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"Sardegna, Giunta Pigliaru e sovranisti rimandati a settembre". Intervista al giornalista Vito Biolchini
Un bilancio della giunta di Francesco Pigliaru in Sardegna, a pochi mesi dalle elezioni, e delle organizzazioni indipendentiste e sovraniste del giornalista Vito Biolchini, voce del programma ‘Buongiorno Cagliari’ su Radio X e di ‘Mediterradio' su Radio Uno.

Innanzitutto, qual è il bilancio che si può trarre dopo questo primo periodo della giunta Pigliaru?
Che bilancio fare… a voler essere generosi bisognerebbe dire: «aspettiamo ancora un po’». La verità è che un bilancio si può già fare, è evidente che si possa fare, tenendo conto di quello che è accaduto realmente e anche del clima politico. Uno dei temi forti di questa legislatura era il rapporto con lo Stato italiano: questo tema era tanto più forte quanto più partiti indipendentisti e sovranisti lo ponevano al centro della loro riflessione. Ad oggi ci sono: la vertenza entrate ancora per aria (anche se poi le trattative vanno avanti quindi si tratterà di capire quanto lo stato il governo concederanno la Sardegna su questi fronti); la vicenda delle servitù militari che è certamente stata avvantaggiata dal rifiuto della firma di Pigliaru al protocollo…

…Situazione, quella delle servitù militari, che ha visto anche recentemente la protesta degli indipendentisti di Sardigna Natzione nei pressi del lago Omodeo…
Sì, certo, quella è un'altra vicenda incredibile sulla quale la giunta non ha detto una parola. Ed è stata una vicenda che ha portato alla luce Mauro Pili, ex Presidente della Regione di Forza Italia. Quindi, c'è la questione servitù che, certo, ha avuto un bel segnale da parte di Pigliaru per quanto riguarda la mancata firma al protocollo, però poi ci si è fermati lì. Il rischio è che se non porti a casa un risultato vero, cioè la chiusura di almeno uno dei poligoni, si corre il rischio di far arretrare la battaglia. Perché se si accetta solamente un taglio dei giorni di esercitazione o maggiori garanzie sugli indennizzi è ben poca cosa.

Dicevo, dunque: vertenza entrate, questione dei poligoni e, anche, quella delle bonifiche. La questione delle bonifiche l'abbiamo vista col decreto del governo che ha innalzato i livelli di inquinamento permessi all'interno delle aree! C’è poi la questione dell'industria della chimica verde sulla quale il PD e i sindacati stanno puntando moltissimo, ma è chiaro che le contraddizioni sono tante, troppe. Questo, ovviamente, rientra sempre nei rapporti con lo Stato. Infine, c'è la questione della specialità. In merito, finalmente, i giornali si sono svegliati quindi la questione sta finendo sui quotidiani: la Sardegna potrebbe perdere la sua specialità.

Cosa succederebbe se la Sardegna perdesse l’autonomia speciale?
Significherebbe che, per esempio, la Sardegna potrebbe diventare, come dicono le associazioni riunite in ‘Non bruciamoci il futuro’, una piattaforma energetica nazionale. Un territorio-piattaforma con pochi gli abitanti: ne avremo sempre meno perché il tasso di fecondità dei sardi è il più basso d'Europa, quindi la Sardegna, nel giro di cinquant’anni, scenderà sotto il milione di abitanti. Un’isola così grande ma così spopolata e senza uno Statuto, che poi è una Carta Costituzionale, perché oggi lo Statuto di autonomia sardo ha la stessa durezza della Costituzione. Questo perché c'è un rapporto pattizio tra la Sardegna e lo Stato italiano. Se viene meno questo rapporto pattizio e passa, invece, la clausola di supremazia così come sta venendo fuori, in Sardegna ci si potrà fare qualsiasi cosa: ci si potrà portare dentro il deposito delle scorie nucleari, ci si potrà mettere in piedi delle centrali nucleari, si potrà fare tutto ciò che si vuole. Anche perché, chiaramente, tagliando drasticamente la rappresentanza politica, tutto questo è molto più facile.

Quando si avrà un Senato, così come ipotizzato nella proposta del Primo Ministro Renzi, che non è minimamente come gli altri Senati al mondo dove c'è una rappresentanza paritaria delle varie regioni o Stati, la Sardegna non sarà rappresentata né alla Camera né al Senato. Questa partita, a mio avviso, è ‘la partita’, adesso. Qui si vedrà che cosa succederà realmente, quanto il Pd riuscirà a resistere. C'è, comunque, una corrente, che si può dire che sia legata a circoli intellettuali di sassaresi, vicina al partito democratico, che afferma come sia meglio perdere l’autonomia e meglio fondersi e integrarsi completamente con lo Stato italiano. Ma questo, però, a parità di tassi di sviluppo, chiaramente.

Certo è che se avvenisse un fatto del genere, lo Stato italiano stesso dovrebbe iniziare a prendere in considerazione tutti gli arretrati che ha nei confronti dell’Isola, in termini di finanze, di assistenze, sanità pubblica etc etc..
Nel momento in cui tu accetti la parificazione, tutto quello che lo Stato italiano non ti ha dato non te lo darà mai! Perché adesso, nello Statuto di autonomia che c'è ora, lo Stato si impegna a colmare il gap di sviluppo tra il resto del Paese e la Sardegna, ma se questa cosa non sarà più scritta da nessuna parte: “0-0 palla al centro”. Questa è l'idea, secondo me, che hanno a Roma. Unita all'idea, e alla proposta che hanno fatto a Pigliaru e che lui ha accettato, cioè: non c'è più il patto di stabilità, ma c'è il pareggio di bilancio.

Che, se vogliamo, è un po’ una faccia della stessa medaglia…
Esatto ma, attenzione: chi tiene i soldi? Chi è che ha il cordone della borsa in mano? Perché se i soldi, e le risorse, arrivano da Roma verso la Sardegna, allora a cosa serve il pareggio di bilancio? Non serve a nulla! È questo il rischio, così come avviene oggi col patto di stabilità, lo Stato ti dice, anno dopo anno, che ti deve 6 miliardi quando, invece, te ne dà 5. A quel punto a cosa serve non avere più il patto di stabilità e avere, invece, un pareggio di bilancio? Evidentemente a nulla.

Riguardo la vertenza entrate a cui facevi riferimento prima, invece?
Quella è una questione è tutt’ora aperta: poco più di un mese fa Pigliaru e Paci si sono incontrati a Roma con i dirigenti dei vari ministeri. Loro chiedevano la possibilità di avere più risorse per quest’anno in corso, dal momento che la Sardegna ha incassato più del previsto e, quindi, anche il tetto del patto di stabilità doveva essere adeguato. Invece è successo che rispetto all’ultima annualità di Cappellacci, Pigliaru ha 900mln di euro in meno, quindi è andato a chiedere che - per effetto delle maggiori entrate regionali - il tetto sia innalzato e sono in trattativa. A quanto pare, per gli ultimi sei mesi potrebbero arrivare 400 mila euro in più. Poi c’è tutta la famosa vertenza entrate che però è, tutt’ora, per aria.

Quindi, diciamo così, i sovranisti non hanno fatto valere le proprie ragioni nel parlamento sardo, finora?
Non si tratta di far valere le proprie ragioni nel consiglio regionale, la questione è diversa: si tratta di trattare con lo Stato, con la Ragioneria. E si è fermi, come ti dicevo prima, all’incontro di Paci e Pigliaru un mese e mezzo fa. Poi, ecco, apriamo il capitolo sovranisti: al momento le premesse non sono state rispettate. Intanto, il progetto era quello di fare un gruppo unico al consiglio, e non c’è stato. (Rossomori e Partito dei Sardi hanno dato vita al gruppo ‘Soberania e Indipendentzia’ mentre Gavino Sale, unico rappresentante di iRS, è rimasto nel gruppo misto nda). L’altra questione era quella che si doveva andare verso un nuovo partito, si doveva lavorare per la costituzione di un nuovo soggetto politico, ma nessuno lo sta facendo!

Lasciando stare le altre organizzazioni sovraniste ed indipendentiste: iRS, Pds e Rossomori avevano detto che si doveva andare verso un nuovo soggetto politico, ma questo progetto s’è fermato. Poi viene la questione ‘Sardegna Possibile’ (la coalizione che ha candidato Michela Murgia a presidente della Sardegna nelle elezioni del febbraio nda). Quel movimento, è chiaro, che ha subito un contraccolpo post-elettorale durissimo, il risultato è stato ottimo ma è stato al di sotto delle loro attese: ProgReS ha nominato, quindi, il suo nuovo segretario nazionale, ma per quanto riguarda gli altri due soggetti che componevano la coalizione, Gentes e Comunidades, non si è ancora capito bene cosa vogliano fare, in che rapporti sono fra di loro, né se vogliono dialogare con altre forze politiche.

La situazione è molto confusa rispetto ad anni fa, su temi come la specialità, la mobilitazione era molto più alta; ora, invece, è molto più difficile coinvolgere l’opinione pubblica. Personalmente faccio parte della Fondazione Sardinia e a Giugno avevamo promosso due incontri sul tema dello Statuto, della specialità, perché pensavamo che si potesse ancora convocare un’Assemblea Costituente per riscrivere lo Statuto. Abbiamo capito, però, che non ci sono le condizioni politiche per avviare un lavoro del genere e stiamo costruendo un osservatorio sulle politiche costituzionali per capire cosa sta succedendo a Roma, per cercare di carpire informazioni e di farle circolare. L’opinione pubblica sarda, però, è stremata: la crisi è, ormai, così profonda che anche pensare ad una questione fondamentale come quella dello Statuto, sembra di parlare di cose impossibili.

Come se la crisi politica, morale abbia fatto breccia in un’austerità mentale e psicologica nell’opinione pubblica…
Sì, sì, assolutamente: la Sardegna è stremata. Quando un organismo è stremato non gli puoi chiedere di fare ragionamenti così complicati, cioè: le persone normali, che hanno veramente difficoltà quotidiane, come puoi mobilitarle a difesa dell'autonomia? È difficilissimo! Tanto più che una parte politica che più di altre si era, nel corso dei decenni, mobilitata a favore dell'autonomia, è sparita. Il Pd è sparito, su questi temi. Anche Sinistra ecologia libertà dà timidi segnali legati, magari, ad esponenti singoli che hanno cuore il problema che non ad una visione totale di partito perché, come in tutta Italia, Sel è per aria anche in Sardegna.

Andando, invece, alle organizzazioni indipendentiste fuori dalle istituzioni: ‘a Manca pro s’Indipendentzia’ ha tolto l’appoggio politico al Fronte indipendentista unidu. Il fronte, però, l’aveva fatto nascere proprio a Manca, di fatto. Cosa succede ‘al di qua’ del consiglio regionale? Se all’interno si doveva trovare una quadra, mancata, tra iRS, Pds e Rossomori, all’esterno non si è ancora trovata in nessuna organizzazione…
Purtroppo la situazione è sconcertante. Io penso che questo sia frutto delle elezioni sassaresi dove, chiaramente, dal Fronte unidu indipendentista ci si aspettavano risultati diversi, e invece non è andata molto bene. Però, di cosa stiamo parlando? Stiamo parlando di formazioni che sì, hanno una loro ragion d’essere. Poi, però, non sono presenti nel tessuto sociale. È questa la verità! Io ho seguito la campagna elettorale sassarese del Fiu: le posizioni del fronte erano, ripeto, condivisibili, intelligenti e non settarie. Ma si devi fare i conti con il consenso: c'è un consenso diffuso che, però, è frammentato. Dobbiamo fare i conti con questa frammentazione. Purtroppo, per anni, esponenti indipendentisti ci hanno detto che questa frammentazione non era un problema ma che, anzi, era un valore aggiunto! Però, purtroppo, la realtà dice il contrario!

Non abbiamo la ‘palla di vetro’ entrambi, ma quale potrebbe essere una possibile via d’uscita da questa stagnazione del mondo indipendentista?
Al momento non si muove nulla. Con l’associazione Sardegna sostenibile e sovrana, di cui faccio parte, già a partire dalle elezioni, avevamo cercato di mettere assieme, di essere un enzima di quel processo politico che poi sarebbe dovuto sfociare nella costituzione di un nuovo soggetto politico. Abbiamo trovato difficoltà enormi e, anche adesso, troviamo ostacoli continui perché, chiaramente, i partiti sovranisti, che sono all'interno della maggioranza Pigliaru, sono in bilico tra la necessità di sostenere l'esecutivo e, invece, la necessità di immaginare un qualcosa di diverso dall'esecutivo stesso. Ma ancora non hanno trovato un punto di equilibrio! Dall’altra parte ci sono delle associazioni che sul territorio lavorano e con le quali si può tentare di fare un ragionamento, ma è tutto molto complicato e molto difficile. Chiaramente, i tempi sono quelli che sono, come ti dicevo prima. E poi, se manca la volontà politica da parte dei grandi, è difficile che i piccoli, con la loro forza, riescano a portare avanti un processo di aggregazione. Il processo di aggregazione deve partire, per forza, da soggetti che hanno già un minimo di rappresentanza, ma da quelle organizzazioni non si muove nulla.

 

@parlodasolo
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