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Lo scudo fiscale del condottiero Renzi

Pd. È il condono peggiore il maxiemendamento al disegno di legge 2247 del governo, depositato in Commissione finanze alla Camera dal relatore Giovanni Sanga del Pd

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In una recente, plu­ri­quo­tata inter­vi­sta rila­sciata da quando è inse­diato, il Pre­si­dente del con­si­glio Mat­teo Renzi, in que­sto caso par­lando nel ruolo di segre­ta­rio del Pd, ha dichia­rato che andrebbe cac­ciato a calci in culo quelli che si fanno cor­rom­pere nell’esercizio delle loro fun­zioni pub­bli­che. Rife­ren­dosi anche ai mem­bri del suo par­tito colti con le mani nella maz­zetta. L’espressione non era raf­fi­nata, ma, si potrebbe dire, quando ci vuole, ci vuole! Pec­cato che con­tem­po­ra­nea­mente indi­scre­zioni giunte alla stampa soli­ta­mente bene infor­mata, ci rive­lino l’esistenza del testo in defi­ni­zione di un decreto che attue­rebbe un nuovo maxi­con­dono per favo­rire il rien­tro dei capi­tali tra­fu­gati all’estero. Un nuovo scudo fiscale.

Che ci sia ognun lo dice, di chi sia nes­sun lo sa. Come al solito la noti­zia è stata accom­pa­gnata da diversi non so, più che da vere e pro­prie smen­tite. Il mini­stro dell’economia Pier Carlo Padoan, cui spet­te­rebbe la tito­la­rità della mate­ria, dichiara di non saperne nulla. Qual­cuno del suo entou­rage sug­ge­ri­sce mali­zio­sa­mente di cer­care dalle parti della mini­stra dello Svi­luppo Eco­no­mico Fede­rica Guidi. In fondo non è stata pro­prio lei, inter­ve­nendo recen­te­mente all’assemblea annuale della Con­fin­du­stria a nome del governo, a dichia­rare che biso­gna smet­terla di cri­mi­na­liz­zare il pro­fitto?! Ma sì, pro­prio lei, come tito­lava il Sole24Ore con mal­ce­lata sod­di­sfa­zione. La mate­ria non sarebbe di sua com­pe­tenza, ma si sa tra mini­stri ci si aiuta, tanto più che la scusa per il con­dono è che i capi­tali rien­trati in Ita­lia ven­gano rein­ve­stiti nelle aziende e quindi la cosa ver­rebbe pre­sen­tata come una norma a favore dello svi­luppo eco­no­mico del nostro paese.
Quello che è certo in que­sta intri­cata fac­cenda, dove in troppi si sot­trag­gono alle loro dirette e spe­ci­fi­che respon­sa­bi­lità, è che in Com­mis­sione finanze alla Camera è stato depo­si­tato un maxie­men­da­mento al dise­gno di legge 2247 del governo, da parte del rela­tore Gio­vanni Sanga del Pd, che con­den­se­rebbe una discus­sione par­tita dalla nor­ma­tiva pre­sente in un altro prov­ve­di­mento, il decreto legge 4 del 2014, sca­duto a marzo.
Natu­ral­mente tutti affer­mano che non si tratta di un con­dono. Al punto che per defi­nirlo si fa ricorso a una ter­mi­no­lo­gia inglese: volun­tary disclo­sure, che più o meno si potrebbe tra­durre come «rive­la­zione volon­ta­ria». Rive­la­zione del «nero» tra­fu­gato all’estero, si intende. Il maxie­men­da­mento in que­stione già com­prende l’allargamento della non puni­bi­lità all’omesso ver­sa­mento di rite­nute e a quello dell’Iva; l’estensione della non puni­bi­lità e delle ridu­zioni di pena per i pro­fes­sio­ni­sti inter­me­diari ovvero verso tutti coloro che hanno com­messo o con­corso a com­met­tere l’evasione inter­na­zio­nale; la for­fe­tiz­za­zione del cal­colo dei ren­di­menti per gli importi minori (la cosid­detta mini­vo­lun­tary ); la pos­si­bi­lità di dichia­rare anche capi­tali che sono occul­tati in Ita­lia, con con­se­guente tana libera alla emer­sione «scon­tata» di quanto con­te­nuto in cas­sette di sicu­rezza e di inve­sti­menti in oro e altri preziosi.

Il pezzo forte del maxie­men­da­mento sarebbe poi costi­tuito dal nuovo atteg­gia­mento da tenersi verso i paesi black list , ovvero quelli che si com­por­tano a tutti gli effetti come para­disi fiscali. Tra que­sti c’è la Sviz­zera ove si cal­cola che abbia tro­vato asilo ben più dell’80% del capi­tale in nero in fuga dal nostro paese. Il diritto di asilo per i pro­venti da ille­citi finan­ziari come si sa è ben garan­tito, a dif­fe­renza di quello per le per­sone in fuga dalla fame e dalle guerre. I capi­tali che rien­trano da quei paesi ver­reb­bero gra­ti­fi­cati da un sostan­zioso sconto sulle san­zioni, ridotte al 3% sull’ammontare degli importi, pur­ché il paese di pro­ve­nienza abbia sti­pu­lato un accordo con l’Italia per quanto riguarda lo scam­bio di infor­ma­zioni fiscali entro il set­tem­bre 2014. Come si ricor­derà la ricerca di un’intesa con la Sviz­zera per sot­to­porre a tas­sa­zione i capi­tali là nasco­sti è un vec­chio leit­mo­tiv delle pro­messe degli ultimi governi. Quante volte abbiamo sen­tito par­lare di feb­brili, quanto segrete e inter­mi­na­bili trat­ta­tive fra Roma e Berna su que­sto tema. Senza mai appro­dare a nulla, natu­ral­mente. Almeno fino ad oggi. L’astuto Renzi ha capito che per chiu­dere la par­tita deve ungere le ruote del mec­ca­ni­smo e quindi gli è neces­sa­rio e fun­zio­nale ricor­rere ad una ulte­riore pres­sione nella forma di scudo fiscale per i capi­tali che rien­trano. Pec­cato che per fare tutto ciò puni­sca e mor­ti­fi­chi, al pari, se non peg­gio, dei suoi pre­de­ces­sori, la fedeltà fiscale dei cit­ta­dini onesti.

Ma le indi­scre­zioni cir­co­late in que­ste ore sem­brano indi­care che il testo del maxie­men­da­mento sia
con­si­de­rato troppo blando in quel di palazzo Chigi. Del resto gli emen­da­menti e soprat­tutto i maxie­men­da­menti — ulte­rior­mente emen­da­bili se il governo non ha inte­resse a porre subito la fidu­cia e se decide che il senso degli emen­da­menti risponde ai pro­pri fini — sono un per­fetto apri­sca­tole tra i più usati nella tat­tica par­la­men­tare. Non sem­pre il governo può infatti assu­mersi in prima per­sona la pater­nità di ope­ra­zioni impo­po­lari, troppo disin­volte rispetto all’etica più ele­men­tare e alle pro­prie stesse dichia­ra­zioni di prin­ci­pio che in que­sto campo non man­cano mai e ven­gono rego­lar­mente contraddette.

In casi come que­sti, fre­quenti in mate­ria finan­zia­ria e fiscale, ovvero riguar­danti la difesa della ric­chezza pri­vata, basta orga­niz­zare qual­che par­la­men­tare della mag­gio­ranza che pre­senta emen­da­menti che allar­gano ulte­rior­mente le maglie di prov­ve­di­menti già molto gene­rosi e il gioco è fatto. Se si vuole essere sicuri, solo a quel punto scatta l’apposizione della que­stione di fidu­cia, inclu­den­dovi i nuovi «gene­rosi» emen­da­menti, e il governo porta a casa il bot­tino magari senza essersi troppo spor­cate le mani con un imba­raz­zante decreto legge.

Così si potrebbe arri­vare a solu­zioni ancora più favo­re­voli agli espor­ta­tori ille­gali di capi­tale, se nelle aule par­la­men­tari non si veri­fi­cherà un qual­che sus­sulto lega­li­ta­rio in difesa non solo dell’erario dello Stato, ma soprat­tutto della fedeltà fiscale di chi le tasse le paga fino all’ultimo cen­te­simo. Ma se que­sto non dovesse acca­dere non ci sarebbe da stu­pirsi che, con la scusa di con­vin­cere gli impren­di­tori a re-investire nelle pro­prie aziende, giun­ges­simo ad anno­ve­rare l’ennesima mostruo­sità giu­ri­dica tale da can­cel­lare la puni­bi­lità non solo delle omis­sioni nelle dichia­ra­zioni, ma anche delle vere e pro­prie frodi fiscali e dei reati di falso, dalla scrit­tura pri­vata al falso pub­blico, fino all’occultamento e distru­zione di docu­menti con­ta­bili e al falso in bilancio.

È que­sto il gioco in atto? Da qui lo sca­ri­ca­mento di barile tra Padoan e la Guidi? Dif­fi­cile dirlo con cer­tezza. Ma una cosa è sicura: governo che vai con­dono che trovi. Non basta l’inglese a masche­rare la sostanza della que­stione. D’altro canto anche nel nostro paese sta per entrare in vigore a fine estate il nuovo Sistema euro­peo dei conti (SEC 2010), che per­mette di inclu­dere nel cal­colo del Pil anche il volume di affari pro­ve­niente dal com­mer­cio della droga e dalla pro­sti­tu­zione. Tutto fa brodo per fin­gere che l’economia sia in cre­scita, mal­grado siamo in reces­sione. Per­sino inclu­dere anche l’economia cri­mi­nale e «scu­dare» i suoi pro­venti tra­fu­gati all’estero. Pecu­nia non olet. Lo sterco del dia­volo è ino­dore. Spe­cie se ci si tappa il naso.

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