soluzione alla questione curda non la possiamo eliminare, parliamo di 40 milioni di persone, il più grande popolo senza uno Stato, una situazione complessa, su cui l’Europa ha la possibilità di intervenire e di non delegare ad altri, ad esempio agli Stati Uniti, ma di essere protagonista attiva di una processo di pace. Io spero che la nuova presidenza Mogherini possa essere un aiuto rispetto a questo, ma la questione curda non si può risolvere ignorando quali sono gli effettivi protagonisti del mondo politico curdo, cioè senza il Pkk non si fa un passo in avanti sul tavolo negoziale. E nemmeno senza Öcalan, che è riconosciuto come il principale rappresentante nazionale dal popolo curdo. E’ un Mazzini incarcerato, in questo momento. Senza la sua liberazione, senza una partecipazione effettiva del Pkk in processi negoziali, quindi senza prima superare questo ostracismo folle nei confronti del Pkk che si è determinato negli ultimi anni, diciamo negli anni 2000, attraverso al messa al bando e l’iscrizione nelle liste terroristiche, senza questo noi non avremo soluzione alla crisi curda e alla pace ai confini dell’Europa.

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