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Sardegna, l'indipendentismo un fiume carsico che non trova sbocco. Analisi del voto

Le urne in Sardegna hanno consegnato un centrosinistra vincente con Francesco Pigliaru, candidato presidente della coalizione contrapposta al ricandidato Cappellacci, che stacca di molto l’uscente supportato da Forza Italia, Udc, Fratelli d’Italia e dalla lista Randaccio, dall’Uds fino al Ps’dAz. Pigliaru, invece, aveva messo insieme una coalizione insolita, o, per meglio dire in questi casi “ampia”: essa racchiudeva il Pd, Sel, il Partito Socialista Italiano, la Sinistra Sarda (Rifondazione/Comunisti Italiani), l’Upc (Unione popolare cristiana), il Centro Democratico, la lista comune Idv/Verdi e un comparto sovranista/indipendentista non da poco che comprendeva i Rossomori, il Partito dei Sardi e iRS, più la lista civica La Base. I partiti italiani, o continentali, si sono dimostrati quindi molto deboli (Forza Italia sotto il 20% e il Pd al 22%) se non sono coadiuvati da organizzazioni partitiche che pongono la questione sovranista ed indipendentista come centrale. In questa tornata elettorale, dunque, fondamentale è stato l’apporto del Partito dei Sardi (2,66%) e dei Rossomori (2,63%) - nella coalizione di centrosinistra - alle quali organizzazioni spetteranno 2 seggi ciascuna.

Il dato da rilevare è quello, senza dubbio, dell’elevato astensionismo che ha portato alle urne un numero di sardi di molto inferiore rispetto alla precedente tornata elettorale. Caso emblematico a tal proposito quello di Teulada, piccolo paese del Sulcis Inglesiente: 1630 elettori su 2200 aventi diritto avevano riconsegnato la tessera elettorale alla Pro Loco già prima delle elezioni. Durante la lunga giornata di Lunedì, quella dello spoglio, Paolo Piras (segretario di ProgReS) aveva fornito ai microfoni di Videolina il dato della cittadina di Uras in cui avevano votato solo il 33% degli aventi diritto. Per cui le percentuali dei sovranisti/indipendentisti/sardisti, quella dei Rossomori per il centrosinistra e del Psd’az per il centrodestra, sono da calcolare nel dato complessivo di astensione dalle urne di una buona fetta del corpo elettorale sardo. Se un sardo su due non si è recato alle urne il sovranismo, l’indipendentismo, la questione sardista - quindi - risulta essere come un non-luogo che ha, secondo questa legge elettorale, rappresentanza politica. I Rossomori, ad esempio, hanno avuto, nonostante l’astensionismo dilagante, un incremento dello 0,3% rispetto alle elezioni regionali precedenti, quelle del 2009, che segnarono la vittoria del centrodestra di Ugo Cappellacci; stesso discorso vale per il Pds (Partito dei Sardi) che, avendo pochi mesi di vita, è riuscito a collezionare 2 seggi e un 2,66%. Così come, andando alla coalizione di centrodestra, è stato molto utile l’apporto fornito dalPartito Sardo d’Azione (Psd’az), come si è prima riportato. Alle scorse elezioni regionali i sardisti avevano appoggiato per la prima volta l’asse berlusconiano e, dopo aver raccolto il 4,39% ed eletto quattro consiglieri, il consiglio nazionale del Psd’az aveva deciso di riappoggiare nuovamente Cappellacci alle elezioni tenutesi due giorni fa dopo aver lambito il Pd nel periodo della candidatura dell’europarlamentare Francesca Barracciu. Il partito, il cui segretario è Giovanni Angelo colli, ha ricevuto critiche da destra e da sinistra per l’appoggio a Cappellacci, ma ha sostanzialmente ‘tenuto’ i propri voti passando dal 4,39% del 2009 al 4,67% di domenica scorsa. Certo, i consiglieri, questa volta, non sono tanti quanti quelli della precedente legislatura, bensì solo 2: Christian Solinas (riconfermato) e Pietro Moro.

Perché il sovranismo, l’indipendentismo e il sardismo sono, allo stato attuale delle cose, un non-luogo? Si parta dal risultato di iRS - indipendentzia Repubrica de Sardigna, per cui è d’obbligo realizzare una parenti a parte. Il Partito di Gavino Sale è andato ben sotto le proprie aspettative racimolando le briciole della coalizione: 0,82%, un consigliere eletto ma solo perché il segretario del movimento era candidato all’interno della coalizione di centrosinistra. Sale, che alle elezioni regionali del 2009 si era presentato candidato presidente supportato dalla sola iRS, aveva raggiunto da solo il 3,09%. Recentemente, a chi gli contestava la linea collaborazionista coi partiti italiani, egli rispondeva che

«La trattativa che ha fatto iRS non è col Partito democratico, assolutamente no» e che all’interno dei partiti italiani «ci sono moltissimi sardi e che è inutile ripetersi tra indipendentisti 'noi siamo indipendentisti': noi non ci rivolgiamo all'1% o allo 0,%: noi ci rivolgiamo almeno al 50% dei sardi. Questo è un salto qualitativo perché mantenere l'indipendentismo fuori dai giochi politici era come ghettizzarlo, farne quasi una setta. Una setta purissima, per carità, che però non incideva più nella società sarda. A questo punto c’è stato il salto: invece che fare solo testimonianza ed opposizione, ci rimbocchiamo le maniche e vogliamo essere forza di Governo». Purtroppo, al primo partito che si è fatto carico di tradurre l’indipendentismo sardo con la nuova simbologia dell’albero verde diradicato, creando senso politico attorno a sé, questa tornata elettorale non gli è andata molto bene. I social network gestiti dal partito indipendentista sono silenziosi dal giorno delle urne, nessuna traccia di nuovi posts e tweets, solo commenti della base delusa che aveva anche contestato la linea promossa da Sale di “diventare forza di governo” e di “fare un passettino indietro per farne altri avanti”.

Il dato dell’infelice fallimento dell’iRS sta tutto nel commento di un utente all’ultimo post, cronologicamente parlando, di Facebook sulla pagina del partito: “nel 2011 presero 618 voti nel comune di Cagliari, oggi 238. questo è un flop è dovuto proprio all'alleanza con il Pd”. Innegabile, comunque, che sul risultato di iRS abbiano pesato le numerose scissioni e fuoriuscite che ci sono state all’interno del partito nel corso degli anni: il Partito dei Sardi e ProgReS ne sono un esempio. Franciscu Sedda, fondatore del Partito dei Sardi assieme a Paolo Maninchedda (ex consigliere regionale del Psd’az), era stato uno tra i creatori di iRS assieme a Gavino Sale, Frantziscu Sanna e Franciscu Pala che è stato, nuovamente, uno degli attori della scissione di ProgReS assieme a Michela Murgia, Omar Onnis ed altri esponenti. Doppia scissone, dunque, per un partito che era riuscito a trovare il proprio “io” politico e a farlo ritornare anche ad un elettorato smarrito come quello degli indipendentisti. L’operazione di iRS, comunque, con l’assunzione del simbolo dell’albero verde, è stata tra le più riuscite in campo indipendentista, e questo è riconosciuto ed indiscusso in tutta l’Isola. Persino nel continente, e chi scrive non è sardo.

Quindi, dunque, il deca (10,30%) racimolato dalla Murgia (con, al suo interno il 2,76% di ProgReS), il 2,66% e 2,63% di Partito dei Sardi e Rossomori, l’1% del Fronte Unidu, il 4,67% del Psd’az, lo 0,82% del Movimento per la Zona Franca di Gigi Sanna e lo 0,82% di iRS rappresentano un luogo che non possiede rappresentanza. All’interno della coalizione di centrosinistra il Pd, qualora non avesse avuto l’apporto di Rossomori, Partito dei Sardi e iRS non avrebbe superato Cappellacci e Pigliaru sarebbe stato all’opposizione; all’interno della stessa coalizione di centrodestra, il Psd’az recita un ruolo fondamentale per lo stesso ex commercialista di Berlusconi.

Pur stante il quadro di diserzione dalle urne, i sardisti raccolgono 31.886 voti e a Cappellacci quei consensi servivano e servono ancora. All’esterno delle due coalizioni, tralasciando il discorso sulla legge elettorale vigente in Sardegna che pone la regione in un quadro di a-democrazia manifesta e di non rispetto del voto lampante, c’è comunque un potenziale enorme: dall’1% del Fronte unidu che candidava Devias, al 10% della Murgia solo come candidata presidente, fino ad arrivare alle liste che componevano Sardegna Possibile. I partiti italiani, dunque, fiaccati e incapaci di tradurre malessere in proposte, politiche e voti, devono necessariamente aggrapparsi ad un fronte indipendentista/sovranista/sardista che è presente ma sempre più frammentato di elezione in elezione. Come a dire che c’è ma che è possibile, magari alla prossima tornata elettorale, che quella proposta si traduca nuovamente modificandosi a seconda del contesto sociopolitico in cui si trova. Il desiderio di autodeterminazione c’è ma è un insieme di fiumi carsici che non riesce a trovare sbocco: quando i migliaia di rivoli si uniranno in una proposta unitaria, essi diventeranno fiume in piena. E, in quel caso, i partiti italiani non saranno più la discriminante per una discussione asperrima tra le organizzazioni indipendentiste, bensì saranno completamente schiacciati da esse.

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