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Illeggibilità dell’Europa?

In una delle sue prime dichiarazioni post-elettorali, François Hollande ha dichiarato che l’Europa è diventata “illeggibile”. Certo non deve essere stato difficile per lui “leggere” il risultato del suo partito: la sconfitta dei socialisti francesi è stata clamorosa, non diversamente da quella dei socialisti spagnoli. Ma mentre in Spagna la continuità e la maturità dei movimenti contro l’austerity hanno aperto uno spazio politico per forze politiche tradizionali di sinistra (Izquierda Unida in primo luogo) e per la significativa novità di Podemos, in Francia – come si sa – le cose sono andate diversamente. La vittoria del Fronte Nazionale è in fondo lo specchio di una doppia incapacità – dell’incapacità dei socialisti di gestire in modo espansivo una crisi che si fa di giorno in giorno più profonda, fino a minacciare di trasformare proprio la Francia nell’epicentro della crisi europea, e dell’incapacità dei movimenti sociali e della sinistra (del Front de Gauche in particolare) di accettare fino in fondo il terreno europeo come terreno decisivo di lotta. La Francia dimostra prima di tutto una cosa: e cioè che oggi, in Europa, la dimensione nazionale e “sovranista” (che la sinistra tutta, compresa una parte significativa dei socialisti, aveva difeso schierandosi contro la Costituzione europea al referendum del 2005) è un terreno su cui solo la destra – più o meno apertamente xenofoba e fascista – vince.

Ben al di là delle intenzioni di Hollande, in ogni caso, una certa “illeggibilità” caratterizza oggi effettivamente l’Europa. Nel fuoco della crisi, si erano già consumate le modalità prevalenti con cui il processo di integrazione era stato “letto” e spinto in avanti negli scorsi decenni: la formazione progressiva di un corpo di diritto europeo capace di surrogare la mancata integrazione politica (e, secondo alcuni, di porre infine le condizioni per il suo compimento) era stata bruscamente interrotta dalle forme assunte dal management della crisi. Il momento di comando articolato attorno all’autonomia della Banca Centrale Europea si era andato svincolando non soltanto da ogni “legittimità” democratica ma anche dalla macchina di produzione normativa e di governance dell’Unione. Ora, in particolare con il voto francese (e con la doppia crisi, economica e politica, della Francia), viene messo in discussione quell’asse franco-tedesco su cui l’integrazione europea aveva materialmente poggiato per costruire le proprie alchimie politiche e le proprie geografie. Immaginare che l’Italia possa da questo punto di vista sostituire la Francia fa francamente sorridere.

Più in generale, le elezioni europee, pur nella frammentarietà dei risultati, esprimono un chiaro rifiuto dell’“Europa tedesca” e della filosofia ordo-liberale dell’austerity. Da tempo, del resto, segnaliamo che le stesse élites europee percepiscono i limiti della gestione della crisi che si è fin qui determinata, dal punto di vista dell’esigenza di definire nuovi scenari di stabilizzazione capitalistica. Il fatto è, tuttavia, che questa esigenza presuppone un consolidamento del quadro politico a livello continentale che non si è in alcun modo prodotto. La “grande coalizione” che si preannuncia nel parlamento europeo vede infatti profondamente indeboliti entrambi i partner contraenti, in particolare per via dei risultati nei Paesi meridionali che sono stati più duramente colpiti dalla crisi negli ultimi anni. La “tenuta” democristiana e socialdemocratica in Germania non fa che rilanciare un modello (quello tedesco, appunto) che viene diffusamente percepito come causa della crisi piuttosto che come chiave di una sua possibile soluzione. E l’affermazione del PD di Renzi, con gli effetti che comporta nella composizione e nei rapporti di forza nel Partito socialista europeo, è destinata a sfumare ulteriormente l’identità “socialista”, sottraendo terreno a quella dialettica politica che sarebbe necessaria per una vera (e non retorica) “innovazione” – anche semplicemente sul piano di una diversa articolazione (e di una stabilizzazione) del comando capitalistico.

L’attrazione del socialismo europeo nel campo di forze presidiato dai conservatori, la sua rinuncia a farsi politicamente interprete sia delle rivendicazioni della classe operaia tradizionale e dei ceti sociali “declassati” dalla crisi sia delle nuove figure emergenti nella composizione del lavoro è un dato che emerge con chiarezza dalla recente tornata elettorale. Attestatasi su posizioni di mera gestione dell’esistente laddove è al governo, la socialdemocrazia appare incapace di reinventarsi anche dall’opposizione. La crescita della destra e delle forze “euroscettiche” (nonché dell’astensionismo) è direttamente collegata a questa eclissi della socialdemocrazia, che oggi appare incapace di candidarsi a ricostruire quel tessuto di mediazioni sociali e politiche la cui necessità – lo ripetiamo – è ormai diffusamente avvertita da una parte consistente delle élites capitalistiche europee. Non escludiamo che queste ultime possano rivolgersi a destra per costruire le condizioni per un’uscita dalla crisi: non sarebbe certo la prima volta nella loro storia, e la continuità del processo di integrazione in Europa (sotto il profilo monetario, normativo, tecnico, ovvero delle infrastrutture) non è di per sé incompatibile con ripiegamenti identitari e perfino “nazionalistici”. Quel che è certo è che ne risulterebbero ulteriormente compressi, all’insegna di una politica della paura e di una valorizzazione dell’autoritarismo sociale, gli spazi di libertà e di lotta per il comune in ogni parte d’Europa. La resistenza e la rivolta che una simile “soluzione” certamente incontrerebbe la rendono per il momento poco realistica, ma rimane sullo sfondo come possibilità.

Per quanto opaco e in qualche misura “illeggibile”, è comunque all’interno dell’orizzonte europeo che si definiranno nei prossimi anni i termini dello scontro politico e sociale in questa parte del mondo. A modo loro, le stesse forze della destra “anti-europea” ne sono ormai ampiamente consapevoli: è un altro dato che ci consegnano le recenti elezioni. Il capitalismo, dentro la crisi di questi anni, ha consolidato la sua natura “estrattiva”, in primo luogo attraverso un ulteriore approfondimento dei processi di finanziarizzazione. Al tempo stesso, in particolare in Europa, gli stessi osservatori mainstream che celebrano il ritorno della “stabilità” sui mercati finanziari mettono in evidenza l’allargamento del gap tra le dinamiche di questi mercati e la violenza persistente delle conseguenze sociali della crisi. Disoccupazione stabilmente a due cifre in molti Paesi europei, estensione e intensificazione della precarietà, disciplinamento di intere popolazioni attraverso il debito, repressione, attacco alle condizioni dei migranti, svolte conservatrici su temi cruciali quali quelli dei diritti civili e delle libertà: è questa l’eredità dell’austerity in Europa, mentre a livello mondiale l’instabilità e la turbolenza determinate dalla crisi dell’egemonia statunitense continuano a intensificarsi (e le guerre ai confini dell’Unione europea, in Ucraina e in Siria, ne sono una drammatica manifestazione). La crisi profonda di ogni forma di governamentalità (nonché di ogni tentativo di riqualificazione del governo democratico) minaccia, non solo in Europa, di tradursi in condizioni di violenza generalizzata quando non di guerra civile latente. È in ogni caso dentro lo spazio continentale che questi problemi saranno affrontati, non certo negli angusti spazi degli Stati nazionali europei!

I limiti dell’austerity, abbiamo detto, sono ormai evidenti in Europa: la riapertura di una dinamica salariale (con l’assunzione del tema dell’innalzamento del salario minimo da parte della grosse Koalition in Germania e con lo stesso bonus fiscale del governo Renzi) ne è una dimostrazione. Occorre cogliere qui un’occasione per le lotte e per i movimenti europei: denunciare la mistificazione di questa riapertura non può che significare forzarne i limiti, fare irrompere sulla scena le nuove figure della cooperazione produttiva, moltiplicare le rivendicazioni soggettive ben oltre i confini del “lavoro” e agire per farle convergere all’interno di un grande movimento per la riappropriazione della ricchezza sociale. Il “sindacalismo sociale” su cui abbiamo avviato la discussione all’interno di Euronomade non può che avere questo significato di ricostruzione delle basi materiali di una politica espansiva del comune. Una nuova figura della lotta di classe comincia a prendere forma, proiettarla a livello europeo è ciò che intendiamo quando parliamo di un movimento costituente capace di rompere gli argini nazionali senza per questo perdere il proprio radicamento all’interno di specifiche congiunture sociali e politiche.

Non sappiamo se questo movimento costituente incontrerà a livello europeo le condizioni politiche per consolidarsi – e dunque per produrre una nuova qualificazione della democrazia e introdurre così elementi maturi di contropotere in ogni scenario di stabilizzazione e “uscita” dalla crisi. Quel che vediamo è che, nei Paesi in cui più forte e continuo è stato il movimento di lotta contro l’austerity, questo movimento è riuscito a incidere anche sul livello elettorale e istituzionale, introducendovi significativi elementi di contraddizione. Pur in condizioni diverse, l’affermazione di Podemos in Spagna e la vittoria di Syriza in Grecia ci parlano precisamente della possibilità di coniugare il consolidamento di forme di auto-organizzazione, di lotta e di contropotere a livello sociale con un uso innovativo dei dispositivi elettorali e istituzionali. Sia chiaro, né Podemos né Syriza sono per noi dei “modelli”: non escludiamo certo che, nell’uno come nell’altro caso, l’occasione che si presenta non venga colta, e che si ripieghi su una più tradizionale – e certo perdente – ipotesi di “rappresentanza dei movimenti”. Ma intanto crediamo che sia opportuno sottolineare che questa occasione si presenta, e che sono stati i movimenti e le lotte a costruirla. È prima di tutto dall’interno dei movimenti e delle lotte che si tratta di lavorare nei prossimi mesi, nella prospettiva di un loro potenziamento e di una loro moltiplicazione, nonché di una loro sempre maggiore convergenza sul terreno europeo, per cui non mancheranno le occasioni tra l’estate e l’autunno. Costruire un linguaggio e un immaginario comune dei movimenti europei significa conquistare gli strumenti con cui determinare una nuova “leggibilità” dell’Europa, con cui discernere nell’opacità della transizione in atto l’occasione di una politica del comune.

*nota: questo editoriale e’ pronto da una settimana, ma aver atteso per pubblicarlo e’ risultato importante da almeno due punti di vista- in primo luogo perché la “diatriba Spinelli si, Spinelli no” ci ha mostrato quanto fragile sia ancora e quanto pericoloso possa essere quel terreno di ricostruzione al quale positivamente guardiamo se solo si lasciano sopravvivere piccole lobbies partitiche che, come anche una parte dei movimenti, vegetano fuori da un dibattito progettuale (l’Europa e la forza di promuovere lotta di classe a quel livello). Inoltre, molto più importante, un secondo evento: lo smantellamento del gruppo corruttivo Venezia Nuova e Mose. Non si tratta qui di una piccola tangentopoli o di un grande business di soliti noti – qui c’è, messa allo scoperto, come in faglia, la natura stessa dei poteri che ci dominano: i bravi professionisti, i grandi ingegneri, gli integerrimi generali di finanza, la prudente magistratura dei conti e dei porti, l’intera élite del paese….insomma la faccia borghese della macchina dell’appropriazione capitalistica: “l’estremismo di centro” che si realizza negli affaires, ungendo della sua arroganza burocratica e della sua merda dialettale ogni giuntura sociale. Non possiamo lasciare in mano a Grillo (e/o ai suoi “compari americani” dell’Ukip) la gestione del “fare pulizia” – che non può darsi se non riaprendo la battaglia costituente… Sul livello europeo, certo! Ma anche su quello italico. Bisogna cominciare ad avviare il dibattito sulla costituzione del comune, collegando ad esso lotte sindacali e politiche.

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