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"Oltre lo Stato-nazione, un'Europa dei popoli indipendenti". Intervista al politologo Carlo Pala
I referendum per l’autodeterminazione della Scozia e della Catalogna sono praticamente dietro l'angolo. Il primo si terrà il 18 settembre e il secondo il 9 novembre a Barcellona. Contrariamente a ciò che si possa pensare nell’immediato leggendo le notizie circa i due referendum, quello scozzese è stato autorizzato dallo stesso Premier inglese David Cameron che, come ha riportato Emanuele dalle Mulle sul neonato quotidiano ‘Pagina99’, “Ha concesso il referendum sicuro che alla fine il ‘no’ vincerà, sperando di chiudere la faccenda per un paio di generazioni almeno”. Così non è per la Catalogna dal momento che il governo di Mariano Rajoy (Partido Popular) è restìo nel concedere il referendum per l’indipendenza di Barcellona.
Parallelamente a tutto questo si sono tenute le elezioni in Sardegna, dove è presente una grossa fetta e un imponente sentimento indipendentista: le urne - non andando a toccare il tema ‘legge elettorale’ perché ci vorrebbe un articolo a parte solo per quella - hanno consegnato una forte presenza degli indipendentisti, sovranisti e sardisti all’interno del Parlamento Sardo.
iRS, nonostante abbia perso la quasi totalità dei suoi voti, è entrata in Consiglio regionale così come i Rossomori e il Partito dei Sardi perché presenti nella coalizione di centrosinistra. In tutto, nello schieramento a sostegno di Francesco Pigliaru, sono entrati a far parte cinque consiglieri regionali che rappresentano istanze di indipendenza e di sovranismo. All’interno della coalizione di centrodestra, invece, sono stati due i consiglieri del Psd’az (Partito Sardo d’Azione) ad essere eletti più uno della lista ‘Zona Franca - Randaccio’.
Oltre alle elezioni in Sardegna, a breve, ci sarà una tornata elettorale anche in Belgio dove il Vlaams Belang (partito indipendentista delle Fiandre, collocato all’estrema destra dalla maggior parte degli studiosi) è riuscito, a causa di un crescente malcontento nei confronti della democrazia belga, a racimolare un buon numero di consensi. Sta di fatto che Jose Manuel Durao Barroso, Presidente della Commissione Europea, ha dichiarato come in caso di autodeterminazione scozzese non vi sarà posto nell’Ue per la nuova nazione.
A partire da queste dichiarazioni, ‘Controlacrisi’ ha contattato il politologo barbaricino dell’Università di Sassari Carlo Pala.

Jose Barroso si è scagliato contro l’autodeterminazione scozzese dicendo che non ci sarebbe posto per nessuna nuova nazione per l’Ue. In realtà sono imminenti ben due referendum entro la fine del 2014 (Scozia e Catalogna) più le elezioni in Belgio dove gli indipendentisti sono forti e sono rappresentati anche nelle istituzioni.

Questi tre appuntamenti elettorali saranno da inquadrare nell’ambito delle elezioni europee, perché c’è resistenza da parte di Barroso e perché c’è una sempre crescente voglia di autodeterminazione dei ‘popoli-senza-nazione’?
Credo che, pur non avendo manifestamente paura, la si abbia lo stesso. Cioè, il rappresentante massimo dell'Unione Europea è stato, in un certo qual modo, individuato come quello su cui riversare le paure e i timori dei due capi di Stato (in questo caso di Cameron) per impaurire coloroo che vorrebbero orientarsi per il ‘sì’ al referendum. Io credo che, così come dicono sondaggi che si stanno realizzando di volta in volta in Scozia per monitorare l'opinione pubblica, i favorevoli sono crescendo. Pur rimanendo ancora minoritari, c'è circa il 20% degli scozzesi che si dichiara indeciso. Per cui, se è vero com'è vero che - per il momento - la percentuale di favorevoli e quella dei contrari sono separate da una forbice molto piccola, o perlomeno abbastanza limitata, è anche vero che bisogna riuscire a convincere non tanto gli indecisi nel farli astenere ma andare a far loro cambiare idea per convincerli di votare per ‘no’ o ‘sì’. Questa è la grande questione, secondo me. Cosa bisogna fare in questo caso? Il capo di Stato David Cameron, ad esempio, che è parte in causa di questo processo, non potrebbe fare nulla in caso di autodeterminazione scozzese dal momento che ha acconsentito egli stesso alla celebrazione del referendum. Egli interpella, allora, il capo dell’unione Barroso che, si badi bene, non avendo e non potendo far leva sulla faccenda dell’euro - perché come tutti sanno la Gran Bretagna non possiede quella moneta - afferma che se la Scozia dovesse votare e dovesse decidere per l'indipendenza dalla Gran Bretagna, automaticamente la sua adesione all'Unione europea sarebbe messa a repentaglio. Andando, tra l'altro, a colpire proprio una delle volontà più forti che hanno gli scozzesi che sono più ‘euro-entusiasti’ degli inglesi stessi! Ovverosia: l'idea di uscire dall'Unione Europea è legata ad un'indipendenza di un popolo che più filoeuropeo rispetto a quello nel quale è inserito. Cioè rispetto a quello britannico nella sua generalità. Ecco perché anche il viceministro scozzese ha detto ‘come fa Barroso a dire che, uscendo dalla Gran Bretagna, saremmo esclusi dall'Unione Europea? E allora il Kosovo, il Montenegro, e le varie realtà che si sono venute a creare dopo il crollo dell'ex Jugoslavia a che cosa hanno portato?’. E’ difficile poterlo negare dal punto di vista politico, se non per un'idea che la Scozia verrebbe vista come protagonista di un ‘attentato’ all'unità dello Stato tra quelli più ‘moderni’ e fondatori dell'Unione Europea. Si teme un effetto domino, quindi: se prima si ‘contagia’ la Gran Bretagna, poi la Spagna, quindi la Scozia tracima - figurativamente - fino in Catalogna, si capisce bene come tante altre nazioni senza Stato, come gli stessi paesi baschi o anche la Corsica da un certo punto di vista, potrebbero avere ragion facile per portare avanti un insieme di rivendicazioni. Naturalmente lì si creerebbe quell'effetto domino per il quale se hai concesso un referendum, pur rimanendo ancora sotto l'egida dello stato nazionale spagnolo/francese/britannico, dovresti comunque doverlo concedere a tutte le altre realtà. Quindi l'Unione Europea, e Barroso in modo particolare, ne teme l’effetto a catena che si creerebbe nel disegno di un'Europa che sarebbe davvero fattivamente ‘dei popoli’ e non più degli Stati. I primi interessati all'Unione Europea sono, dunque, proprio gli esponenti dei popoli che non hanno un riconoscimento statale e che sono, senza ombra di dubbio e fuor dal paradosso, più eurofili degli Stati stessi in cui sono contenuti.
La maggior parte dei partiti indipendentisti/autonomisti/federalisti in tutt’Europa sono orientati a vedere l’UE non nel modo in cui oggi è percepita ma, veramente, come un contenitore di popoli e di etnie. C’è, poi, un’altra parte di organizzazioni politiche indipendentiste/autonomiste/federaliste che criticano l'Unione Europea per l'esatto contrario, ovverosia per essere troppo integrativa rispetto ai popoli: il Vlaams Belang nelle Fiandre, ne è un chiaro esempio. Tale organizzazione politica vorrebbe raggiungere l’autodeterminazione per potersi chiudere in se stesso e non accettare l’integrazione, quindi separarsi dal Belgio, perché esso è all'interno dell'Unione Europea, che significa anche andare contro l’Unione così com’è strutturata.

Tu prima facevi riferimento alle forze indipendentiste andrebbero a recuperare, più delle altre organizzazioni politiche, il 'refrain’ spinelliano dell’ “Europa dei Popoli”. Cioè: gli indipendentisti sono più europeisti degli Stati stessi che compongono l’Ue? Com’è possibile?
Molto spesso sì. Innanzitutto per una ragione molto semplice: perché i partiti indipendentisti, amando l'Unione Europea più dei partiti degli Stati nei quali sono inseriti, dimostrano di poter ‘scavalcare’ lo strato centrale. Inoltre perché ne recuperano in effetti quello che è l’assetto dell’europa dei popoli, delle etnie e delle nazioni, come diceva il mio corregionale Sardo Antonio Simon Mossa. Egli è stato, negli anni 60, il primo a pensare ad un'Europa dei popoli e delle nazioni, effettivamente di quei popoli variegati che compongono gli stati dell'unione, o dell’allora comunità europea sebbene non trovassero spazio all'interno delle istituzioni europee ma solo negli stati centrali. Perché Spinelli, e tutti i fondatori e gli ideatori dell’Europa, pensavano sempre e comunque i popoli dell'Unione Europea ma come popoli, come abitanti, cittadini degli stati centrali? Non si ponevano il problema che all'interno di questi paesi esistevano dei contenitori subito nazionali con diversità linguistiche, religiose, economiche, storiche etc etc… Quello, per loro, era un elemento non preso in considerazione. Viene preso in considerazione, di nuovo, a partire dagli anni ’60 e la Conseu (Conferenza delle Nazioni Senza Stato d'Europa Occidentale) fino a poco tempo fa cos’è stata se non il tentativo di riprendere in mano quel tipo di ragionamento politico? Ragionamento che potrebbe riprendere ora in vista delle elezioni europee prossime per le quali si vocifera, poi bisognerà vedere se saranno in grado di realizzarlo, una lista di partiti indipendentisti trasversale - rispetto a tutti i paesi - che ha deciso di presentarsi in funzione del cambiamento dell’Unione Europea. Non tanto, quindi, per la scomparsa della stessa, quanto della modifica dell’Ue come elemento in grado di accogliere tutti i popoli e gli Stati che la compongono. Andando al di là degli stati nazione così come oggi vengono conosciuti. E’ una contraddizione solo apparente.

Prima hai parlato di Antonio Simon Mossa, e, ovviamente, la Sardegna. La domanda viene quasi spontanea: in Sardegna si sono da poco concluse le elezioni, c’è stato un arretramento dell’indipendentismo in favore del più morigerato sovranismo e molte di queste forze sono molto più europeiste di altre. Penso al Partito dei Sardi che aveva le stelle della bandiera europea con al centro l’Isola stilizzata. Ora, la Sardegna quale giovamento potrebbe trarre dall’autonomia all’interno dell’Ue per come essa è stata realizzata?
Innanzitutto, permettimi: io non credo che gli indipendentisti siano arretrati. Anzi, credo esattamente il contrario, e ci sono i dati che me lo posso dimostrare. Un primo dato importante non dipende dalla lettura ma della tecnica elettorale: un progetto politico, ispirato in gran parte ad una posizione indipendentista, raggiunge e supera il 10% dei consensi e non ha nessuna rappresentanza in consiglio regionale. Indipendentemente da questo, noi abbiamo un leader storico di un partito indipendentista sardo (Gavino Sale, leader di iRS - indipendèntzia Repùbrica de Sardigna nda) che riesce ad entrare per la prima all'interno del Consiglio Regionale non dalla porta di servizio, come era successo per Claudia Zuncheddu, ma da quella principale. Inoltre, come se non bastasse, ci sono due partiti (Rossomori e Partito dei Sardi) di chiara impronta indipendentista, aldilà del termine sovranista che neanche loro hanno capito bene in che cosa consista, che sono riusciti ad avere quattro consiglieri regionali e che sono rappresentanti di un’istanza politica ben precisa e che non è stata mai così presente all'interno dell’assemblea regionale come questa volta. L'idea, l’immagine del fatto che gli indipendentisti siano arretrati da che cosa deriva? Deriva fondamentalmente, a mio modo di vedere, dal fatto che Michela Murgia (Candidata presidente da ProgReS, Gentes e Comunidades nda) nei sondaggi era data a percentuali più alte di quelle che ha preso realmente, quando invece ci si dimentica che la Murgia ha messo in piedi un progetto che era inesistente già sette mesi fa e che lo ha portato al 10% e oltre! Per cui le aspettative, per poter dire che gli indipendentisti avessero effettivamente ‘fatto cappotto’ in queste elezioni regionali, sono fuorvianti rispetto quanto si era immaginato prima. Però, tenendo presente quelle considerazioni, noi oggi abbiamo in consiglio regionale degli esponenti che sono dichiaratamente indipendentisti: abbiamo un’opposizione della società, che è rimasta, che è dichiaratamente indipendentista e, quindi, credo che non sia vero il fatto che essi non siano andati bene in termini elettorali. Diverso è il fatto di vederli vincitori o di vederli in massa all'interno del consiglio regionale ma per quello, come sanno bene coloro che operano in questo campo politico, occorre attendere. Bisogna attendere che nel popolo sardo cresca questa maturità. Per quanto riguarda il rapporto con l’Unione Europea io dico semplicemente questo: la Sardegna è una regione che è inserita all'interno di uno Stato costituito, per cui andare a richiedere l'indipendenza sarebbe ‘contra costituzionem’. In coloro che immaginano la Sardegna, in questo momento, all'interno dell'Unione Europea vige lo stesso ragionamento di quanto possano immaginare coloro che vogliono la Catalogna, una Corsica, una Galizia - ad esempio - all’interno dell’Unione. Torniamo sempre a quel punto di partenza: cioè l'Unione Europea deve essere un contenitore non di Stati nazionali ma di Nazioni che sono inserite anche all'interno degli Stati nazionali e che ne richiedono il riconoscimento. Cosa che in questo momento non hanno. Per cui, non c'è una contraddizione in questo momento nel diventare indipendenti e nell'essere accolti all’interno dell'Unione Europea. Tra l'altro lo dice il trattato stesso costitutivo dell'unione che cosa significa ‘cittadinanza europea’, ‘popolo europeo’ e ‘popoli europei’.
Piuttosto, è diverso richiederne un cambiamento costituzionale, faccio un ultimo esempio. Se la Groenlandia, come si presume, dovesse diventare indipendente assieme alle Isole Faroer dalla Danimarca, posto che i popoli di questi due territori lo vogliono effettivamente, l'Unione Europea non potrebbe avere nulla da dire.

Perché?
Perché all'interno della Costituzione danese è previsto il referendum consultivo perché parti del proprio territorio, se lo vogliono, in maniera democratica e con maggioranza qualificata, possono decidere di separarsi dallo Stato nel quale sono inseriti. E credo che Barroso non possa dire nulla. Quindi, come si può ben capire, è tutta una questione di Stati nazionali.

La Groenlandia, però, ha già avuto un’autodeterminazione: è autonoma non per la totalità dei ministeri ma per quanto riguarda l’economia sì, o così mi pare di ricordare…
Assolutamente sì, ma non è ancora uno Stato a sé. Puntano a diventare uno Stato a sé: con una capitale diversa, una bandiera diversa e con un inno diverso, che probabilmente già hanno ma non riconosciuto dall’ONU! Come il Montenegro, ad esempio, che è diventato indipendente in virtù del fatto che nello statuto serbo era possibile diventare indipendente per quella comunità. Se andiamo a pensare, sebbene dobbiamo essere consapevoli che era un altro contesto ed un'altra dinamica, a quello che hanno fatto i cechi e gli slovacchi quando hanno deciso, di comune accordo, di separarsi. Poteva anche darsi che lo stato Cecoslovacco di allora potesse avere una serie di persone, anche al di fuori di quello Stato stesso, che premeva affinché questo non avvenisse. I popoli, però, hanno deciso così e quindi tutta la comunità internazionale ha stabilito che non c'erano problemi in merito. Oggi, con tutto quello che sta succedendo in Ucraina, si parla di un’indipendenza della parte est in quanto più filo russa. Io non sono nelle condizioni oggi di dire se esistano realmente quelle spinte o se esse siano politiche nate al momento, per quanto sta avvenendo in quel Paese. E’, comunque, sempre un’opzione possibile: ecco perché occorre ragionare con molta attenzione di questi temi, perché tutti i contesti sono tutti diversi e non bisogna mai fare confusione.
Barroso, quindi, giustamente fa il suo mestiere: è normale che assuma determinate posizioni, è come non difendere uno Stato membro, se non si prendesse la posizione di contrarietà, riguardo l'indipendenza di una, chiamiamola regione, di uno dei suoi Stati Membri. Però, sono dinamiche che, se devono crescere, matureranno indipendentemente da quanto dice Barroso. Anzi! Se pensiamo che Barroso non è stato eletto, quindi non è stato eletto rappresentante dei popoli europei, può addirittura ritorcerglisi contro: se io sono eletto e ho un mandato popolare è un conto, se non solo letto ma sono solo lì in virtù del fatto che un insieme di persone, elette da sempre meno elettori in Europa, mi ha nominato Presidente della Commissione Europea, forse anche con tutta una serie di accordi bilaterali/trilaterali/quadrilaterali tra gli Stati più forti, probabilmente viene visto non qualificato il parere del presidente dell'Unione Europea.

 

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