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L’indipendenza della Scozia e tutto ciò che ne consegue

Oggi è il grande giorno per gli abitanti del ‘nord-del-Regno-Unito’, dovranno rispondere ‘sì’ o ‘no’ alla domanda «Sei d’accordo col fatto che la Scozia dovrebbe essere un Paese indipendente?».

La campagna mediatica dello Scottish National Party è stata incisiva, più di quanto non fosse l’assenso per la concessione del referendum da parte di David Cameron e della Regina che, preoccupati, lanciano appelli al “voto ragionato” per la giornata di oggi.

Nel senso di: ‘pensate a ciò che fate’. Verrebbe da dire che - ormai - è troppo tardi, o magari è troppo presto scrivere queste righe, comunque sia il referendum di oggi - vada come vada - assume tratti storici per il dibattito che si è instaurato a partire da esso.

E questo fin da quando Jose Manuel Barroso era Presidente della Commissione Europea che, come aveva riportato in un lungo reportage il quotidiano ‘Pagina99’, aveva dichiarato a mezzo stampa come non ci fosse posto per nuove nazioni all’interno del quadro dell’Unione Europea.
Tradendo, dunque, quanto sancito dall’Europa prima che fosse realmente tale e, precisamente, nella Carta di Helsinki del 1975: «In virtù del principio dell'eguaglianza dei diritti e dell'autodeterminazione dei popoli, tutti i popoli hanno sempre diritto, in piena libertà, di stabilire quando e come desiderano il loro regime politico interno ed esterno, senza ingerenza esterna, e di perseguire come desiderano il loro sviluppo politico, economico, sociale e culturale». L’autodeterminazione dei popoli veniva già tutelata nel 1975, sancita nell’Atto Finale della Conferenza sulla sicurezza e sulla cooperazione in Europa. (Anche prima, in realtà, ma per gli scenari europei chi scrive ha scelto di prendere in considerazione un atto prodotto dagli Stati che sarebbero andati a comporre l’Unione Europea nda).

E tant’è, se quotidiani, settimanali, blog e siti di riviste on line in vista pubblicano una foto che irride il processo di autodeterminazione indipendentista con “l’Europa degli indipendentisti”, facendo vedere una cartina più simile a quella del Vecchio continente del 1300 che del 2014.

Il punto, però, non è ciò che ha dichiarato Rajoy nella giornata di ieri: «Tutti in Europa credono che questi processi (di autodeterminazione nda) sono enormemente negativi perché producono più recessione economica e più povertà per tutti» e ancora «l'Europa è nata per integrare gli stati, non per disintegrarli».

E’ proprio qui la questione: l’Europa, e la sua creazione stessa, non ha assolto minimamente ai principi delle democrazie liberali post-belliche che esse stesse andavano delineando.
Lo ha detto chiaramente anche il politologo dell’Università di Sassari Carlo Pala, intervistato da questa testata: «[…] Quindi l'Unione Europea ne teme l’effetto a catena che si creerebbe nel disegno di un'Europa che sarebbe davvero fattivamente ‘dei popoli’ e non più degli Stati. I primi interessati all'Unione Europea sono, dunque, proprio gli esponenti dei popoli che non hanno un riconoscimento statale e che sono, senza ombra di dubbio e fuor dal paradosso, più eurofili degli Stati stessi in cui sono contenuti. La maggior parte dei partiti indipendentisti/autonomisti/federalisti in tutt’Europa sono orientati a vedere l’UE non nel modo in cui oggi è percepita ma, veramente, come un contenitore di popoli e di etnie».

La destrutturazione dello Stato-Nazione è la causa stessa che spinge le comunità ad autodeterminarsi: le democrazie liberali, assolvendo i compiti economici e rigoristi che si sono susseguiti dal 1992 in poi, hanno cercato di tradurre una propria nazionalità comune all’interno di un contesto più ampio come quello europeo andando a svilire - di fatto - le proprie comunità locali.

I risultati di queste mosse, però, sono sotto gli occhi di tutti: le fughe dal neoliberismo e dalle - ormai - post-democrazie sono in mano ai movimenti per l’autodeterminazione delle comunità all’interno del contesto europeo.

Come prima detto: comunque vada il referendum scozzese il dibattito che s’è avviato in tutta Europa, ormai, non può arrestarsi e le sue conseguenze si potrebbero verificare di qui a poco tempo, se dovesse vincere il ‘sì’ alla proposta referendaria di indipendenza.
Catalogna, Paese Basco, Corsica, Sardegna: l’Europa starà a guardare. Inerte.

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