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"Il clima è favorevole per chi ha un’altra idea di Europa". Intervista al politologo Pala
Sebbene le europee non siano elezioni politiche, il risultato è sorprendente: un anno dopo la tornata di febbraio che aveva fatto non-vincere Pier Luigi Bersani, il copione è cambiato di nuovo. Di scenari prossimi e di partiti ‘nuovi’ che siederanno a Bruxelles-Strasburgo; di Renzi e di Pd, di M5S e di euroscetticismo, ne parla Carlo Pala, politologo dell’Università di Sassari, contattato da ‘Controlacrisi’.

Si può dire che l’elettorato è stato indirizzato e orientato secondo i binari del sentimento momentaneo dovuto dall'imminenza elettorale?
Il fatto che l’elettorato sia - in un certo modo - orientato è assolutamente insito ad ogni consultazione elettorale. In Italia ad esempio (ma paragoni simili possono essere fatti con buona parte dei Paesi europei), la campagna elettorale, come tutti hanno potuto constatare, si è fondamentalmente ancorata sul trio Renzi-Grillo-Berlusconi. Di Europa si è parlato poco o nulla, ma anche questo rientra nel cliché delle Europee. A mio modo di vedere, si possono ravvisare tre principali motivi sull’orientamento di voto generale degli italiani.
Il primo, tutto interno, determinato dal determinismo, mi si passi la cacofonia, del presidente Renzi. Indubbiamente il suo forte decisionismo ha fatto presa sull’opinione pubblica, comprese le scelte economiche (i famosi 80 Euro) che hanno bendisposto gli elettori, persuasi dal fatto che “finalmente qualcuno decide”. Il secondo, incentrato su una campagna piena di insulti e improperi. Generalmente l’elettore reagisce con la partecipazione, e non con il suo contrario, a questo genere di situazioni. Prova ne sia il fatto che l’astensionismo, benché sia effettivamente alto, non lo è stato come si prospettava all’inizio.
Il terzo, l’atteggiamento aggressivo, forse troppo anche per il suo stesso elettorato, di Grillo che, come giustamente osservava nella domanda, perde voti da un elettorato che non ne ha capito non solo le scelte attuali, ma forse anche alcune passate.
Berlusconi, poi, ha certamente tentato di fare il tutto per tutto.
Ma mediaticamente ha oramai un avversario: Renzi. Il Presidente del Consiglio, segretario del Pd, pare sovrastare Berlusconi sul suo stesso terreno. Inoltre: i media. Mai come stavolta, ritengo, i mezzi di informazione hanno creato un’aspettativa - declinata è vero solo al livello nazionale - ma un’aspettativa di una ripresa dell’Italia che l’ex Sindaco di Firenze ha saputo rimpolpare e veicolare.

Comunque sia, Renzi ha mangiato voti da un po’ tutti gli altri schieramenti concorrenti: sono voti ‘in prestito’ quelli dati al Pd in questa tornata elettorale? Se sì, da cosa è dovuto?
Più che voti dati in prestito, sono una sorta di “cambiale in bianco” che buona parte dell’elettorato ha deciso di firmare per Renzi, per le ragioni che in parte venivano citate in precedenza. Ciò che resta da verificare, piuttosto, è la volatilità elettorale. Ovvero, comprendere quali sono gli schieramenti che hanno firmato questa cambiale per Renzi, ma occorrerebbe dire per il PD tutto. Per fare questo in maniera scientificamente rigorosa bisogna attendere ancora qualche tempo, ma già vi sono le prime, parziali, analisi. E queste ci dicono che il PD ha ricevuto consensi anche da coloro i quali, nel febbraio 2013, votarono per il M5S. Però, come tutte le cambiali in bianco, possono essere ritirate. L’aspetto, secondo me più importante, cioè dal punto di vista dei flussi elettorali, è che si può constatare che mai come stavolta in Italia vi sia stata una parte dell’elettorato pronta a cambiare partito e schieramento con così grande facilità. Si badi bene, non come ‘voltagabbanismo’ di ritorno, ma proprio come voto di opinione ponderato: una novità assoluta nella politica italiana. Da cosa sia dovuto questo, è più difficile dirlo nel suo complesso. Se è facile spiegarlo con Renzi, il suo decisionismo - come si diceva prima - e il progetto che ha dell’Italia (in effetti Renzi, qualunque sia l’opinione politica su di lui, ha mostrato di voler decidere su aspetti che parevano immodificabili da svariati decenni), più complicato è nell’ambito della stessa storia politica del PD. Forse l’astensionismo stavolta ha colpito più il centrodestra e il M5S? E’ molto probabile, però nulla toglie alla performance di un partito che, a caratura nazionale, consegue un risultato elettorale così significativo.

Si può dire che il paradigma del voto utile e del voto dato “altrimenti vincono quegli altri (qualsiasi essi siano)” è ritornato prepotentemente ma con altri fattori? Mi spiego meglio: negli anni in cui il centrodestra vinceva surclassando gli avversari, Berlusconi adottava la tattica del “se votate a sinistra vincono i comunisti che vi riempiranno di tasse”. Nell’ultima campagna elettorale, in cui di europa si è parlato pochissimo - come hai già detto, per la verità -, il dipolo è stato “bisogna votare i fatti non la gente che urla”. Siamo di fronte ad un termine ribaltato, dunque?
Io credo che l’interesse per la politica venga percepito dalla gente solo come nota di colore. Cioè: finché si sta nello spazio del gossip e delle relative sfaccettature, allora l’elettorato risponde di conseguenza. Ciò che è interessante notare, benché la domanda sia stata posta evidentemente pensando all’Italia, che un processo similare si è vissuto, stavolta, in tutti i Paesi europei. Anche in quelli decisamente più restii, come la Gran Bretagna, a forze definibili centripete (i laburisti e i conservatori, per intenderci, più i liberaldemocratici in questi ultimi anni), assistiamo a un fenomeno di tal fatta. Molto spesso le parti si invertono, ovvero coloro i quali urlano sono in un Paese quelli che, omologamente in un altro, vengono percepiti come coloro che ragionano di fatti concreti. Per intenderci, una forza euroscettica, in un Paese è “urlatrice”, in un altro “concreta”. E magari si siederanno a Bruxelles-Strasburgo nello stesso gruppo politico. Vedi il caso del FN, M5S, UKIP, e gli esempi potrebbero continuare a lungo. Naturalmente, i contesti sono tutti diversi. Ma spesso i risultati sono molto simili.

Tornando per un attimo all’europa, alle urne avanzano gli euroscettici, gli estremismi di destra (Jobbik, Front National, UKip) ma anche le sinistre (Syriza, Sinn Fein, Podemos e Izquierda Unida). Perdono moltissimo, invece, i popolari, i socialisti europei e l’Alde in generale. Il clima è favorevole più per l’euroscetticismo nazionalista o per un anti liberismo da sinistra?
Il clima è favorevole per chi ha un’altra idea di Europa e, spesso - come dagli esempi proposti nella domanda -, radicalmente differenziata al suo interno, sia per idee politiche che per politiche pubbliche da conseguire. Sembra un paradosso, ma all’interno del Parlamento europeo non si sono mai sedute tante forze politiche che ritengono inutile e dannoso sedervisi. L’ingresso nelle Istituzioni europee di forze che ne propugnano il superamento non fa il paio con chi, come Tsipras, ha invece un’idea di Europa totalmente diversa e che non si esprime nel superamento della stessa, anzi, il contrario. Il tema dell’Euro come monete è dirimente ed esemplificativo di questo aspetto. Forse la sinistra sta, lentamente, ricominciando ad essere vista, proprio in un momento in cui prepotentemente ritornano le destre estreme, come un forza credibile. Occorre del tempo per dirlo, ma generalmente con il riverbero della destra estrema, la sinistra è sempre ridotta ai minimi termini. Non stavolta. Certo è che le tre grandi famiglie partitico-politiche europee devono avere il coraggio di leggere attentamente il messaggio che gli europei hanno voluto inviare loro.

 

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