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"Torniamo al radicamento sociale. Così il Prc fuori dall'impasse". Intervista a Claudio Ursella

Da pochi giorni Claudio Ursella è il nuovo segretario del Prc di Roma. A lui e alla nuova segreteria vanno gli auguri di buon lavoro della redazione di Controlacrisi.

Partiamo da quello che è Roma oggi, una metropoli ridotta all’ombra di se stessa che continua a parlarci del fallimento di una classe dirigente e di un potere sempre più in mano alle lobby.

Sembra che ci siano due città. Una città impotente e sta nei palazzi, è quella della giunta Marino in una condizione di estrema debolezza, in difficoltà con le forze politiche che la sostengono e nella relazione con i poteri forti, che ancora continuano a dominare. E’ chiaro che non ha fatto leva sull’altra città quella, che vive nei territori e che si pone il problema di fornire risposte a una quantità di domande sociali inevase. Una città che al momento non ha rappresentanza e non ha relazione dialettica con i livelli istituzionali. L’ho sperimentato l’altro giorno in modo chiaro e palese quando insieme all’Unione inquilini abbiamo sostenuto l’occupazione di un edificio che sulla carta doveva essere adibito all’assistenza per malati psichiatrici, un progetto che non è mai partito, con spreco di denaro pubblico in ristrutturazioni mal fatte e incomplete. Abbiamo aperto una interlocuzione con il presidente della Asl e con il presidente del Municipio e con loro c’è stato un tentativo di dialogo; nel frattempo dalla Questura è partito il diktat che ha avuto come esito l’intervento dei reparti della Celere e lo sgombero. Quando in una città la collaborazione tra soggetti sociali e istituzioni viene interrotta, in conseguenza di un impianto repressivo, come, per esempio nel caso degli arresti di alcuni militanti di primo piano del movimento per la casa, sembra le istituzioni e la politica scompaiano, e si crea una situazione molto pericolosa. Nemmeno la proprietà aveva chiesto un intervento. E’ chiaro che ci sono input che arrivano dal ministero dell’Interno, e anche gli attacchi all'esperienza del teatro Valle confermano che questa è la tendenza.

Una estraneità della città reale alla politica che già è venuta fuori in modo eclatante nel corso delle elezioni, caratterizzata peraltro dallo slogan antifascista contro Alemanno.

Al ballottaggio ha votato poco più del 50% dei cittadini romani. Un fatto che non era mai accaduto. E questo mentre si producono a livello di base esperienze importanti: ho avuto modo di partecipare a una assemblea nell’ex Decimo Municipio dove si sta ragionando su come ricostruire una prospettiva di sviluppo, anche economico, a partire dal protagonismo dei movimenti della società civile e dal riutilizzo di strutture pubbliche in stato di abbandono. Non a caso ciò accade in un territorio dove c'è stata l'importante esperienza della presidenza di Medici. Il mancato risultato di Sinistra per Roma e di Repubblica Romana ha rappresentato una iattura che di fatto ha bloccato molte potenzialità. Ora abbiamo la necessità di far ripartire quel progetto che è stato molto interessante. Ma non dobbiamo dimenticare che c’è un pezzo importante di esperienze partecipative e conflittuali, che invece si muove al di fuori delle dinamiche della rappresentanza politica. E’ il pezzo che ha portato in piazza decine di migliaia di persone il 19 ottobre, tra cui tantissimi migranti, che fuori dall'ambito della rappresentanza politica non ci stanno per scelta, ma perchè esclusi.

Rifondazione si trova diciamo così in una fase decisiva per la sua ricostruzione. Come la vedi su questo considerando che la tua elezioni a Roma arriva dopo un lungo periodo di travaglio interno.

Noi dobbiamo partire dal risultato importante di questo congresso, ovvero l’aver prodotto una convergenza importante di tutto il partito, anche di gran parte della minoranza congressuale che ha dato un voto di astensione, su una precisa proposta di lavoro. Il tema di fondo è ricominciare a lavorare. C’è una grande necessità di ripartire dalla questione del radicamento che viene sempre evocato e a cui non si riesce a dare concretezza. Abbiamo bisogno di un partito che non si limita a tentar di rappresentare la realtà sociale, ma che contribuisca a costruirla e dirigerla nel vivo dello scontro di classe. Questo è il tema del partito sociale. Tutti i partiti chiedono voti, noi dovremmo "raccoglierli" come frutto del nostro lavoro. I nostri circoli devono divenire i luoghi in cui si organizza la risposta ai bisogni sociali inevasi. Dobbiamo confrontarci con i temi che ci sono un po’ ostici come la costruzione della mutualità. La crisi del welfare, il ritrarsi del capitale dall'investimento produttivo, lasciano vuoti impressionanti sul fronte della domanda di servizi sociali e prospettive occupazionali. Vanno praticate risposte che, sperimentando soluzioni dal basso su questi temi, siano da stimolo nell’interlocuzione con le istituzioni. Vanno aperte nuove strade della partecipazione. Un partito che non si limiti a una attività di propaganda. Dalle scuole popolari, all'organizzazione dei disoccupati in liste e cooperative, dal tema della casa, a quello dei consumi, attraverso i GAP, dobbiamo dotarci di strumenti di intervento nella realtà concreta. E molto concretamente dobbiamo occuparci delle risorse economiche da investire in questa prospettiva. Il tema della finanza mutualistica, per esempio, che però non è mai stato oggetto di riflessione nel Partito. Dobbiamo fare in modo che la ricchezza che ancora esiste in questa città, non finisca nelle mani dei poteri forti; l'Italia è il paese occidentale con il più grande debito pubblico e il più grande risparmio privato, possiamo immaginare che quote di questo risparmio siano sottratte al sistema bancario e alla speculazione, e investito in un nuovo progetto di sviluppo?.

Di organizzazione c’è bisogno come il pane eppure l’atteggiamento più diffuso è quello di sfinirsi in sterili confronti ideologici.

Abbiamo una condizione abbastanza curiosa in molti nostri circoli in cui la quantità di divisioni e di parole ormai è a livelli industriali. A fronte di una gran massa di discussione ideologica abbiamo un livello di concretezza troppo basso. In tutti i nostri circoli si deve capire che il nostro primo impegno è trasformare in prassi quello che abbiamo detto al congresso. Prima di tutto ci uniamo sul lavoro da fare. C’è anche un lavoro di formazione che deve essere impostato. Da una parte, riflettere si sui grandi temi è necessario, ma dobbiamo anche dar valore e socializzare le esperienze positive e avanzate che abbiamo a portata di mano. E quindi occorre analizzarle e farne tesoro. Per esempio conoscere l'esperienza dei nostri compagni di Lodi, che sulla costruzione dei GAP sono molto avanti, e in genere studiare le pratiche aggregative e conflittuali più avanzate, per fare in modo che i nostri compagni re-imparino come si fa radicamento sociale. Per fare ciò c’è bisogno di nuove proposte organizzative, partendo dalla specificità dei circoli, in alcuni casi molto deboli e le cui residue energie vanno riutilizzate sia in relazione con i circoli vicini, sia con i circoli del PdCI, con cui a Roma il rapporto è di ottima collaborazione. A volte i nostri circoli sembra che esistono in funzione delle dinamiche congressuali. E questo è un passaggio che va contrastato. Il partito è prima di tutto l’organizzazione.

Cosa intendi fare per uscire da questo impasse?

Intanto, voglio visitare tutti i circoli, e vorrei che il documento congressuale che abbiamo approvato divenisse patrimonio comune di ogni nostro militante. Dopo di che si va alla verifica, dell'impianto che ci siamo dati, ma sulla base del lavoro svolto. Abbiamo il tema importante del piano del lavoro che molti compagni interpretano come raccolta di firme su una proposta di legge, ma che non può ridursi solo a questo. Si tratta di costruire intorno a questa proposta di legge una quantità di piani territoriali, di proposte locali, da integrare in un piano cittadino, logico sviluppo delle 54 proposte su cui abbiamo impostata la campagna elettorale a Roma. Dobbiamo trasformare una semplice proposta di legge, in qualcosa di vissuto che diviene possibilità di aggregazione e vertenzialità. Soprattutto, non dobbiamo viverla come una iniziativa di bandiera, ma come un progetto che va condiviso. Si tratta di cominciare a capire come produrre lavoro nei territori. Basta con la miracolistica attesa della "ripresa". Ho lavorato per 25 anni in una cooperativa autogestita, che abbiamo dovuto chiudere per la crisi; in questa crisi non arriveranno risposte ma solo distruzione di risorse economiche e umane. Se il lavoro in occidente non serve più alla valorizzazione del capitale e al profitto, deve tornare a svolgere la sua funzione sociale.

Che ruolo potrebbe assumere l’informazione in questo processo di riorganizzazione?

L’aspetto interessante, è che per la prima volta ci troviamo in una condizione in cui l’informazione è una materia condivisa e reciproca. Viviamo in una situazione in cui la quantità di informazione è infinta, e tutti possiamo contribuire a diffonderla. Ma ciò pone un problema di selezione. Io credo che abbiamo necessità di un progetto in cui l’informazione che si produce a partire dai territori, possa essere assemblata in luoghi in cui operino le competenze professionali, e poi da lì ritorni nella realtà per essere strumento della militanza politica. L’ipotesi di una web tv, per esempio, che sia la voce in primo luogo di Sinistra per Roma e in generale dei soggetti sociali. Dobbiamo fare in modo che quella che è la fruizione più diffusa, l’immagine, il video, si affermi come un elemento importante del nostro modo di comunicare e di fare informazione. Dobbiamo essere presenti in modo serio con un prodotto appetibile. L’informazione oggi è un mercato e ci dobbiamo saper stare.

Riprendendo il filo del ragionamento sullo stile della militanza non si può non ripensare a una figura come Sante Moretti che teneva sullo sfondo l’aspetto ideologico e teorico del suo agire sapendolo però attualizzare nella concretezza.

Un compagno, Sante, dalle capacità indiscusse, ma anche il frutto di una storia ben precisa. Un compagno che veniva dalle lotte dei braccianti e che si è misurato con tutti i nodi della politica in una grande stagione della politica. Oggi appare come un gigante. Al confronto a lui siamo piccoli, però dobbiamo avere la presunzione di guardare agli esempi più grandi. Mi ricordo quando si parlò con lui della mutua autogestita. Gli portai all’attenzione alcuni elementi, salvo accorgermi poi che lui ne aveva già elaborati gran parte nella sua esperienza di lavoro territoriale. Vivere dentro la concretezza, come ha fatto Sante è la cosa più difficile. A volte invece sembra che essere comunisti sia tutto un complicato gioco per ritrarsi dalla realtà, dentro un bozzolo rassicurante, che è quello dell’ideologia, delle certezze e dell’identità. Invece di andare dentro la realtà, a volte sembra che i compagni preferiscano costruire un luogo protetto, in cui perpetuare i propri valori; di fronte alla barbarie che avanza, è un atteggiamento comprensibile, ma ci porta a sopravvivere, senza prospettiva, in un piccolo mondo protetto e identitario. E’ una ovvietà dire che Sante era comunista. Non è una ovvietà dire che non era un identitario. La discussione sulle europee dentro al nostro partito è emblematica. Invece di guardare al dato concreto, e cioè che per la prima volta abbiamo la possibilità di rivolgerci al paese con un candidato di alto livello, e parlando di temi strategici e decisivi, noi ci attardiamo nella tutela della nostra identità, parlando del simbolo e della tutela delle nostre candidature.

La scadenza delle europee ci parlano anche di una sfida importante, quella dell’unità delle sinistre.

Oggi sinistra e antiliberismo sono due concetti che coincidono. Non ci può essere una sinistra che non sia antiliberista. E questo perché il modello liberista non prevede più nemmeno le più elementari garanzie democratiche. Questo è il primo elemento che definisce il perimetro di un percorso unitario. E questo pone un problema serio e irrisolvibile con il Pd. C'è poi da dire che il tema dell’unità a sinistra è uno dei temi più sputtanati della politica. Si sono prodotte una serie di esperienze, che dalla sinistra arcobaleno in poi, hanno avuto la sola funzione di garantire la riproducibilità di un ceto politico nelle istituzioni. Quindi questo tema va rideclinato totalmente. L’altro giorno partecipando a questa iniziativa di lotta per la casa sul territorio, ho lavorato di concerto con il rappresentante di Sel nella zona. Abbiamo lavorato insieme tutto il giorno nelle trattative con la polizia e nelle assemblee con gli occupanti. Alla fine di ciò abbiamo prodotto un comunicato unitario a nome mio e del coordinatore di Sel di Roma. La strada è questa. La ricostruzione della sinistra va ricollocata nei luoghi giusti. Sicuramente non nella discussione sulle liste elettorali.

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