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Abruzzo, primarie in cerca di partecipanti: le "d'alfonsarie" non convincono nessuno

La politica abruzzese muove i suoi passi verso quell’efficienza aziendalista che mira a restringere i tempi di intervento e ad anticipare gli eventi. Così, dopo un governo regionale di centrosinistra a guida Del Turco caduta nel 2008 per l’arresto del suo presidente; dopo una giunta di centrodestra con a capo Gianni Chiodi che si è distinta per essere probabilmente una delle più indagate in Italia; ecco ora che il centrosinistra abruzzese allargato al centrodestra candida a presidente direttamente un imputato del Pd: Luciano D’Alfonso.

Il Fatto Quotidiano dello scorso 26 febbraio ha dedicato ampio spazio alle vicende giudiziarie di Luciano D’Alfonso. Si tratta di reati legati alla corruzione, dal cui processo di primo grado D’Alfonso non è uscito pienamente assolto, bensì con due prescrizioni: una relativa al reato di reato di finanziamento illecito a La Margherita, per il quale si legge sulla sentenza che «il reato è integrato, quand’anche estinto per intervenuta prescrizione»; l’altra in merito alle imputazioni di corruzione per l’esercizio della funzione e di corruzione per un atto contrario ai doveri d'ufficio. Senza contare che il pm Varone ha già formulato un atto d’appello di quasi 300 pagine avverso le assoluzioni di D’Alfonso.

Questo è il candidato che alle primarie abruzzesi è uscito vincitore in una competizione dal risultato scontato, tanto che in Abruzzo sono state ridefinite “D’Alfonsarie”. Ed infatti, alle primarie per scegliere il candidato presidente della regione del centrosinistra allargato a pezzi di centrodestra (ricorre l’efficienza della politica abruzzese che anticipa le larghe intese alle primarie), D’Alfonso ha ottenuto quasi l’80% dei consensi. Il restante poco più del 20% si è suddiviso in maniera più o meno uguale tra il candidato di Sel, Franco Caramanico e quello dell’Idv, Alfonso Mascitelli.

Era chiaro fin dall’inizio che si trattava solo di comparse necessarie alla scenografia di un centrosinistra-destra che intende restituire a D’Alfonso un credito politico. Le primarie (o D’Alfonsarie, che dir si voglia) hanno perciò assunto il valore di un placebo: il plebiscito come artificioso rimedio contro la patologica condizione della politica abruzzese.

Difficile dire se l’effetto placebo potrà funzionare davvero, ma certo si registrano dati non confortanti dal punto di vista della partecipazione. Se nel 2012 e nel 2013 alle primarie del centrosinistra parteciparono oltre 54.000 persone, quelle di domenica scorsa hanno registrato circa 40.000 partecipanti. Non è un dato da poco.

Ma già i primi commenti sui social network mostrano una evidente insofferenza rispetto all’esito delle urne. D’Alfonso, a dispetto del plebiscito a cui hanno dato l’avallo Sel e Idv, non è un candidato ad alto indice di gradimento nel popolo di centrosinistra, specie tra i militanti ed simpatizzanti di Sel. Una conferma facilmente riscontrabile pure facendo quattro chiacchiere al bar.

D’altronde, non è facile far digerire ad un simpatizzante o militante di Sel, o ad un qualunque lavoratore, studente, pensionato l’inconciliabilità evidente tra le intenzioni di una “Altra Europa con Tsipras” e la partecipazione ad un “sempre uguale Abruzzo con D’Alfonso”. Per Sel si tratta di un ossimoro tra le intenzioni dichiarate a livello nazionale e la politica reale a livello locale che trova soluzione solo nella logica per la quale i principi morali possono essere subordinati all’occupazione di un posto nelle istituzioni.

«Rifondazione Comunista non farà parte di una coalizione del genere», afferma perentorio Maurizio Acerbo, dal momento che «nonostante la triste e squallida storia regionale il centrosinistra nel suo complesso appare insensibile a quella che Berlinguer chiamava questione morale. Non capisco – continua il consigliere regionale di Rifondazione Comunista - come ci si possa scandalizzare per gli alberghi di Chiodi, Pagano o Castiglione e al tempo stesso far finta che non sia successo nulla negli anni scorsi dalle parti del centrosinistra».

Appare chiaro che le cosiddette D’Alfonsarie sono servite non solo a dare credito politico a Luciano D’Alfonso, che altrimenti sarebbe stato difficilmente recuperabile, ma anche, evidentemente, per misurare la forza politica di ciascuno dei partiti del centrosinistra-destra per determinare gli spazi di potere politico che ognuno di essi può rivendicare in caso di vittoria. Insomma, il senso delle primarie era legittimare D’Alfonso e stabilire come spartirsi la torta delle candidature e dell’eventuale vittoria elettorale. Ma si tratta di una torta che a molti, alla base, rimane ovviamente indigesta.

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