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Nazioni d’Europa, il vaso di Pandora non si chiude

Referendum scozzese. Ha vinto la ragione sul cuore. Le pressioni della City. Il peso del passato. Il nazionalismo civico e non identitario degli scozzesi. Ma ha senso che la sinistra si esaurisca in questo tipo di battaglie? Il rischio di aprire un vaso di Pandora di rivendicazioni locali molto meno simpatiche. A Edimburgo sono stati promessi dei vantaggi, la Gran Bretagna diventa comunque meno unita. Un futuro incerto, soprattutto con il referendum sull’Europa del 2017

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La ragione ha vinto sulle ragioni del cuore. La pro­po­sta, colo­rata di roman­ti­ci­smo, di una Sco­zia indi­pen­dente si è scon­trata con l’empirismo (altro pro­dotto locale, del resto David Hume era scoz­zese) che ha sug­ge­rito che troppe inco­gnite e troppe minacce avreb­bero pesato sulla via­bi­lità di un pic­colo stato al nord dell’Inghilterra, dopo 307 anni di unione.

A Lon­dra hanno tirato un sospiro di sol­lievo, come a Bru­xel­les, dove l’indipendenza di una parte di uno stato mem­bro sarebbe caduta in un vuoto giu­ri­dico. Sol­lievo anche in altri stati della Ue, a comin­ciare dalla Spa­gna (ma non solo).

Per­ché una Sco­zia indi­pen­dente avrebbe aperto il vaso di Pan­dora delle domande di seces­sione in altre regioni, in un momento in cui l’Europa sta già attra­ver­sando una grave crisi. Gli indi­pen­den­ti­sti pun­tano il dito con­tro la City, che ha schie­rato il suo peso a favore del «no», minac­ciando gli scoz­zesi di per­dere la sede delle grandi ban­che (Royal Bank of Sco­tland e Lloyd Ban­king Group) e di delo­ca­liz­zare posti di lavoro.

Visto più da vicino, il roman­ti­ci­smo euro­pei­sta dell’indipendenza perde un po’ di piume sul fronte finan­zia­rio, poi­ché la finanza è il secondo set­tore eco­no­mico della Sco­zia dopo il petro­lio e quindi l’ipotetico governo di Edim­burgo avrebbe dovuto spor­carsi le mani. A Gla­sgow, città indu­striale che ha dato la mag­gio­ranza al «sì», gli elet­tori cri­ti­cano il clima di paura impo­sto dalla «banda di West­min­ster», con la calata in Sco­zia negli ultimi giorni della cam­pa­gna del primo mini­stro Came­ron e del lea­der del Labour Ed Mili­band in com­butta con «busi­ness­men e ban­chieri».
Il cuore che ha spinto a sce­gliere la casella «yes» ha radici pro­fonde in Sco­zia, che dai tempi di Mar­ga­ret That­cher ha comin­ciato a sognare in ter­mini un po’ con­creti la seces­sione. Gli anni della Lady di ferro sono stati molto sof­ferti in una nazione abi­tuata al voto labu­ri­sta, dove lo Scot­tish Natio­nal Party di Alex Sal­mond (da ieri dimis­sio­na­rio) che negli anni ’80 era stato escluso dal par­tito per­ché troppo a sini­stra, pro­met­teva di ripri­sti­nare il wel­fare, finan­zian­dolo con la manna del petrolio.

Molta sini­stra della sini­stra euro­pea ha con­di­viso que­sta bat­ta­glia per il «sì», in nome di una ribel­lione all’austerità impo­sta da Bru­xel­les, in ottem­pe­ranza alle impo­si­zioni dei mer­cati mon­dia­liz­zati. Per il «sì» hanno votato molti gio­vani (il voto era stato aperto dai 16 anni). Lo Scot­tish Natio­nal Party ha pre­sen­tato un nazio­na­li­smo «civico» e non «iden­ti­ta­rio», che ha sedotto a sini­stra. Ma c’è da chie­dersi se ha senso che la sini­stra, per com­bat­tere il dik­tat del rigore, debba esau­rirsi in bat­ta­glie di que­sto tipo: rifiuto l’idea che non ci sia alter­na­tiva, allora mi chiudo nel mio pic­colo mondo dove sono padrone a casa mia, con­ti­nuando a sognare un euro­pei­smo velato di uto­pia. In altri paesi, pur­troppo, il nazio­na­li­smo loca­li­sta prende colori molto più foschi, che nulla hanno a che vedere con la tra­di­zione del nazio­na­li­smo scozzese.

Resta il fatto che la Gran Bre­ta­gna, dopo il voto, non sarà più la stessa. Presi dal panico sia David Came­ron che il lea­der del Labour Ed Mili­band (che spera di essere desti­nato a gover­nare anche gra­zie al voto scoz­zese), hanno fatto molte pro­messe che vanno nel senso delle richie­ste degli indipendentisti.

Came­ron, che ha rischiato di per­dere tutto, si è impe­gnato su una legge «devo max», cioè il mas­simo di devo­lu­tion, in par­ti­co­lare un tra­sfe­ri­mento delle pre­ro­ga­tive fiscali finora rifiu­tate e un bonus di spesa pub­blica a favore di ogni scoz­zese (19% in più rispetto a ogni inglese). Una bomba a oro­lo­ge­ria, per­ché è facile imma­gi­nare che non solo in Gal­les o in Irlanda del Nord chie­de­ranno la stessa cosa, ma che in Inghil­terra saranno nume­rosi a rifiu­tarsi di pagare per il benes­sere delle scuole o degli ospe­dali scoz­zesi men­tre i loro cadono a pezzi.

Alcuni depu­tati inglesi già chie­dono che siano solo gli inglesi a votare su que­stioni che riguar­dano solo que­sta parte del Regno. C’è chi pre­vede un accordo costi­tu­zio­nale scritto (qui la Costi­tu­zione non lo è) e la tra­sfor­ma­zione della Camera dei Lords in Camera delle regioni. Per non par­lare del fatto che la que­stione dell’indipendenza, con il 45% dei voti, non è del tutto chiusa: cosa suc­ce­derà se vin­cerà il rifiuto del man­te­ni­mento dell’adesione alla Ue al refe­ren­dum pre­vi­sto da Came­ron per il 2017? La Sco­zia euro­pei­sta potrebbe ripro­varci, otte­nendo un risul­tato oppo­sto a quello di ieri. Per il momento, la chiesa pro­te­stante scoz­zese, erede di John Knox, pro­pone sedute di «ricon­ci­lia­zione» (come in Suda­frica) per ripor­tare la pace tra soste­ni­tori del «sì» e del «no».

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