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L’Ue e il mito della crescita

Quando si va alla ricerca dell’anima, quella dell’Europa in que­sto caso, vuol dire che il corpo non c’è, o che è disfatto e ago­niz­zante. Le parole si arram­pi­cano allora attorno a un cata­logo di assenze, di pro­ie­zioni spet­trali, di imma­gini e di prove d’attore. Comin­ciamo dal mitico seme­stre di pre­si­denza ita­liana dell’Unione. Occa­sione d’oro, stru­mento di rivin­cita, fonte di straor­di­na­rio pre­sti­gio. La stampa nazio­nale ne cele­bra in ogni modo i pre­sunti fasti. Ebbene, siamo appena usciti dal seme­stre di pre­si­denza greca, il paese che più è stato sof­fo­cato dalla gestione euro­pea della crisi, il luogo dove gli effetti deva­stanti delle ricette eco­no­mi­che libe­ri­ste si sono mani­fe­stati nella maniera più evi­dente, dove la “sta­bi­lità” pog­gia su un campo di macerie.

Qual­cuno ha sen­tito in Europa la voce di que­sto paese? La pre­si­denza ate­niese ha forse intro­dotto nell’Unione un diverso angolo visuale? Se qual­cosa si è riu­sciti a per­ce­pire è il sus­surro ser­vile di un fra­gile governo oli­gar­chico, asser­vito alla ren­dita nazio­nale e sovranazionale.

Ma, si dirà, Renzi è di sini­stra, il Pd, forte del suo 40 per cento, non è certo la scre­di­tata Nuova demo­cra­zia greca e l’Italia non è un arci­pe­lago con pochi milioni di abi­tanti. Inu­tile illu­dersi: la pre­si­denza di turno dell’Unione, chiun­que si tro­vasse a occu­parla, non ha mai modi­fi­cato le regole del gioco, né intro­dotto par­ti­co­lari “sen­si­bi­lità”. E, in fondo, è giu­sto che sia così. Non è, infatti, un’ottica nazio­nale, un governo, e nem­meno un paese a poter pren­dere di petto le con­trad­di­zioni che attra­ver­sano il con­ti­nente e tutti gli stati che lo com­pon­gono. Sem­mai sarebbe dall’azione di una forza poli­tica della sini­stra (qua­lora di que­sto si trat­tasse, ma con­verrà for­te­mente dubi­tarne) capace di ripen­sarsi in una dimen­sione sovra­na­zio­nale che ci si potrebbe atten­dere qual­che cor­re­zione di rotta nelle poli­ti­che euro­pee. Non certo da una lea­der­ship di par­tito le cui con­ce­zioni eco­no­mi­che e sociali non si disco­stano di molto da quelle che domi­nano a Bru­xel­les. E, men che meno, dall’ inte­resse nazio­nale, nem­meno quello dei paesi mag­gior­mente col­piti dalla crisi.

Se il piano resta que­sto, come tutto indica che acca­drà, rimar­remo pri­gio­nieri di un mise­re­vole tira e molla sulla “fles­si­bi­lità” degli obbli­ghi euro­pei, sul prezzo di que­sto “pri­vi­le­gio” e su coloro che saranno chia­mati a pagarlo. Del resto, da quale inter­vento mira­co­loso dovrebbe discen­dere una equa redi­stri­bu­zione delle risorse tra i diversi paesi dell’Unione, quando la si osteg­gia nei sin­goli stati che la com­pon­gono e la si demo­nizza in coro nel nome della “competitività”?

E qui comin­cia il bagno mes­sia­nico nell’acqua di Lour­des della “cre­scita”, della ripresa, dell’espansione, o come altro la si voglia chia­mare. Con­ti­nuando a illu­dere gli stre­mati cit­ta­dini euro­pei che non le regole, bensì l’eccessivo rigore nell’imporle, è ciò che impe­di­sce la cre­scita, l’occupazione, il benes­sere. Ma cosa dia­volo è que­sta “cre­scita”? Nient’altro che quella pro­ie­zione fan­ta­sma­go­rica nella quale ren­dita finan­zia­ria e occu­pa­zione, pro­fitti e salari, pro­te­zione sociale e com­pe­ti­ti­vità, grandi patri­moni e pic­coli risparmi cre­scono armo­nio­sa­mente tutti insieme. E, per favore, non accu­sa­teci di pre­giu­di­zio ideo­lo­gico se que­sto sce­na­rio ci sem­bra del tutto estra­neo a qual­si­vo­glia dato di espe­rienza, com­presa quella dell’esemplare Germania.

Alla fine sem­brano addi­rit­tura più one­sti i fal­chi tede­schi e olan­desi con il loro ine­qui­vo­ca­bile «prima pagate, poi si vedrà!». E quando il capo­gruppo del Ppe Man­fred Weber dichiara peren­to­rio che «i debiti non creano futuro ma lo distrug­gono», come dar­gli torto? Salvo il non tra­scu­ra­bile par­ti­co­lare che parla da cre­di­tore e, dal punto di vista degli inde­bi­tati, se sull’assenza di futuro si può con­cor­dare, sui rimedi è dif­fi­cile farlo.

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