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Sardegna, «I fatti di Capo Frasca? Un'umiliazione», intervista a Bustianu Cumpostu (Sardigna Natzione)
Nel comunicato diffuso da Sardigna Natzione - Indipendentzia, dopo l'esplosione avvenuta a Capo Frasca, si legge come essa sia «un’umiliazione per la Sardegna tutta».

Sì, è un'umiliazione perché non solo il nostro territorio è sottoposto alle servitù militari ma stiamo scoprendo, se ancora ce ne fosse stato bisogno, che coloro i quali comandano sul nostro territorio sono dei veri e propri incompetenti, incapaci di gestire anche se stessi. Se andiamo a vedere - ad esempio - i capi di imputazione degli imputati per l’affare di Quirra, questi sono di mancata tutela del territorio, di mancato controllo dei risultati sulla salute sia dei militari, sia della collettività che abita il circondario.
La stessa cosa sta succedendo a Capo Frasca: lì è successo un danno perché nessuno si è preoccupato di quel territorio e nessuno ne ha difeso l’uso, come se fosse un qualcosa ‘che vale poco’. 
Il nostro territorio viene considerato dallo Stato italiano come qualcosa che ‘vale poco’.
Che poi, ora, lo Stato è uno Stato-Governo perché tutti si sono identificati con la figura di Matteo Renzi: essi hanno scarsa considerazione del nostro territorio e della nostra popolazione. Può succedere di tutto, quindi.
Ecco perché veniamo umiliati.

Nella nota hai anche scritto che il ‘battere i pugni sul tavolo’ , come ha consigliato Michele Piras (Sel) al presidente della regione Pigliaru, è inefficace perché il tavolo va ‘ribaltato’, in che modo?
Mi sembra che Pigliaru Piras siano come i ‘polli di Renzo’: si agitano, si beccano ma il contesto esterno rimane immutato.
Il destino dei Sardi e del territorio non varia all’agitarsi di Pigliaru e di Piras che, comunque, sono essi stessi parte del sistema: loro non riescono a turbare minimamente chi ha determinato questa situazione. Ecco perché bisognerà investire sulla popolazione, sulla gente, perché la gente è libera e dà forza. Se la gente si muove e decide che queste servitù vanno superate, devono essere superate. Non si superano, o meglio, non ci crediamo che esse vengano superate per l’agitarsi del Presidente della Regione e del deputato Michele Piras. Anche perché un altro presidente di Regione si era ‘agitato’ più di Pigliaru, e in maniera più veemente: Mario Melis. 
Lo stesso Melis, però, non è riuscito minimamente nell’obiettivo.
Prima poi anche Pigliaru verrà messo sul ‘chi va là’, gli si dirà “guarda che tu stai lì perché ti ci abbiamo mandato noi, se non vuoi stare, puoi pure andartene: c'è la fila per sostituirti”. Gli verrà detto questo e su Presidente dovrà decidere: o accettare un compromesso coi vertici militari e col Governo, o andarsene.

Ecco perché dico che non avranno mai il coraggio di ‘ribaltare il tavolo’, perché anche se si sbattono i pugni sul tavolo, il rumore del pugno si fa sentire nel momento in cui viene dato il colpo. Ma subito dopo non c'è più.



Che idea ti sei fatto riguardo l’adesione di alcune organizzazioni italiane (ad esempio Rifondazione e i Comunisti Italiani, il Comitato Contro la Guerra di Milano e il Coordinamento dei Comitati No MUOS) alla manifestazione di Capo Frasca, la lotta indipendentista ha ‘sconfinato’?
Il discorso che faremo agli italiani che aderiscono è semplice: non pensino di venire a difendere una parte del territorio italiano. Coloro che verranno a Capo Frasca devono comportarsi come se stessero partecipando ad una manifestazione palestinese in Palestina.
Cioè: gli italiani che verranno difenderanno il territorio Sardo in quanto è presente un sopruso, un’occupazione e un danno al territorio e alla gente. 
Poi, come è ovvio, li ospiteremo e li tratteremo con ogni riguardo, ma capiscano essi che qui c’è un popolo che vuole essere sovrano sul proprio territorio così come gli italiani lo sono sul proprio.
 Questo è il discorso.


La manifestazione del 13 è stata indetta, inizialmente, da a Manca pro s’Indipendentzia, Sardigna Natzione e dai comitati ‘Su Giassu’, ‘Su Sentidu’ e ‘Gettiamo le basi’. Hanno aderito, e partecipato all’organizzazione - però -, la quasi totalità delle organizzazioni politiche indipendentiste, sovraniste e sardiste. La manifestazione può essere la base per un tavolo di riconciliazione di tali forze, l’inizio di un percorso? 
In realtà lo è: si è venuto a creare un tavolo di condivisione. L'avvertimento è che se questo tavolo di condivisione 'si mette vendere pesce', nessuno degli appartenenti a quel tavolo deve vendere pesce per conto proprio, perché altrimenti finisce la condivisione. Ecco perché siamo stati fermi e decisi: se il tavolo, che oggi si sta occupando della questione militare e domani si occuperà di un’altra tematica, tra i componenti c’è l’accordo di andare insieme.

E non si va a fare la corsa a chi appare di più: basta, è un comportamento che non porta a nulla.

 


Si può dire, quindi, che ‘avete ricominciato a parlare’, tra tutte le varie organizzazioni politiche di indipendentisti, sovranisti e sardisti?


Abbiamo pensato di superare, anche intellettualmente e culturalmente, questo problema: ci sono delle questioni che vanno risolte nell’ambito indipendentista ma delle altre che vanno aperte in ambito nazionale, neanche in quello nazionalista e alle sintesi politiche prettamente indipendentiste, ma a tutta la nazione (la Sardegna nda).

Per il comitato sardo contro il nucleare è stato così. E ha vinto.
  
@parlodasolo
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