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Le alchimie mancate e i compiti della sinistra al tempo di Chiamparino

Eletto tre mesi fa presidente della Regione Piemonte Sergio Chiamparino, dopo essere stato presidente della fondazione Intesa San Paolo, non ha perso occasione per dare riprova dei suoi propositi politici. Nel campionario delle esternazioni estive c’è solo l’imbarazzo della scelta: privatizzazione del sistema sanitario, realizzazione di grandi opere e di Tav, liberalizzazione del mercato del lavoro, smantellamento delle società partecipate. E poi ancora tanti elogi e attestati di stima nei confronti dei padroni della Fiat, ora Fca, i precursori della distruzione del salario e dei diritti del lavoro. Un florilegio di dichiarazioni all’insegna di politiche di mercato, della destabilizzazione dei diritti sociali, ambientali e del lavoro funzionali a quel blocco di poteri reali – industriali, banchieri, manager, costruttori, ecc –  il cui ruolo è stato decisivo dal punto di vista dell’esito elettorale. Di sicuro, con queste premesse, l’aziendalizzazione e la privatizzazione della vita sociale piemontese è destinata a continuare e ad estendersi ben al di là da quanto fatto dalla sgangherata giunta Cota.

Qualche tempo fa il capogruppo regionale di Sel, partito che ha scelto di far parte dello schieramento liberista di Chiamparino, ha scritto: “in Piemonte Sel vuole fare la differenza”. Quale differenza non s’è capito per niente visto che finora gli esponenti di Sel, in quota alla maggioranza consiliare, non hanno levato una sola parola, una sola critica, una sola espressione di dissenso nei confronti delle sortite del presidente della Giunta. E ci mancherebbe, tutto ha un prezzo. Per l’istituzionalizzazione del proprio ruolo in maggioranza Sel, giocoforza, ha dovuto accettare di far parte di un sistema definito di rapporti politici. In che termini definito? Chiamparino l’ha chiarito da subito: “non pretendo il pensiero unico … ma se comincia il tiro alla fune su qualunque tema, che sia Tav o sanità, non ci metto neppure due minuti a comportarmi come ho fatto in Comune, con Rifondazione”. Come tutti sanno Rifondazione Comunista nel 2009 venne estromessa dalla giunta comunale – allora Chiamparino era sindaco di Torino  – per essersi opposta alla vendita e alla privatizzazione dei servizi pubblici. Non c’è da stupirsi: l’ideologia del decisionismo e della governabilità contempla solo l’assoggettamento politico.

Io penso che Sel, forza politica che con Rifondazione Comunista e tante altre forze ha dato un contributo importante all’affermazione della lista Tsipras in campo europeo, abbia preso un abbaglio in Piemonte. La scelta fatta alle regionali di far parte di uno schieramento che non è più portatore, non dico di una idea di sinistra, ma semplicemente progressista, non può essere derubricata a scelta tattica. In qualsiasi caso si tratta di una scelta sbagliata. Sel ha pensato di fare come gli alchimisti medievali che dicevano di volere o potere trasformare il piombo in oro. Una trasformazione impossibile. Ecco perché l’alleanza con lo schieramento liberista di Chiamparino, al di là dell’ottenimento di qualche prebenda istituzionale, è una scelta perdente, destinata alla prova dei fatti a non produrre risultato alcuno, a non influenzare e modificare scelte sul piano politico, a non produrre un avanzamento sul piano dei diritti sociali, del lavoro, della cittadinanza. L’unico risultato certo, nell’immediato, è stato quello di aver scompaginato e indebolito il fronte della sinistra in sede regionale.

Alla divisione e all’offuscamento del ruolo della sinistra non intendiamo di certo rassegnarci. Il confronto che si è aperto a partire dall’affermazione della lista l’Altra Europa con Tsipras va portato avanti. Per tornare a contare e a incidere davvero, la sinistra deve scegliere un percorso di aggregazione e di unità in alternativa alla politica chiusa dentro il cerchio dei poteri dominanti. La sinistra agisca in alternativa alle politiche liberiste e di austerità, politiche che tendono a ridurre drasticamente l’intervento pubblico e le politiche sociali non solo sul piano europeo ma sempre più, a cascata,nei territori. La sinistra ridia centralità alla persona, alla lotta per i diritti, per il lavoro e l’eguaglianza sociale. Si torni a fare questo, innanzitutto sul piano della battaglia sociale oltre che della presenza istituzionale, in risposta a un diffuso disagio sociale.

Non dimentichiamo che, in ragione di un disagio privo di rappresentanza, il 50% e più dell’elettorato si colloca fuori e contro il sistema politico. Ricostruiamo questa rappresentanza a partire dai territori e dal conflitto sociale, dalle istanze che vivono nei movimenti e nelle pratiche sociali, nel mondo del lavoro e della scuola, nei quartieri. Volendo fare un passo in avanti rispetto a una idea della politica come mero riflesso di scelte istituzionali (non sempre collimanti come s’è visto alle regionali), la domanda che rivolgo è per l’appunto questa: a fronte di una crisi sociale e politica profonda c’è la disponibilità a far prevalere le ragioni di una lotta e di una iniziativa sociale, (per i diritti sociali, del lavoro, la difesa della sanità e della scuola pubblica, contro le privatizzazioni, le grandi opere, ecc.) indispensabili per qualsiasi cambiamento, a considerare Il territorio e il conflitto sociale come spazio di un nuovo patto politico? C’è la disponibilità della sinistra a questa ripartenza? Fuori da noi ci chiedono questo.

*segretario provinciale Prc Torino

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