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"No all'autunno rituale. Unire le lotte e esplicitare il confronto tra le forze del sindacalismo conflittuale". Intervista a Cremaschi
L’autunno che si sta prospettando, dal punto di vista dell’azione dei soggetti politici e sindacali, rischia di rimanere molto indeterminato.
Il rischio evidente è che si faccia una stanca riproposizione di stagioni con il titolo “autunno caldo”, sapendo che anche meteorologicamente sono cambiate. E quindi bisogna attrezzarsi differentemente. Sull’assetto del lavoro nel nostro paese siamo alla resa dei conti finali. Renzi e Draghi mirano ad avere qualche flessibilità in più sulla moneta, questo potrà avvenire solo in cambio di una infinita flessibilità sul lavoro. E penso qui alla cantonata pazzesca di Landini quando ha considerato il presidente del Consiglio un interlocutore. L’esperimento Italia consiste nel tentare di costruire un governo di unità nazionale con l’idea di cambiamento, ovvero la politica della Grecia. Che poi è quanto scritto da Draghi e Trichet il 5 agosto del 2011. In quella lettera c’era il programma su tutto, dai licenziamenti ai tagli alle pensioni, alla flessibilità in uscita. C’è un secondo documento, poi, quello della banca J.P. Morgan del 28 maggio 2013. Lì si dice che per i paesi periferici non bastano le riforme economiche se non sono precedute dalle riforme politiche. Il punto centrale è che bisogna cancellare la protezione costituzionale dei diritti del lavoro. Renzi è l’uomo per fare questa politica.

Cosa bisognerebbe fare secondo te?
Sarebbe necessario un investimento su tutte le lotte articolate che si possono fare e dall’altro una piattaforma per l’unificazione. E infine, una mobilitazione duratura contro il governo Renzi e il vincolo europeo. Quest'ultimo in Italia continua sfuggire tranne che per manifestazioni come il 28 giugno, che però molte forze radicali e di opposizione hanno snobbato. Al contrario di quanto è accaduto in Spagna Portogallo Grecia , da noi si fa fatica a mobilitarsi contro l'Europa del fiscal compact e di Draghi. Si tende ancora a ridurre tutto a Renzi e agli avversari italiani, e così si rischia un autunno di ritualità.

La Cgil sembra arrivata al capolinea. Si parla di tutto fuorché Dell’inefficacia della sua azione. Tattiche su tattiche che alla fine seppelliscono l’azione vitale del sindacato. Un finale inevitabile dopo la stagione della concertazione oppure c’è qualcos’altro?
Vedo che ora si proclamano le piazze per il lavoro, una sorta di talk show allargato con l’intenzione di far vedere che si esiste senza pero troppo confliggere con il governo. Non c’è niente di peggio di essere concertativi senza la concertazione. E ancora peggio è essere legati al PD, come lo è tutto il gruppo dirigente CGIL, e prendersi gli schiaffoni di Renzi. Non si è in grado di reagire. E’ inutile nasconderlo. La crisi del movimento sindacale italiano è la crisi della Cgil prima di tutto. Cisl e Uil, per loro conto, non sono molto diverse dagli anni 50. Sono un sindacato che si è sempre adattato. Sindacati di mercato, come li ha chaimati Claudio Sabattini. La Cgil ha sempre provato a forzare l’andamento del mercato costruendo controtendenze, e oggi semplicemente non ci prova più. Ogni tanto quando dico queste cose mi si dice che sono nostalgico degli anni settanta. Il problema di fondo è un altro, è che la cultura rivendicativa della Cgil non è quella degli anni settanta ma quella degli anni ottanta. Sto preparando su questo un libretto che uscirà in autunno. Mi sono reso conto che tutti gli aspetti di fondo della cultura della Cgil di oggi dal salario a flessibilità e orario sono nati negli anni 80 ovvero nel periodo del riflusso del movimento quando si cercò di trovare un’intesa con il riformismo craxiano. Tolta la concertazione resta la nudità del re, la cultura delle compatibilità. La prima cosa che dovrebbe fare la Cgil è rinnovarsi attraverso la ripresa dell’iniziativa e sbaraccare la cultura degli anni ottanta. La seconda è rompere con il PD. Ma come si fa se i gruppi dirigenti sono stati selezionati con la cultura degli anni ottanta e son tutti collaterali a quel partito? Per questo io penso che salvo sconvolgimenti, che sono il primo ad augurarmi, la Cgil non sia più riformabile. Sul terreno in cui si è infilata rischia addirittura di essere marginale.

Questo stronca qualsiasi ipotesi di interlocuzione interna
Non credo sia possibile una ricostruziome se non si investe in un progetto di incompatibilità. Negli anni ‘60 Bruno Trentin teorizzò che il salario doveva essere una variabile indipendente perché solo così si poteva forzare gli equilibri economici attraverso le lotte. Ora, con il fsical compact ogni diritto è totalmente “incompatibile”, nel senso che non c’è nemmeno più lo spazio per una rivendicazione. Per ripartire ci vuole un sindacato che si dichiari esplicitamente incompatibile.

Prima hai fatto un riferimento al sindacalismo di base, che comunque ugualmente un nodo di efficacia nelle lotte…

Ci vuole un processo costituente tra tutte le forze del sindacalismo conflittuale. Se le forze presenti in Cgil riescono ad uscire dalla nicchia in cui continuano a trovarsi possono dare un contributo importante al confronto con il sindacalismo di base. Ripeto, non si può rischiare di affrontare questa situazione con il quadro che è uscito dagli anni ottanta. E la crisi della Cgil è anche la crisi del sindacato di base. O prende piede l’idea che bisogna costruire un percorso comune oppure non se ne esce. Rottura e unità devono muoversi assieme. Oppure ci sarà quello che abbiamo già visto ma con difficoltà maggiori. Se la gente vede che si ripetono gli stessi riti senza ottenere risultati è chiaro che si allontana. Ci vuole un polo sindacale incompatibile e conflittuale con percorsi di unità di azione. Ci sono tentativi ed è tutto positivio ma bisogna fare un salto. L'accordo del 10 gennaio trasforma la concertazione in regime di complicità aziendale, chi rifiuta quel regime deve unirsi altrimenti o sarà riassorbito o sarà spazzato via. Ci si prospetta un futuro molto americano con un sindacato burocratico e aziendalista, mentre sono i padroni a decidere come devono essere fatti gli accordi. Senza un progetto per scardinare questo sistema ci saranno sì momenti di lotta, ci sono già oggi dai facchini della logistica ai tranvieri di Genova, ma da soli non saranno in grado di cambiare la tendenza negativa di fondo. Renzi, il padronato e le banche si rafforzano per le evidenti mancanze nostre. Per questo penso che tutto il sindacalismo conflittuale dovrebbe riunirsi attorno ad un tavolo non solo per decidere questa o quella manifestazione, ma per discutere sul serio su come si va avanti ..

Per la Fiom si sta chiudendo una fase iniziata con il No alla Fiat. Oggi sembra rimanere ben poco di quella rottura…
Il gruppo dirigente della Fiom fece nel 2011 una scelta. Quando all’inizio del 2011 si era costruito attorno alla Fiom un grande movimento di lotta che partiva dalla Fiat era chiaro che non poteva fermarsi lì. Se la Fiom avesse da lì scelto una rottura esplicita con il gruppo dirigente Cgil oggi le cose sarebbero diverse. Occorreva aprire un processo in cui la Fiom metteva insieme le forze con le quali era scesa in piazza. Nel gennaio del 2011 una iniziativa Fiom era diventata quasi uno sciopero generale. C’è stata una discussione esplicita e Landini ha detto che c’era un limite di compatibilità con la Cgil.E’ stato il momento della compatibilizzazione della Fiom. La Fiom è ancora una grande organizzazione ma sicuramente l’occasione è stata persa. Mi auguro che le iniziative in autunno riescano ma sono assolutamente confuse e contraddittorie. La Fiom deve prima di tutto dire che scende in piazza contro Renzi e poi essere disponibile al confronto con tutte le forze del sindacalismo di base e conflittuale. Altrimenti è un film già visto.

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