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"Nazione curda, il salto di qualità contro l'Isis". Intervista a Yilmaz Orkan del Congresso nazionale Kurdo
Yilmaz Orkan è rappresentante in Italia, a Roma, del Congresso Nazionale Kurdo, dentro il quale è presente anche il Pkk, l’organizzazione armata che da decenni si batte per i diritti del popolo kurdo in Turchia e che ora non si sta risparmiando per combattere contro l’esercito integralista dell’Isis. Dopo aver lavorato per alcuni anni in Belgio, Yilmaz si occupa delle relazioni internazionali qui in Italia.

Mi accoglie nella storica sede romana dove fanno bella mostra di sé le foto di Abdullah Ocalan e del nostro Dino Frisullo. Con lui facciamo il punto della drammatica situazione in Medio Oriente e sul ruolo che sta giocando il suo popolo. “Prima di tutto dobbiamo esporre con chiarezza – sottolinea Orkan - come è cominciata quella crisi nel Kurdistan del Sud. Sono quasi due anni che nella regione kurdo-siriana del Rojava c’è un conflitto tra l’Isis e l’Ypg, l’esercito che si batte per l’autonomia in Siria e che sta difendendo i tre cantoni kurdi, Cizîre, Kobanê e Efrîn, dall’attacco degli estremisti islamici. Poi, il 10 giugno scorso, Isis è passato direttamente in Iraq, e ha occupato Mosul, Falluja, Tigri, Anbar. Tutta la regione popolata dai sunniti. E’ importante ricordare come l’Isis rappresenti una vera minaccia per l’area e si connoti come una forza particolarmente negativa. Da quando è diventato un protagonista in Medio Oriente si è distinto solo per tagliare la gola agli altri popoli, alle minoranze religiose e via dicendo. Non fa altro che uccidere e basta. Il 3 agosto la città kurda di Sengal, popolata da una comunità zoroastra, da sciiti turcomanni e da assiri cristiani, è stata occupata da loro, con tanto di massacri e rapimenti delle donne”.

Come hanno reagito le forze kurde?
L’Ypg ha occupato le montagne per creare un corridoio umanitario al fine di trasferire oltre centomila civili verso Rojava dove è stato creato un campo che si chiama “Newroz”. Una parte di questi kurdi sono andati in Turchia, anche nel Kurdistan del Sud e pian, piano stanno arrivando purtroppo anche in Europa. Sono arrivati in questa regione anche i guerriglieri del Pkk. Adesso possiamo dire che da Jalallah fino ad Efrin, una linea lunga quasi 1200 chilometri, sono presenti appunto il Pkk, l’Ypg, i Peshmerga del Kurdistan del Sud, sia il Partito democratico che l’Unione Patriottica, tutti insieme schierati a difesa dei civili. L’Isis infatti ha questa particolarità: non attacca i guerriglieri ma interviene là dove questi non sono presenti prendendo di mira soprattutto le persone per cambiare la demografia della regione. La loro idea è infatti quella di realizzare un califfato che da Damasco fino ad Amman ponga le basi per un grande Paese, popolato solo da musulmani sunniti. Con il resto della popolazione costretta ad accettare quella religione o a pagare una tassa, come si faceva ai tempi della Conquista araba o dell’Impero ottomano.

In che misura è presente il Pkk?
Nel Sud del Kurdistan ci sono migliaia di combattenti del Pkk che si battono contro l’Isis. Si tratta di uno scontro difficile perché dobbiamo considerare che questo esercito è sostenuto dal Qatar, dall’Arabia Saudita, dalla Turchia e precedentemente anche dalle potenze occidentali.

Perché l’Isis è diventato così forte? Che idea vi siete fatti?
Non abbiamo ancora capito bene perché l’Isis è stato creato, fomentato. Certamente perché quando l’Occidente sosteneva di voler esportare la democrazia in Medio Oriente ha scelto male l’interlocutore viste le caratteristiche dell’Isis. E dietro il sostegno che hanno avuto ci sono sicuramente altri interessi. Questo conflitto possiamo interpretarlo in due modi diversi: o semplicemente uno scontro tra sciiti e sunniti; oppure come uno scontro che si estende in tutta quell’area geografica e che rischia di sconfinare anche in Turchia e in Giordania con il fine di creare qualcosa di nuovo. Le caratteristiche di questa espansione non lascia adito a dubbi: sono a rischio i diritti delle minoranze, delle donne, rapite a migliaia per essere vendute. Per mettere fine a tutto questo abbiamo fatto appello fin da subito alle Nazioni Unite con la richiesta esplicita di fermare i Paesi che appoggiano gli uomini di Abu Bakr al-Baghdadi, compresi ovviamente quelli occidentali. Se non sarà così rischiamo di ritrovarceli anche in Europa.

Quali sono in questo momento i rapporti tra voi e i kurdi iracheni?
Quando parliamo di politica e di idee il tema cambia. Nell’universo kurdo ci sono partiti comunisti, partiti liberali, partiti socialdemocratici. In Kurdistan ci sono più di cinquanta partiti, tanto per rendere l’idea. Però in questo momento non possiamo discutere e scontrarci su questo terreno. C’è una priorità: come possiamo difendere i civili kurdi dagli attacchi dell’Isis e anche le altre minoranze religiose con le quali i kurdi hanno sempre convissuto pacificamente. Per questo, come ho già detto prima, nel Sud del Kurdistan tutte le forze kurde stanno operando insieme. Partiti kurdi iraniani, turchi, siriani più il governo regionale del Kurdistan iracheno. Ed impedire loro di conquistare le zone ricche di petrolio, un altro loro obiettivo che permetterebbe al califfato di vivere tranquillamente. Come i Paesi del Golfo per intenderci.

Proprio questa vostra pluralità spaventa l’Isis…
Certo. Queste bande attaccano la nostra regione proprio per questa ragione: perché vogliamo creare lì una democrazia con tutte le minoranze esistenti, siano esse religiose che etniche. Possiamo creare anche qui dei cantoni, come già successo in Siria, che tutelino assiri, turcomanni e tutte le altre minoranze. Collegati con la Federazione del Kurdistan in modo tale da poterli difendere più facilmente. Tutto questo anche considerando che non possiamo contare sul governo centrale iracheno dell’ex primo ministro Nuri al-Maliki si era subito tirato indietro e non aveva messo a disposizione il suo esercito. E anche il nuovo governo che si insedierà a settembre potrebbe fare la stessa scelta.

Chiedete un sostegno internazionale per questo vostro progetto?
Certamente. Chiediamo che anche gli Stati Uniti lo sostengano per introdurre veramente la democrazia in Medio Oriente. Per esempio nel cantone di Cizîre ci sono tre lingue ufficiali, l’arabo, il kurdo e l’assiro. E questo perché lì vivono tre diverse etnie e dunque non possiamo imporre il kurdo. Il presidente del governo cantonale è un kurdo ed i vicepresidenti sono una donna cristiana assira e un uomo arabo. Anche la difesa è gestita insieme. Tutto è incentrato sulla necessità di vivere insieme. E questo sistema può essere esteso anche in tutte quelle aree che sono fuori dalla Federazione del Kurdistan.

Che cosa pensate dell’opposizione di Rifondazione comunista e di Sel all’invio di armi ai kurdi? E’ un punto delicato che fa discutere…
Secondo alcune leggi internazionali non si possono consegnare direttamente delle armi al governo regionale del Kurdistan o a dei movimenti. Legalmente non si può fare. Ci deve essere un’autorizzazione del governo centrale iracheno. Il governo di Maliki si era opposto giuridicamente alla possibilità che il governo kurdo autonomo potesse ricevere armamenti attraverso dei contratti che aveva già stipulato. E questo vale sicuramente fino al 10 settembre quando si insedierà il nuovo governo iracheno che non sappiamo ancora come si muoverà su questo terreno. Per quanto ci riguarda noi abbiamo sempre detto che in Medio Oriente la difesa resta un punto importante. E quando ci troviamo di fronte una forza con Isis non possiamo non interrogarci sul fatto che le armi che maneggiano sono occidentali. Armi americane, italiane, francesi. E quando hanno tentato l’attacco alla diga di Mosul tutti hanno potuto vedere che non erano in possesso di armamenti convenzionali. E chi glieli ha dati? Con questo non vogliamo dire che gli Usa hanno fornito attrezzatura bellica ad Isis. Ma all’esercito iracheno sì. Ovvero l’esercito di un Paese tutt’altro che stabilizzato. E’ facile capire quindi come siano arrivate in mano a loro. Per tornare alla domanda noi fin dal primo giorno abbiamo chiesto di non inviare armi ma aiuti umanitari. Appoggiateci politicamente perché conoscete l’autonomia democratica di Rojava, e sostenete il progetto che prima avevo descritto per collegare tra loro le varie regioni kurde. Detto questo è necessario che gli Stati Uniti, l’Europa, le Nazioni Unite, facciano pressione perché nessuno più sostenga l’Isis. Insomma, togliamo armi ad Isis. Se si agisce in questo modo altre armi non servono. E anche adesso pensiamo la stessa cosa.

Parliamo un momento del Pkk, che, paradossalmente, si trova ancora in una lista nera composta da organizzazioni terroristiche stilata dagli Stati Uniti con il sostegno in questo caso della Turchia. Ed è di questi giorni il fatto che la procura di Milano ha nel mirino una quarantina di kurdi che vivono in Italia accusati di terrorismo. Come si esce da questo scenario paradossale?
Quella lista che conosciamo è tutta politica, senza alcuna valenza giuridica. Realizzata dopo l’11 settembre dagli Usa, vi hanno trovato posto in realtà tutti i movimenti che combattono per la libertà dei propri popoli. Successivamente l’Unione Europea l’ha fatta sua senza neanche discuterla. Il Pkk dal canto suo non ha mai agito con finalità terroristiche. Ha sempre lottato contro il fascismo, contro il sistema oligarchico turco per avere riconosciuti i nostri diritti, Come sapete nel Kurdistan turco vivono più di 25 milioni di persone di etnia kurda. Tutte queste persone ancora non hanno diritto a parlare la loro lingua o ad insegnarla. Negli ultimi anni, grazie alla lotta del Pkk, le cose sono in parte cambiate, e ci sono state delle trattative tra il governo turco e l’Unione Europea, finalizzate all’ingresso di Ankara in Europa, che hanno affrontato questo problema. Ma la questione nel suo complesso è ancora ben lungi dall’essere risolta completamente. Sono in corso dei negoziati tra Ankara e il Pkk. Potrebbe esserci il primo settembre un invito del presidente Ocalan rivolto a tutti i militanti del suo partito ad uscire dalla Turchia. E da parte turca ci potrebbero essere nuove leggi favorevoli ai kurdi. Tornando invece al nostro ruolo ho letto invece sui giornali che a Sengal sono stati gli americani a salvare la vita a tutte quelle persone. Ma questo non corrisponde alla realtà: è stato il Pkk a mettere in salvo migliaia di uomini, donne e bambini. Anche qui, da Rojava, è stato creato grazie ai guerriglieri di Ocalan un corridoio di circa 70-80 chilometri. Questo lo sanno bene anche gli americani e l’Unione Europea e la stessa Turchia lo sa. Con lo scenario di oggi quella lista “nera” è dunque ancor meno significativa. Tra l’altra il Pkk combatte in questo momento prevalentemente per ragioni umanitarie. Questo stato di cose sta influenzando positivamente l’opinione pubblica internazionale – politici,intellettuali,accademici – i quali sostengono che definire questo partito terrorista mentre combatte per salvare in quell’area l’umanità sia un grosso errore. Chi invece sostiene ancora questo ha evidentemente determinati progetti nella zona che dobbiamo studiare molto bene. E dovremmo capire anche che idee hanno per risolvere la questione kurda. Sarebbe interessante. L’indagine della procura di Milano, aperta tre anni fa, che dovrebbe dare luogo ad una causa contro i kurdi per ragioni di terrorismo, diventa così una cosa incredibile. Da un lato le Commissioni Difesa ed Esteri di Camera e Senato discutono se inviare armi ai kurdi. Dall’altro la magistratura sospetta che gli stessi soggetti sostengano il terrorismo. Chiamiamo a questo punto a testimoniare anche il primo ministro italiano, che, secondo la proprietà transitiva, potrebbe essere accusato di sostenere il terrorismo anche lui. Si tratta di un paradosso che le autorità italiane devono risolvere. Altrimenti siamo nel ridicolo.

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