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Sardegna, parla Giovanni Colli, ex segretario del Psd'az, dopo le dimissioni.
«Il Consiglio nazionale del Partito Sardo d'Azione, nella riunione tenutasi ieri (19 luglio nda) a Ghilarza, nei locali della Torre Aragonese, ha preso atto delle dimissioni irrevocabili presentate dal segretario nazionale, Giovanni Colli.
In base allo Statuto le funzioni di segretario del Psd'Az sono attribuite al presidente del partito, Giacomo Sanna. La riunione del Consiglio nazionale per l'elezione del nuovo segretario è prevista entro il prossimo settembre», questo lo scarno comunicato rilasciato nei giorni scorsi dal Partito Sardo d'Azione dopo le irrevocabili dimissioni dell'ormai ex segretario Giovanni Angelo Colli.
Secondo Alessandra Carta, giornalista di Sardiniapost.it: «in ambienti Quattro Mori si dice che Colli abbia lasciato per i troppi impegni di lavoro. Ma la ragione delle dimissioni potrebbe essere uno strappo definitivo con la linea del partito. Colli, infatti, alle Regionali del passato 16 febbraio aveva lavorato di cesello per centrare l’ingresso nella coalizione di centrosinistra, con Francesco Pigliaru candidato presidente. Furono giorni frenetici per i sardisti. Alla fine il tentativo di costruire un asse programmatico col Pd naufragò e il Consiglio nazionale, sempre a Ghilarza, scelse di presentarsi alle urne ancora insieme a Ugo Cappellacci, col quale il Psd’Az ha governatore da febbraio 2009 allo stesso mese del 2013. Poi l’uscita dalla Giunta di centrodestra e un anno passato praticamente all’opposizione».
Problemi politici che Colli, raggiunto da 'Controlacrisi', smentisce categoricamente.


Da cosa derivano le sue dimissioni da segretario del Psd’az?
Molti dicevano che già fossero nell’aria…
Ho dichiarato, serenamente, al consiglio nazionale delle mie dimissioni: esse derivano da scelte che hanno ragioni personali e di tempo: quando non si fa politica per mestiere, ma la si fa come contributo alla collettività, in ciò che siamo capaci e non sempre è facile conciliarla con il lavoro. Ma quando si è segretari da almeno cinque anni, diventa difficile riuscire a fare al meglio entrambe le cose: lavoro e politica. Ho ritenuto che fosse giusto lasciare spazio ad altri per far entrare altre personalità in campo.



Non c’è nessun problema politico a partire dalle dimissioni?

C'è stato un clima molto positivo nel consiglio nazionale: non ci sono stati scontri di alcun tipo e neanche accennati, quindi non si aprirà un problema…



Il problema politico lo intendevo legato alla sua dipartita, cioè dopo che il Psd’az aveva deciso di allearsi nuovamente con il centrodestra di Ugo Cappellacci alle scorse regionali e, non da ultimo, alla luce dei risultati delle elezioni di Sassari in cui il partito aveva espresso candidato a sé.
No. Non è una scelta legata al risultato delle elezioni amministrative di Sassari. Anzi, quello che hanno fatto gli amici sassaresi ritengo che sia stato un passaggio importante: hanno ritenuto di presentarsi da soli nonostante un sistema elettorale che sia a livello comunale, sia a livello regionale e - ancora - a livello delle elezioni italiane, resta nei fatti quello che è con un'ardua - se non impossibile - partecipazione politica sganciata da qualunque tipo di alleanza.

Anche perché l’ultima legge elettorale con cui i Sardi sono andati al voto non era uno ‘specchio’ di democrazia, ecco…

La nostra legge, però, non era molto diversa da quella che si sta prospettando per l'elezione del Parlamento italiano… In Sardegna sono nati movimenti che hanno preso 75.000 voti ma che non hanno avuto rappresentanza mentre, invece, sono entrati in consiglio regionale altre organizzazioni (dal momento che si presentavano in coalizione) che hanno preso infinitamente di meno. 
Lo stesso accade, ed è accaduto, per le elezioni al Parlamento italiano! È una fase nuova, diversa, della politica, dove alla proposizione delle idee si deve necessariamente associare una politica di alleanze che sia proficua, cosa che - però - non è sempre facile perché molte volte non ci sono le condizioni per farlo. Ecco, la scelta di Sassari, a mio avviso, non è stata malvagia: è stata una scelta di ripartenza, di confronto dei sardisti di quel territorio con se stessi, con le loro possibilità e - anche - di rinnovamento, unito alla necessità di confrontarsi sempre con le altre forze politiche.

Non c’è connessione, comunque, tra le regionali e le amministrative sassaresi: il Psd’az quando ha realizzato delle alleanze sono sempre state programmatiche e contingenti del momento. Il partito non ha mai voluto essere inquadrato, soprattutto negli ultimi tempi, in un'area politica ben definita, che facesse riferimento a quella dei partiti politici italiani. L’obiettivo, naturalmente, è sempre quello di essere maggioranza da soli: le alleanze sono tecniche, una novità da quando esistono determinate leggi elettorali. 


Esulando, per un momento, dalle sue dimissioni ‘strictu sensu’: il panorama indipendentista, sovranista e sardista, si presenta molto frastagliato. All’interno del Consiglio Regionale iRS, Pds e Rossomori avrebbero dovuto avviare un processo costituente che non c’è stato, andando alla creazione del gruppo comune dei soli Pds e Rossomori; lei si dimette da segretario del Psd’az; a Manca pro s’Indipendentzia toglie l’appoggio al Fronte indipendentista unidu. Lei come legge l’attuale situazione di frammentazione più che di unità d’intenti? 
Non accomunerei le mie dimissioni e il Partito Sardo d'azione a tutte le altre situazioni che ha descritto.



Quindi le sue dimissioni non sono da aggiungere all’ulteriore frammentazione e debolezza del mondo indipendentista, sovranista e sardista?

No: le mie dimissioni inserite in quel contesto non ce le vedo. Non c'è alcuna relazione. Le mie dimissioni sono un passaggio interno al Partito Sardo d’azione: non hanno un rimando esterno. Anche perché la politica del partito la fa il consiglio nazionale, non il segretario: egli è - diciamo - così come nei partiti di un tempo, portavoce di una linea che è condivisa.



Quindi la linea non era più condivisa…

Ma no guardi: una volta conclusesi le elezioni che linea dovremmo avere adesso? Siamo all’opposizione del governo attuale della Sardegna e la condurremo fino alla fine. Non l’abbiamo neanche affrontato il problema..
Ma poi, linee su cosa? È un po' più complessa la politica in un partito come il nostro: le elezioni regionali saranno fra quattro anni. Certo è che sono convinto che poco importa agli elettori, e poco serve alla Sardegna, concentrare l'attenzione su chi si dimette da segretario del Partito Sardo d'azione o da altre cariche all'interno del partito. Io credo che ciò che serva alla regione Sardegna, ma questo vale anche più in generale per la realtà italiana, sia un ritorno alla politica disinteressata e realizzata seriamente per riuscire a fare in modo che le cose funzionino. Si constata una disaffezione, anche giustificata, dei Sardi rispetto alla politica la classe dirigente e questo fa sì che sempre meno persone decidono di dedicare parte della loro vita a questo impegno sociale. Lentamente, dunque, si produce un impoverimento della classe dirigente. Prima ancora c'è una condizione, secondo me, che precede molte volte la bontà - o meno - delle scelte. Cioè, al di là di quale sia la ricetta giusta, per una certa situazione, ciò che conta è con quale livello di serietà vengono realizzate determinate scelte dalla nostra classe politica. Quindi, è importante che si ritorni in mezzo alla gente, che si sia capace di elaborare proposte serie ma non nella misura in cui esse ci fanno prendere più o meno voti a questa o quella tornata elettorale, oppure perché hanno un'utilità fra 10 giorni; 'proposte serie' significa che resistono al vaglio del tempo e della critica e che si rivelano tali fra cinque, dieci, vent’anni.
Non si può fare politica seriamente, a mio avviso, pensando che il frutto di ciò che si fa debba essere immediato. Quello è l'errore più immediato. Nessuno di noi ha mai impostato la propria vita personale facendo delle scelte la cui utilità si doveva vedere nell'immediatezza: ciascuno di noi ha avuto un progetto, ha fatto le scelte che riteneva, per un ritorno che era a dieci e vent’anni. Siamo quello che siamo perché abbiamo fatto una scelta quando avevamo 18 anni e abbiamo lavorato per arrivare a questo risultato. È qui il problema: in Europa le grandi situazioni più forti e stabili si hanno quando neanche si conoscono i nomi dei segretari e dei dirigenti di partito. Cioè, abbiamo una classe politica che, se lavora, lo fa seriamente e sganciata da personalismi. Non sono, assolutamente, un fautore di grandi leadership. Forse, in America possiamo anche tollerarle. Ma esse in Italia, in Sardegna, producono dei danni perché la realtà è talmente complessa che delle decisioni affrettate, come a mio avviso sta accadendo in questi giorni sulle grandi riforme che vengono proposte, rischiano di produrre dei rimedi peggiori del male che si intendeva curare.

@parlodasolo
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