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Chiusura di Liberazione, intervento di Romina Velchi: "Che idea ha il partito della propria comunicazione?"
Care lettrici, cari lettori, ho sperato fino all'ultimo di non dover scrivere queste righe. L'ho sperato perché ritenevo (e ritengo) che un partito comunista, che tra i suoi compiti ha quello della formazione di una coscienza di classe, non possa fare a meno di uno strumento di comunicazione/informazione non solo come veicolo per la diffusione di idee e programmi, ma anche come mezzo per lo sviluppo della stessa attività politica. Ora che la parola fine è stata messa nero su bianco, sembra che non resti altro da fare che prenderne atto. Si poteva evitare questo epilogo? Forse no. Ci si poteva arrivare in un altro modo? Certamente sì.

Conosciamo, e non da oggi, la straordinaria e drammatica condizione economica in cui si dibatte il nostro partito e, di conseguenza, la società editrice di Liberazione. E conosciamo le importanti risorse finanziarie che il Prc ha impiegato negli anni passati per salvare il giornale, ridurre i debiti e non far fallire la Mrc, pur in una condizione generale di crisi. Conosciamo tutto questo talmente bene che non ci siamo mai tirati indietro quando si è trattato di fare sforzi, personali e collettivi, per tenere in vita il giornale che, vale forse la pena ricordarlo, accompagna la storia del Prc da oltre vent'anni. Con caparbietà abbiamo messo in campo tutte le iniziative possibili, specie dopo la fine delle pubblicazioni del giornale cartaceo (ormai nel lontano dicembre 2011) sempre e solo con l'intento di essere utili prima di tutto al partito, pur nella dimensione sempre più ridotta in termini di risorse umane e finanziarie. Uno sforzo che il più delle volte è sembrato cadere nel vuoto e nel disinteresse, non tanto del corpo militante del partito, quanto dei suoi dirigenti. Eppure non ci siamo scoraggiati: prima con un sito web "clandestino" (il settimanale Ombrerosse, ospitato su Controlacrisi), poi con Liberazione.it, sempre rispettando lealmente le decisioni assunte dal Prc. Una cosa sola chiedevamo in cambio: l'impegno del partito a non disperdere questo lavoro e a dare una prospettiva politica a questo sforzo. Questo impegno, oggettivamente, non c'è stato. Non solo in termini di abbonamenti (che pure erano di vitale importanza, come si vede), ma soprattutto di costruzione di un percorso che permettesse di non arrivare alla morte più o meno annunciata di Liberazione circondati dal vuoto assoluto: vuoto di proposte; vuoto di progetti; vuoto di programmazione.

Che idea ha il partito della propria comunicazione? Di che strumenti ha bisogno? Di un sito? Di due? Di tre? Di nessuno? L'attuale proliferare di pagine web è fonte di ricchezza o di confusione? Serve un house organ oppure no? E in che forme? Gratuito? A pagamento? Basta una rassegna stampa? Si noti che di tempo ce n'è stato per affrontare questi temi, ma ogni volta c'era qualcosa di più urgente. Fino ad arrivare all'inesorabile. Nessuno di noi ha mai pensato, nelle condizioni date, di riproporre "una vecchia" Liberazione, se non altro perché le forme stesse della comunicazione sono radicalmente cambiate da quando, nel 1996, Liberazione settimanale divenne quotidiano, nell'entusiasmo generale. Non è questo il punto. Sul tavolo esiste un ampio ventaglio di proposte e altre ancora se ne possono avanzare. Così come non è in discussione la gravità della situazione finanziaria. Si chiedeva (e si chiede) di manifestare una volontà; di mostrare coerenza tra le cose che si dicono e quelle che si fanno. Insomma, di mettere in campo un percorso che ci permettesse di guardare avanti, di superare la difficilissima fase in cui ci troviamo, come giornale e come partito, creando le basi per un rilancio organizzativo di tutto il comparto della nostra comunicazione politica.

Invece, arriviamo ad un traguardo oltre il quale non c'è nulla, tranne la chiara volontà di chiudere Liberazione per salvare il partito. Come se le due cose non stessero insieme. Come se, al contrario, la chiusura della testata storica del partito non rischi di essere un colpo mortale al partito stesso, per di più alla vigilia di un passaggio cruciale come quello delle elezioni europee. C'è stata, a nostro avviso, una sottovalutazione grave della dimensione politica della questione, lasciando che la discussione vertesse solo sulla dimensione economica. Che, infatti, lascia completamente aperto l'interrogativo sul "che fare ora", cui può dare una risposta solo un chiaro progetto politico. Ai lettori, agli abbonati va il nostro ringraziamento: ci hanno sostenuto, gratificato, criticato, sollecitato. E le nostre scuse per non sapere "cosa dire", per non sapere indicare se e quando saremo mai in grado di tornare ad essere la voce del Partito della Rifondazione comunista; la voce dei comunisti.
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